The Project Gutenberg EBook of Della illustrazione delle lingue antiche e
moderne e principalmente dell'italiana, by Cesare Lucchesini

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Title: Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana
       procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II

Author: Cesare Lucchesini

Release Date: March 12, 2014 [EBook #45120]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLA ILLUSTRAZIONE DELLE LINGUE ANTICHE E MODERNE, PARTE II ***




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                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

Sono state adottate le seguenti convenzioni:
-testo corsivo (italic): _testo_
-testo grassetto (bold): =testo=
-testo spaziato (gesperrt):~testo~
-traslitterazione dal greco: *testo*
-traslitterazione dall'ebraico: #testo#

Per le annotazioni sulle traslitterazioni e traduzioni ebraiche, vedasi
le altre Note del Trascrittore poste alla fine del libro.




                         _DELLA ILLUSTRAZIONE_
                    DELLE LINGUE ANTICHE, E MODERNE
                    E PRINCIPALMENTE DELL'ITALIANA
                      PROCURATA NEL SECOLO XVIII.
                            ~DAGL'ITALIANI~

                            ~_RAGIONAMENTO_
                          STORICO, E CRITICO~

                        =DI CESARE LUCCHESINI=

                        _CONSIGLIERO DI STATO_
                 DI S. M. L'INFANTA DUCHESSA DI LUCCA

                         DELLA LINGUA ITALIANA
                     E DELLE ALTRE LINGUE MODERNE
                              ~D'EUROPA~

                              _PARTE II._

                                ~LUCCA~

                                PRESSO
                   FRANCESCO BARONI STAMPATORE REALE

                              _MDCCCXIX._




                         _Trattati Generali._

                               ~CAPO~ I.


Degnissima di lode  l'opera, che altri impiega nell'illustrare la
propria lingua, e le altre moderne lingue d'Europa; ma se si considera
solo la difficolt dell'impresa maggior tributo di lode si accorder a
coloro, che i lor sudori, e le loro vigilie dedicarono al coltivamento
delle lingue antiche, e di quelle antiche o moderne, che si chiamano
Orientali. Di queste debbo adesso tener discorso. Il che facendo,
allorch parler di certe lingue pi difficili, e dal comune uso pi
remote, giudico opportuno di prendere in senso pi esteso la parola
illustrazione; perch laddove sono pi scarsi gli ajuti per illustrare
una lingua necessario  raccogliere tutto ci che anche indirettamente
pu contribuire a questo intento. Quindi per queste non trascurer n
i cataloghi de' manoscritti, n le opere di storia letteraria e di
bibliografia, e quelle ancor d'antiquaria, ove alcuna illustrazione
d'antichi autori contengano, o interpetrazione di voci e modi di dire.

Un'opera grande sulle lingue d'ogni et, e d'ogni parte del mondo
intraprese il P. Bonifazio Finetti dell'Ordine de' Predicatori, che
per difetto d'incoraggiamento non pot eseguire, fuorch in una
piccola parte. Molte lingue hanno fra loro una certa somiglianza, e
dir quasi cognazione, che meritava l'esame degli eruditi. Questa
somiglianza si vede nelle declinazioni de' nomi, nelle conjugazioni
de' verbi, in certe propriet della sintassi, e in molte voci; il che
talvolta mostra, che una lingua deriva da un'altra, ed altre volte
fa conoscere, che una lingua ha modificata, ed alterata un'altra.
Dalle quali considerazioni, ove sieno cautamente trattate, dedur se
ne possono utili conseguenze intorno alle emigrazioni de' popoli
dall'una all'altra contrada. Il P. Finetti dunque nell'opera sua
voleva mostrar l'indole d'ogni lingua, ed unendo in un solo capo tutte
quelle, che a suo giudizio sono simili, come discendenti da una stessa
lingua madre, indicarne la somiglianza. Ne dette egli un saggio nel
trattato della lingua Ebraica, e sue affini,[1] perch fosse quasi il
prodromo del suo lavoro. Le affini dell'Ebraica per lui sono solamente
la Rabbinica, la Caldaica, la Siriaca, la Samaritana, la Fenicia, la
Punica, l'Arabica, l'Etiopica, e l'Amharica. Di ciascuna d brevemente
la storia, accenna le prime regole intorno alle declinazioni e alle
conjugazioni, e in essa traduce il _Pater noster_. In fine aggiunge
una tavola comparativa della prima conjugazione del verbo _masr_,
_consegn_. Fa maraviglia a dir vero il novero di tutte le lingue,
che si vede nella prefazione p. XIX e seguenti, e delle quali egli
aveva sufficiente cognizione, o possedeva qualche libro, o sperava
d'averlo in breve, onde parlarne fondatamente. Il prospetto per, che
dell'opera egli d in questo libro, non  a parer mio scevro da ogni
difficolt. Non parlo dell'impossibilit di parlare di tutte le lingue
del mondo, perch utilissima impresa ed ammirabile sarebbe stata la
sua, ancorch ne avesse tralasciate molte. Le objezioni, che io fo
a quel saggio sono due. Per mostrare la somiglianza delle lingue, e
conoscere quali derivino da una, che sia lingua madre non bastano le
cose da me accennate di sopra; ma bisogna aggiungere le voci simili, e
queste trovar non si possono se non da chi  profondamente dotto nelle
lingue. Or questa ricerca egli tralascia del tutto nel suo trattato. Io
leggo poi in quella sua prefazione che nel secondo capo voleva unire la
lingua Greca all'Armena, alla Georgiana, alla Turca, e alla Persiana, e
nell'ottavo voleva parlare della Latina, Italiana, Francese, Spagnola,
e Portoghese. Ora io non vedo qual motivo inducesse l'Autore ad unire
la lingua Greca con lingue, colle quali non ha veruna affinit, e a
separarla cos dalla Latina, che  sua figlia. Per indagar poi meglio
l'affinit delle lingue sarebbe stato a desiderarsi, che non fosse
stato sollecito solamente di unire quelle, che da una come madre
derivano immediatamente; ma a quelle prime avesse fatto succeder le
altre, che da quella prima provengono per una pi remota generazione.
La lingua Greca unir si doveva all'Ebraica a mio giudizio, perch io
penso, che nella prima sua origine da questa provenga immediatamente;
alla Greca dovevan succedere la Latina, l'Etrusca, e le altre antiche
Italiche, ed alla Latina l'Italiana la Francese la Spagnola, e la
Portoghese.

All'opposto poi a me pare, che al P. Paolino da S. Bartolommeo,
il quale altres della somiglianza di alcune lingue ha preso a
discorrere si possa rimproverare, che della somiglianza delle voci
soltanto abbia parlato, e gli altri argomenti adoperati dal P. Finetti
abbia negletti. Questo celebre missionario dell'Indie, di cui dovr
favellare lungamente in altro luogo, in una breve dissertazione sopra
l'antichit, ed affinit delle lingue Zend della Persia, Samscrit
dell'Indie, e antica Tedesca si vale appunto della somiglianza di
alcune voci per provare la somiglianza, che esse hanno fra loro, e
che la Zend e la Tedesca vengono dalla Samscrit.[2] Parla egli in
prima delle lingue Zend e Samscrit, delle quali adduce molte voci
simili tratte dai dizionarj d'ambedue, e quaranta ne aggiunge, che gli
antichi scrittori Greci, e Latini ci hanno conservate, bench guaste
e corrotte. Passa poi alla Tedesca, di cui per non molte parole
registra simili alle Indiane, al che vorrebbe egli aggiungere la
storica tradizione. Dice Tacito, che i Germani _celebrant carminibus
antiquis...... Tuistonem_ (_o Tuisconem_) _Deum terra editum, et filium
Mannum, originem gentis conditoresque_[3]. E siccome gl'Indiani hanno
nella loro Mitologia un _Mannu_, che si dice autore e istitutore di
questa nazione, perci il P. Paolino asserisce, che il _Mannu_ Indiano
sia lo stesso del Manno della Germania, e che i Germani vengano
dall'Indie. Se ci fosse vero non sarebbe maraviglia, che l'antica
lingua Tedesca fosse affine dell'Indiana; ma non pare, che la buona
critica sia molto favorevole all'asserzione di quest'autore appoggiata
a cos debole fondamento. Tanto pi che quello dal P. Paolino chiamato
_Mannu_, dagl'Inglesi dotti nelle lingue dell'Indie, e quindi dagli
altri Europei si dice _Menu_, onde vie pi si affievolisce il debole
argomento fondato sulla somiglianza di questi nomi.

Altri pure posero molto studio nell'indagare la somiglianza che alcune
voci delle lingue Orientali hanno con quelle d'altre lingue, e quindi
vollero trarre conseguenze talvolta singolari. Il Mazzocchi intento
a mostrare che i Tirreni trassero l'origin loro da quelle parti,
che si sogliono chiamar Orientali fece uso dell'etimologia de' nomi
proprj delle Citt, e d'altri luoghi loro, derivandoli dalla lingua
Ebraica.[4] Egli da principio promette di condurre le sue ricerche
a tal segno di evidenza, che niuno debba dubitarne. Chiunque per
con animo scevro da preoccupazione considera quelle derivazioni, e
le riflessioni, che le accompagnano, le trova sovente capricciose,
e prive di fondamento. Questo difetto stesso, ma in grado anche
maggiore si scorge nell'opere d'altri due scrittori, che avevano col
Mazzocchi comune la patria, cio Ciro Saverio Minervino, e il Duca
Michele Vargas Macciucca. Il primo in una lettera all'Ab. Domenico
Fata sull'etimologia del Monte Volture[5] vuole che i primi abitatori
d'Italia fossero Etiopi passati prima in Libia, e poi venuti qu, e che
il loro linguaggio fosse affine dei Cinese, Etiopico, Pehlvi, Zend,
Malaico, Persiano, Arabo, e Copto. Questa ed altre s fatte non comuni
scoperte voleva egli _con somma evidenza_ provare in altra opera, che
non ha mai veduta la luce, _sulla religione de' Pagani_. Come le lingue
Cinese Pehlvi, Malaica si possano associare all'Etiopica, ed all'Araba
l'autore non ce l'ha fino ad ora insegnato, e forse voleva insegnarlo
in quell'opera, in cui pure dar voleva _prove pi che convincenti......
che l'Iliade e l'Odissea, e qualche altro libro attribuito ad Omero,
furono libri sacri e simbolici de' nostri Sacerdoti Siriti. Colla
prima delle quali opere con tanti personificati Eroi e Dei si volle
simboleggiare la rovina cagionata in diverse guise nella Troade da'
fuochi sotterranei, dopo che avevano fatto sentire i loro effetti nella
Grecia; colla seconda si volle tessere una storia simbolica delle
rovine fatte dopo la destruzione della Troade in altre parti da' fuochi
sotterranei, che faceano gonfiar la terra, e poi scoppiare nel mezzo, o
verso il basso, quasi dandole di morso. Si vedranno pur ivi le pruove,
che 'l favoloso Omero  titolo dei detti libri, non gi personaggio
vero, e reale_. Intanto in questa lettera egli ci ha date pi e diverse
etimologie dei nome Volture, e d'altri luoghi del Regno di Napoli,
traendole dalle lingue Ebraica, Etiopica, Araba Copta e Zend con una
franchezza maravigliosa. In tanto lusso per d'erudizione orientale
non si trova mai, non dir l'evidenza dall'autore promessa, ma n pure
una mediocre probabilit. Dell'Ebraica sola si serv il Duca Vargas
Macciucca per indicar quali fossero i primi abitatori di Napoli.[6]
Egli pure segue il metodo dell'etimologie, delle quali  cos persuaso,
che giudica dover rinunziare _al senso e ragion comune_[7] chiunque
pensa in altro modo. Il fatto sta per, che quelle sue etimologie
niuno persuadono, tanto sono strane ed arbitrarie. Egli pure volle
interpetrare Omero, anzi anche Esiodo in quest'opera, e pretese, che
i fatti narrati nell'Odissea e nella Teogona fossero accaduti presso
a Napoli, e alla Sicilia, il che quanto da lui si faccia forzatamente
 inutile il dirlo a quelli, che hanno letti questi due poeti. Ed
 da notarsi, che questi due vantatori d'evidenzia trovavano negli
stessi libri d'Omero e d'Esiodo cose fra loro discordi affatto.
Utilissima cosa  l'indagare l'etimologia delle parole principalmente
nelle antiche lingue, e queste possono talvolta servire d'ajuto alla
storia: ma conviene usare cautela grande nel rintracciarle, n si pu
pretendere, che in vece d'ajuto servano alla storia di fondamento.

Comuni ai tre citati scrittori sono questi difetti: ma l'autore
dell'opera sulle _antiche colonie venute a Napoli_ richiede qualche
particolare osservazione. Egli mostra non mediocre cognizione della
lingua Greca correggendo o spiegando pi e diversi scrittori non rade
volte felicemente. Ma nel tempo medesimo uopo  confessare, che assai
volte lasciandosi trasportare da una fantasia troppo fervida devia dal
retto sentiero, ed appoggiato a deboli congetture spiega a capriccio
gli autori. Basti un solo esempio, e si prenda dal T. 1. p. 78. e
seguenti, dove pretende, che Prometeo inventasse gli specchj ustorj, e
vuole che di ci parli Esiodo nella Teogona v. 566. ed Eschilo nella
Tragedia di questo nome v. 498. e si adira cogli interpetri, perch non
hanno assai prima spiegati cos que' due poeti. Egli  per manifesto,
che il primo parla del fuoco da lui involato in cielo, ed il secondo
della divinazione per mezzo del fuoco.

NOTE:

[1] _Trattato della lingua Ebraica sue affini del P. Bonifazio Finetti
dell'Ordine de' Predicatori offerto agli eruditi per saggio dell'opera
da lui intrapresa sopra i linguaggi di tutto il mondo. Venezia presso
Antonio Zatta_ 1756. _in_ 8.

[2] _De antiquitate et affinitate linguae Zendicae, Samscridamicae et
Germanicae. Dissertatio auctore P. Paulino a S. Bartholomaeo Patavii
typis Semin._ 1798. _in_ 4. Il P. Paolino era molto dotto nella lingua
Samscrit, che aveva imparata dai Brammani all'Indie, dove stette
parecchi anni Missionario. Egli non era abbastanza buon critico, ma
tenace delle sue opinioni, per le quali sostenne un ostinato contrasto
col celebre P. Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue orientali. Ma
di ci far parola in altro luogo. Vuolsi avvertire, che egli chiama
Samserdam l'antica lingua degl'Indiani, e questo forse  il vero suo
nome, ed io lo chiamo Samscrit, perch questo nome  pi generalmente
adottato, e per ci pi inteso. Lo stesso autore ha scritta pure
un'altra breve dissertazione _de latini sermonis origine, et cum
orientalibus linguis connexione. Romae apud Ant. Fulgonium_ 1802. _in_
4. Di questa per non parlo essendo essa posteriore all'epoca assegnata.

[3] _Tacit. de Situ. ec. Germ._  2.

[4] _Saggi di Dissertazioni dell'Accademia di Cortona_ T. 3.

[5] _Napoli_ 1778. _in_ 8.

[6] _Dell'antiche Colonie venute in Napoli. Napoli_ 1764. T. 2. in
4. Al Vargas attribuisco quest'opera perch il suo nome si legge nel
titolo. Ma il Bjoernsthael ne' suoi Viaggi dice, che  del Mazzocchi,
il quale anzi glie ne mostr la continuazione, che non fu mai impressa.

[7] Pref. al tom. 1. p. XI.




                        _Della lingua Ebraica.
                             Grammatici._

                              ~CAPO~ II.


Dai trattati, che a tutte le lingue, o almeno a molte appartengono,
facciamo ormai passaggio a ci, che intorno a ciascheduna si  scritto,
e cominciamo dall'Ebraica, che probabilmente  d'ogni altra pi antica.
Niuno v'ha precettor di questa lingua, che non abbia preso a mostrarne
l'utilit e la necessit. Cos a cagion d'esempio il Pasini scrisse
un'orazione su questo argomento, che abbiamo unita alla sua grammatica,
e pi ampio scopo scegliendo il P. Porta stamp in Milano un suo
libro _de linguarum Orientalium ad omne doctrinae genus praestantia_.
Ma sarei infinito, se tutti indicar volessi gli scrittori di questo
genere. Uno per fra tanti e per la sua dottrina singolare, e per
l'importanza del suo libro non potrebbe senza colpa esser da me
trascurato. Questi  il Signor Ab. Bernardo de Rossi, di cui dovr qu
parlare pi volte. Era egli nella prima sua giovinezza, e tutto era
dedito allo studio delle lingue Orientali. I giovani compagni suoi, che
avrebbono voluto divenir dotti senza troppa fatica, credevano inutile
quello studio, e molti, e gravi argomenti opponevano al de Rossi, che
pensava altrimenti. A persuadere i compagni scrisse un'opera sulle
cause principali, per cui lo studio della lingua Ebraica si trascura,
e lo diede alle stampe.[8] Mostra in questo libro, che i testi Ebraici
non sono n troppo corrotti, n indegni d'esser consultati; che le
versioni, e l'autorit della volgata non ci dispensano dal ricorrere
al testo originale; che colle versioni, e colla volgata non si possono
assai volte convincere gli Eretici, e molto meno gli Ebrei, e di ci si
offrono occasioni non rare, n inutili; che hanno gli Ebrei parecchi
libri, dai quali si pu trarre giovamento: che questa lingua non  poi
difficil tanto, che lungo tempo richieda per bene impararla. E nel
trattare di queste materie discute questioni sottilissime, alle quali,
aggiunge nuovi lumi di sommo pregio. Si veda a cagion d'esempio ci
che ivi p. 38. e seguenti dice di quel famoso versetto _foderunt manus
meas, et pedes meos_ Ps. 25. v. 18. Era egli in et di 26. in 27. anni,
ma se gli anni eran pochi la dottrina era molta, e l'opera riusc quale
aspettar si poteva da un uom provetto in questi studj.

Ma venendo pi da presso a ci che spetta alla lingua Ebraica
parler prima delle Grammatiche. E qu mi si presenta innanzi ad
ogni altra l'ingegnoso libretto del P. Giovenale Sacchi sul modo
di leggere l'Ebraico senza i punti[9]. Tutti sanno, che in questa
lingua ugualmente che in pi e diverse altre Orientali, si suole
scrivere senza le vocali, cui si dee supplire leggendo, e che queste
si vedono espresse per l'Ebraica nella Bibbia, ed ivi pure non in
tutte le edizioni, e per l'Araba nell'Alcorano, per assicurare da
ogn'incertezza ed equivoco la lezione in questi libri. Tutti sanno
altres, o almeno vedono tutti la difficolt, che deve ci cagionare.
Alcuni hanno voluto persuadersi, che antichissimamente non fosse
cos nella lingua Ebraica, ed han creduto, che l'Alef, He, Vau, Jod,
Het, Ain fossero vere vocali. Ma ci ancora supposto non bastava per
poter leggere, perch molte parole si hanno, nelle quali parecchie
consonanti si trovano unite senza interposizione di veruna di quelle
supposte vocali; onde varj modi si propongono per supplire alla loro
mancanza. Cos pensava il Masclef, e poi il P. Giraudau. Si oppose a
queste innovazioni il Benedettino Guarin, ma alle sue opposizioni non
si arrendettero questi novatori, e si vide anche in Italia ristampata
la Grammatica del Masclef,[10] il che mostra fra noi pure aver trovato
fautori il suo sistema. Il P. Sacchi cadde in questo errore, ma la
sua opinione almeno sostenne con maggiore apparato di ragioni, che i
precedenti non fecero. Osserva egli, che i punti furono inventati dai
Masoreti nel sesto secolo dell'era volgare, o in quel torno, e che S.
Girolamo chiama vocali appunto quelle sei lettere dette di sopra. Vuol
poi, che, tolte le aspirazioni tutte, quelle vocali si pronunzino A,
E breve, E lunga U, I, ed O, ed ove dopo una consonante manchi una di
queste lettere si supplisca un A: onde per esempio #berescit# si legga
_barascit_, non _berescit_, come or si legge. Per qual motivo egli
supplisca questa piuttosto, che un'altra vocale troppo lungo sarebbe a
ridirsi, e molto pi lungo ad impugnarsi. Lasciando dunque star ci,
lasciando stare ugualmente l'improbabilit, che la memoria, e l'uso
si perdesse dell'antica pronunzia, quando la regola era cos breve, e
facile a ricordarsi, domanderei volentieri, come possa accadere, che la
lingua Ebraica non abbia veruna aspirazione, mentre quelle, che da lei
nacquero ne hanno varie; come possa accadere, che in essa sola non si
abbia scontro di due consonanti, mentre in quelle, che sono pi dolci
non solamente due, ma anche tre si uniscono senza vocali fra mezzo, e
quattro e cinque in quelle, che sono pi aspre.

Un argomento molto ingegnoso, e al primo aspetto assai forte deduce
il P. Sacchi dal confronto de' due alfabeti Greco ed Ebraico e del
valore numerico di ciascheduna lettera. Ma per rispondere a questo
dovrei molto diffondermi, e perci lo tralascio, tanto pi che non
 del mio instituto il fare una completa confutazione di quegli
scrittori, che hanno traviato dalla verit. Dir per solamente, che
volendo persuadere i suoi lettori doveva almeno rispondere a tutti
gli argomenti, che il citato Guarin ha recati in contrario nella sua
Grammatica, e il Dupuy in una dissertazione sulle vocali della lingua
Ebraica e dell'altre Orientali, che si legge negli atti della Reale
Accademia delle inscrizioni e belle lettere di Parigi T. 36.

Alla Grammatica eziandio appartengono le ricerche erudite, che intorno
alle Ebraiche lettere hanno fatte il Bianconi[11] e il P. Arizzara.[12]
Il primo fa vedere qual fosse anticamente la forma delle lettere
Ebraiche e Greche. Riguardo alle prime esamina se Esdra le cambiasse,
e sostiene, che, tranne poche accidentali variazioni introdotte dai
copisti, gli Ebrei conservarono dopo la schiavit Babilonese gli
stessi caratteri, che avevano innanzi. Nega in secondo luogo, che essi
avessero due sorte di caratteri, cio uno per le cose sacre, e l'altro
per l'uso comune, come alcuni Rabbini hanno preteso. Mostra altres,
che gli Ebrei e i Caldei avevano la stessa lingua, e che solamente il
tempo introdusse quelle variet, che ora vediamo, e che della Caldea
hanno fatto un dialetto dell'Ebraica. Qualche strana opinione sostenne
questo dotto scrittore, siccome  quella, che anticamente gli Ebrei
scrivessero da sinistra a destra,[13] a sostegno della quale opinione
ricorse a certo siclo Samaritano pubblicato dal P. Hardouin.[14] Di
quest'avviso fu pure il P. Ogerio,[15] il quale sull'orme del Nanclero
attribu ad Esdra l'aver introdotto l'uso di scrivere da destra a
sinistra. Io non confuter qu questo paradosso, che come ha detto il
P. Fabricy[16] a niuno stabile fondamento  appoggiato, e riguardo
alla interpetrazione di quel siclo  stato gi confutato dal Canonico
Francesco Perez Bayero.[17] N meno strano  l'altro suo divisamento,
con cui dopo il Chishull vorrebbe togliere dall'alfabeto parecchie
lettere, quantunque i Salmi 9. 25. 36. 37. 118. ed altri luoghi della
Bibbia abbiano i versi, o le strofe contrassegnate colle lettere,
che abbiamo presentemente, e coll'ordine stesso. Il P. Arizzara si
 proposto di provare, che il carattere Ebraico adoprato ne' sacri
libri del vecchio testamento  quello stesso, che us Mos, e gli
altri scrittori sacri contro il Cappell il Vossio ed altri, i quali
vollero questo esser Caldaico, e introdotto da Esdra, e quello di Mos
essere stato il Samaritano. Mostra egli, che nulla provano i contrarj
argomenti tratti dalla schiavit Babilonica, o da alcuni passi della
Scrittura, o dall'odio degli Ebrei contro i Samaritani, e quindi da
certe parole d'Isaia, e di S. Matteo, e da altre ingegnose osservazioni
si sforza di cavar le prove della sua opinione. Egli perci sostiene la
sentenza del Bianconi; ma gli argomenti sono diversi.

Le Grammatiche di questa lingua pubblicate in Italia nel secolo
decimottavo non sono poche; ma io indicher quelle solamente, che o per
la celebrit degli autori, o per qualche pregio particolare meritano,
che se ne faccia special menzione. E sia la prima quella di Gennaro
Sisti, che ha per titolo _la lingua santa da apprendersi anche in
quattro lezioni_.[18] Per l'universit di Napoli aveva egli pubblicata
una breve grammatica[19], e poi l'Officio Pentaglotto a vantaggio di
quella giovent. Ma per agevolare vie pi l'apprendimento di questa
lingua immagin poscia un metodo brevissimo e facile, e l'espose
in questo libro. Pochi precetti racchiusi in piccoli versi, alcune
tavole pe' suffissi de' nomi, e de' verbi e per le conjugazioni, certe
industrie nella maniera d'espor le regole, di combinare, e riunire
quelle, che hanno fra loro qualche analogia, e regolare gli esercizi,
che dagli scolari si debbon fare, sono le cose, che rendono compendioso
molto il metodo del Sisti. Esso  diviso veramente in quattro lezioni,
ma queste son tali per, che richiedono almeno venti giorni ne' giovani
pi perspicaci d'ingegno. N con ci s'impara la lingua, il che sarebbe
impossibile, come ognun vede; ma solamente la declinazione de' nomi,
i pronomi, la conjugazione de' verbi, i principali precetti intorno
alla mutazione de' punti, ed a far uso del Lessico, col quale poi
si possa cominciare a tradurre. Ma per dire il vero volendo esser
breve  riuscito mancante di cose necessarie, e talvolta segue certe
sue opinioni, che non da tutti gli saranno concedute. Quei versi poi
sono affatto barbari, e spesso non intelligibili, e presso che sempre
mancanti talmente, che la spiegazione aggiunta in prosa deve supplire
a molte cose. Quantunque imperfetti per mi sembrano utili quei versi,
come ajuti della memoria, alla quale basta spesso una parola, o un
piccolo cenno, perch si risvegli l'idea di pi altre cose, che a
quella parola, o a quel cenno sono connesse. Quantunque poi sia nuovo
il metodo del Sisti non  nuovo il vanto d'insegnar questa ed altre
lingue in tempo brevissimo.[20] Non pu negarsi a questi metodi
la lode di molta utilit, perch giovano ad imparare la parte, che
chiamano materiale delle lingue, ed a diminuirne la noja, che trattiene
parecchi dal continuarne lo studio. Ma riuscirebbono dannosi ove un
dotto e diligente Maestro non supplisse poi, quando  opportuno, con
altri pi diffusi precetti. _In ordine autem, et modo disciplinae_,
diceva Bacone da Verulamio, _illud in primis consuluerim, ut caveatur
a compendiis, et a praecocitate quadam doctrinae, quae ingenia reddat
audacula, et magnos profectus potius ostentent, quam faciant_. Ho qu
voluto notare queste parole, affinch l'autorit di tanto scrittore
serva a me di difesa, se tralascer di registrare tanti compendj, che
per la lingua latina massimamente agli anni passati inondaron l'Italia
ad imitazione di qualche altra nazione, e al tempo stesso sia d'avviso
a coloro, che con simili arti vogliono fare de' giovanetti tanti
prodigj di dottrina in ogni facolt; ma formano de' prodigj d'ignoranza.

Alcuni accusano la maggior parte delle grammatiche dei Cattolici di
soverchia scarsit di precetti, ed altri condannano quelle degli
Eretici, e molto pi quelle degli Ebrei di soverchia prolissit,
e minutezza. Il Pasini si prefisse di tenere una via media, e con
questo intendimento fece la sua grammatica tratta in gran parte dal
Buxtorfio.[21] Discreta e sufficiente quantit di precetti, chiarezza,
e precisione nell'esporli sono i pregj di questa grammatica, che a
ragione vien molto adoperata in parecchie scuole d'Italia. Molte
eccezioni ed anomale, che sparse nella grammatica annojerebbono i
principianti, e verrebbono dimenticate, si tralasciano, e a ci si
supplisce pi opportunamente col porre in fine il catalogo alfabetico,
e la spiegazione delle voci anomale, che nella Bibbia s'incontrano.
Io bramerei solamente, che maggior estensione avesse data al trattato
della sintassi, come tra i Cattolici ha fatto il Guarin, e tra gli
Eretici il Buxtorfio, ed altri. Se nella lingua latina, nella quale
tanti ajuti abbiamo per bene impararla, a lungo e minutamente si spiega
la sintassi, e niuno crederebbe d'aver bene insegnata questa lingua, se
ci non facesse, io non so comprendere, come altri possa sperare d'aver
bene insegnata l'Ebraica, facendo altrimenti. Alcuni dicono, che l'uso
in ci  il miglior maestro; ma se nella latina all'uso si vuole unire
l'abbondanza delle regole, a me pare, che si debba dir lo stesso ancor
dell'Ebraica. Il qual rimprovero io faccio non al Pasini solamente,
ma ancora ad altri molti Grammatici Ebraici, ed a quelli delle altre
lingue orientali, e della Greca. N mi si oppongano quelle, che poco
fa hanno mandate alle stampe due chiarissimi luminari in questo genere
di letteratura i signori Abb. de Rossi e Valperga Caluso.[22] Essi
hanno voluto darci dei compendj, i quali io non condanno; anzi li
credo ne' primi rudimenti giovevoli pi che i molti precetti. Ma credo
poi, che ai compendj debba succedere pi copioso insegnamento o d'una
grammatica pi diffusa, o della viva voce d'un dotto Precettore, quali
sono appunto i due test nominati. E certamente il primo non tiene in
se racchiuso il tesoro (bisogna bene usar questa voce per parlare di
lui con verit) della sua erudizione, ma lo comunica senza riserva
a' suoi uditori. N altrimenti fece il secondo, finch fu moderatore
della scuola Torinese, dove le prime, e vere origini della lingua
Ebraica spiegava secondo gl'insegnamenti dello Schultens, e degli
altri pi insigni letterati Tedeschi ed Olandesi, il che senza dubbio
si pratica ancora dal Signor Peyron, il quale ha meritato d'essergli
successore.[23]

Oltre alla Grammatica gi citata altre opere ha preparate il Signor Ab.
de Rossi, che riuscite sarebbono utilissime agli studiosi, e dobbiamo
dolerci, che gli siano mancati gl'incoraggiamenti per pubblicarle.[24]
Utile altres dovremo credere, che sarebbe riuscita, se si fosse
pubblicata la Grammatica Ebraica, e Caldaica di Jacopo Cavalli
Veronese, se possiamo congetturarlo dal titolo, che ne porta il P.
Zaccaria negli annali letterarj d'Italia T. 3. p. 505.[25]

Non mancarono i Lessici all'Italia. Primo di tempo, se non di merito
 quello del Bouget.[26] Egli non era Italiano, ma nato a Salmur,
e lo pongo qu solamente, perch fu per pi e diversi anni maestro
di questa lingua nel Seminario di Propaganda, e poi della Greca
nell'Universit di Roma, e per quel Seminario fece il suo Lessico,
ed una Grammatica.[27] Egli lasciato l'ordine delle radici segue
l'alfabetico, il che dispiacer a molti. Ma pi assai di questo credo,
che si debba rimproverare al Bouget la totale mancanza d'esempj,
e il significato non sempre esatto e compiuto delle voci, oltre
all'esecuzion Tipografica, che spesso genera confusione.

Altri Lessici dettero lo Zanolini e il P. Montaldi. Ambedue seguono
l'ordine delle radici, ambedue ebbero in mira di togliere dalle mani
della giovent i lessici degli Eretici, ne' quali v'ha sempre pi o
meno nascosta qualche parte de' loro errori. Il primo lo fece pel
Seminario di Padova.[28] Egli  diligente nel registrare i significati
diversi di tutte le voci, le diverse modificazioni de' nomi, e le
costruzioni loro cogli affissi; ed inoltre vi ha aggiunte alcune
osservazioni intorno alle antichit Giudaiche, ed alla Filologia
Sagra, dove gliene veniva il destro. Io sar costretto d'accusare pi
volte di plagio quest'autore, ma non posso dire, se simil taccia abbia
meritata ancora nel Lessico Ebraico, che non ho veduto. Il secondo,[29]
professore della stessa lingua e di controversie nel Collegio Germanico
di Roma ha usato anch'egli la maggior diligenza nel porre tutte le
modificazioni test accennate, e le diverse spiegazioni delle voci,
ricorrendo, ove  qualche controversia, ai migliori Lessicografi e
Critici sacri, ed alle interpetrazioni Greche dei Settanta d'Aquila
di Teodozione e di Simmaco, e a quelle delle altre lingue affini
all'Ebraica, ed ai migliori Rabbini, avendo per sempre quel riguardo,
che alla volgata si deve in quelle cose massimamente, che ai costumi
appartengono ed alla Fede. S fatta cautela  senza dubbio non solo
commendabile, ma ancor necessaria: e riprendo l'ardir degli Eretici
autori di cose ebraiche, che spesso a lor talento spiegano il sacro
testo. Parmi per, che alcuna volta util cosa sarebbe ricorrere alle
lingue araba, e siriaca, che sono, dir cos, della stessa famiglia
coll'ebraica, come hanno fatto parecchi Tedeschi, e massimamente lo
Schultens, il Michaelis, il Simonis, l'Eichorn, ed altri: ed ove ci si
faccia non a capriccio, ma secondo le regole della critica i cattolici
dogmi rimarrebbono inconcussi, salve le leggi de' costumi, e la Santa
Romana Chiesa trionfante. Un Lessico Ebraico compil il dottissimo
Cardinale Michelangelo Luchi, che si dee conservare fra i molti suoi
manuscritti nella Vaticana. Ed il Bjoernstaehl ne' suoi viaggj parla
del P. Conreale monaco Benedettino, che nell'anno 1772. viveva a Monte
Cassino e fece una Grammatica, un Lessico, ed altre opere intorno a
questa lingua in novanta volumi in foglio, di che ha pubblicato ancora
un saggio,[30] ma non mi  riuscito d'averne ulterior notizia.

Celebre  la quistione, che fra gli eruditi si agita intorno alla
poesia degli antichi Ebrei. Vogliono alcuni, che essa consistesse in
una determinata disposizione di piedi composti di sillabe lunghe,
e brevi, come la Greca, e la Latina. Altri pretendono, che avesse
rime, e fosse simile alla nostra. V'ha chi la fa consister tutta
negli accenti. E finalmente alcuni niuna altra poesia concedono agli
Ebrei, fuorch lo stile. L'Abate Biagio Garofolo scrivendo intorno
alla poesia degli Ebrei e de' Greci difese la seconda opinione.[31]
Vuol per, che le rime degli Ebrei non fossero sempre composte delle
stesse lettere. Confessa, che mancano molte rime, e lo attribuisce a
negligenza de' copisti. Quindi parla dello stile, di cui rileva le
bellezze: e finalmente de' principali poeti Greci ragiona secondo i
tempi, in cui vissero, e secondo i diversi generi, ne' quali scrissero,
dando di ciascuno un conveniente giudizio. Incontr egli un acre
avversario in Raffaele Rabbenio Medico Ebreo, che sotto finto nome
stamp, _squarcio di Lettera del dottissimo Bernab Sacchi sopra le
considerazioni del signore Biagio Garofolo intorno alla poesia degli
Ebrei_. _Aosta._ (_Padova_) 1709. in 8. E poco dopo una _Lettera di_
*** _scritta ad uno de' suoi amici sopra un saggio di critica del
signor Giovanni Clerico intorno alla poesia degli Ebrei_. in 8. Il
Rabbenio voleva provare, che la poesia Ebraica avesse metro consistente
in una determinata misura di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi,
ma gli  accaduto di mostrar solamente, che consiste nelle parti del
tempo, in cui i versi si pronunziano, e che la quantit di questo tempo
dipende dall'accento, il che avverte il Garofolo nella sua replica.[32]
Il Rabbenio, negando la rima alla poesia Ebraica, confess per, che
vi si trovano alcuni _finimenti simili_, nella qual confessione crede
il Garofolo, che egli si contradica, perch i _finimenti simili_ sono
rime. Ma a me pare, che in ci lo riprenda a torto, perch il trovarsi
qualche rima nel testo Ebraico non vuol dire, che nella rima consista
quella poesia. Pi altre operette poi si stamparono da ambe le parti,
che tralascio d'indicare, perch niun utile ne venne per decidere la
questione, o per illustrare la lingua. Favorevole alla rima si mostr
ancora il P. Casini Gesuita, e Lettore di Sacra Scrittura nel Collegio
Romano nella sua breve dissertazione _de divina poesia sive de psalmis,
canticis, deque omni re poetica_. _Romae_ 1751. in 4. Ma distingue due
sorte di versi, una a pi severe leggi soggetta di certa misura di
piedi, e di desinenze, e la vuole usata nelle lamentazioni ne' cantici,
e ne' Salmi; l'altra pi libera, e quasi media fra la prosa e il nostro
verso nella quale dice, che scritte furono le profezie. L'Avvocato
Mattei, che tratt anch'egli della poesia Ebrea[33] molto saviamente
lasci indeciso, se fosse rimata, o simile alla Greca, e alla Latina,
o se consistesse in altro modo diverso; ma poi, non so con qual
fondamento, pretende, che essa fosse a foggia de' ditirambi, ne' quali
si trovano unite a capriccio molte sorte di versi. Il fatto sta che
non abbiamo pi mezzi per decidere s fatta questione, cui gli eruditi
dovrebbono ormai abbandonare, come insolubile.

NOTE:

[8] _De praecipuis caussis ac momentiis neglectae hebraicarum
litterarum disciplinae disquisitio elencthica. Augustae Taurinorum._
1769. Scrisse altres. _De necessitate linguae hebraicae in theologo
ex primariis ejus officiis evicta_, opera inedita. _V. le Memorie
della sua vita nel catalogo dalle opere inedite_  XVI. Aggiunger
qu altre sue cose manoscritte, che in parte non essendo assai
indicate nel citato catalogo non posso dar loro conveniente luogo,
cio _introductio ad studia Orientalia_, che forse  lo stesso, che
la _Clavis litteraturas Orientalis_  XXIV. _Synopsis quaestionum
philologicarum Orientalium_  XXIII. _De sacro Orientalium linguarum
usu oratio habita. Ann._ 1769. XLI. _Istruzione sopra gli studj Ebraici
e la maniera di ben condurli_  XLIII. _De optima hebraicorum studiorum
ratione_  XLIV. Di lui si vedano gli Opuscoli di Filandro Cretense
cio del chiarissimo signor Conte Antonio Cerati T. 1. p. 122. dove fra
molti leggiadri e veraci ritratti fa quello ancora di questo insigne
letterato.

[9] _Dell'antica lezione degli Ebrei, e dell'origine de' punti,
dissertazione. Milano, Orena_ 1786. in 8.

[10] _Bononiae apud Hieron. Corriolani ec._ 1750. in 8.

[11] _De antiquis litteris Hebrorum et Grcorum libellus Io. Baptist
Bianconi. Bononiae, Colli_ 1748. in 4.

[12] _De Hebraicorum characterum origine et antiquitate disquisitio
elencthica auctore Fr. Hyacintho Arizzara. Mutinae apud Soc. Typ._
1782. in 4.

[13] _De antiq. litt. Haebr. et Gr. p._ 29.

[14] _Ad Plin, H. N. Lib._ 7.

[15] _Gr. et Lat. ling. Hebr. p._ 62.

[16] _Diatrib. qua Bibliographiae antiquariae, et sacrae critices
capita aliquot illustrantur p._ 270.

[17] _De Numis Hebraeo-Samaritanis. p._ 165.

[18] _Venezia presso Gius. Bettinelli_, 1747. in 8.

[19] _Epitome linguae sanctae. Neapoli_ 1741. _Il Sisti scrisse ancora
trattato delle quattro dentali. Venezia._ 1766. in 8. e _Trattato delle
quattro gutturali e della sola aspirazione H. Ivi_ 1768. in 8. _che non
ho veduti._

[20] Il celebre Cardinal Bellarmino si offeriva di insegnar l'Ebreo in
otto giorni, come dice il P. Bartoli nelle sua vita Lib. 1. Cap. 10.
Ruggiero Bacone secondo il Vood, _Ath. et Ant. Oxon._ asseriva, che
potrebbe insegnare sufficientemente questa lingua e la greca in tre
giorni soli. Il P. Bohslao Balbino Gesuita ne' _verisimili delle umane
lettere_ dice d'avere ammaestrati parecchi nella greca in un giorno
in modo, che potessero in essa scrivere non solo correttamente, ma
anche elegantemente. Ma questi non hanno palesato i loro metodi. Altri
gli hanno pubblicati, come Guglielmo Schikerdo _Horologium Hebraeum,
sive consilium quomodo sancta lingua spatio vigintiquatuor horarum
aliquot collegis sufficenter apprehendi queat_. Michele Dilhero nel
1659. pubblic _Atrium linguae sanctae Hebraicae_, che domanda nulla
pi di sei ore. Finalmente del Gesuita Ignazio Weintenaver si ha
_modus addiscendi intra brevissimum tempus linguas Gallicam, Italicam,
Hispanicam, Graecam, Hebraicam, et Chaldaicam, ut ope Lexici explicare
queas. Francof. ad Maen._ 1755. e il tempo brevissimo da lui richiesto
 d'un giorno per ciascheduna di queste lingue. Quanti sogni!

[21] _Dikduk lascion hakodesc, hoc est Gramatica linguae sanctae
institutio cum vocum omnium anomalarum indice, et explicatione auctore
Josepho Pasino. Patavii_ 1739. in 8. Questa  la pi antica edizione,
che io ne conosca; ma debbono esservene altre anteriori.

[22] _De Rossi Synopsis institutionum hebraicarum. Parmae_ 1807. in 8.
Caluso _Prime Lezioni di Grammatica Ebraica. Torino_ 1805. in 4.

[23] A me rincresce di non potere onorare queste mie carte facendo
menzione delle opere, di un uomo cos dotto nelle lingue Orientali
e nella Greca, quale  il Sig. Amadeo Peyron. Ma egli l'anno 1800.
termine a me prescritto non aveva che 15. anni, e le dottissime cose da
lui scritte appartengono al secolo presente.

[24] _Istruzione sopra gli studj Ebraici, e la maniera di ben
condurli. Chiave dell'Ebreo senza punti, o epilogo d'osservazioni, che
ne facilitano la lettura, e l'intelligenza. Synopsis phraseologiae
hebraicae. Anthologia hebraica._ Tutte opere inedite, tranne l'ultima.

[25] _Dikduk, sive utriusque grammaticae hebreae scilicet atque
Chaldaicae accuratae disquisitiones, praecaeteris quae hactenus
prodiere, castigationes non tam aequa, quam facili methodo digestae ec._

[26] _Lexicon haebraicum et Chaldaico-Biblicum ordine alphabetico ad
usum Collegii Urbani de Propaganda fide. Romae_ 1737. _in fol_.

[27] _Grammaticae hebreae rudimenta ad usum Collegii etc. Romae_ 1717.
_in_ 8.

[28] _Otzar lascion hukodeso_ (_Thesaurus linguae sanctae_) _Lexicon
hebraicum ab Antonio Zanolino T. U. D. in Seminario Patavino linguarum
Orientalium praeceptore contentum ad usum ejusdem Seminarii. Patavii.
Typis Joannis Manfr._ 1732. _in_ 4.

[29] _Lexicon Hebraicum et Chaldaeo-Biblicum etc. Io. Buxtorfii et
aliorum doctissimorum virorum operibus excerptum digessit, multisque
auxit atque illustravit Fr. Ioseph. Montaldi Ord. Praed. ec. Romae ex
Typog. Io. Zempel._ 1789. T. 4. _in_ 8.

[30] _Bjoern. Lettere su i suoi viaggi._ T. 2. _p._ 211.

[31] _Considerazioni intorno alla Poesia degli Ebrei, e de' Greci.
Roma_ 1707.

[32] _Osservazioni di Ottavio Maranta_ (cio del Garofolo) _sopra la
Lettera di Bernab Sacchi ec. Venezia_ 1711. _in_ 8.

[33] _I Libri Poetici dalla Bibbia. Dissertazione preliminare Capo_ 1.
_e_ 2. Mi servo dell'edizione Napoletana del 1773. non avendo quella
pi ampia di Torino.




                         _Interpetri de' Libri
                                Sacri._

                              ~CAPO~ III.


Lo studio della lingua Ebraica dee sopra tutto esser rivolto alla
interpetrazione dei divini libri del vecchio Testamento, e questo scopo
non  stato dimenticato dai nostri. Il primo mezzo per ottenere ci 
stato il raccogliere le varie lezioni, il che ha fatto con incredibil
fatica ed erudizione il Sig. Ab. de Rossi. Il Kennicott aveva gi prima
intrapresa ed eseguita questa fatica in Inghilterra, nella quale opera
si era prevaluto degli Europei pi dotti nella lingua Ebraica, fra'
quali voglionsi da me ricordare il medesimo Signor de Rossi, che non
pensava allora ad essergli successore nello stesso lavoro, il P. Porta
in Milano, i PP. Berretta, e Bartoli in Firenze, i due Assemani, i PP.
Giorgi, Teoli, Ballerini, e il Costanzo in Roma, ed altri certamente
a me ignoti. Fu lodata la fatica di quel dotto Inglese; ma quando
vennero alla luce le varianti del Poliglotto Italiano[34] la gloria
del primo rest offuscata. I MSS esaminati dal Kennicott erano 579. e
quelli solamente che possedeva l'autore Italiano nella domestica sua
ma ricchissima libreria erano 617. A queste si aggiungano 310. sue
edizioni, 46. MSS. Samaritani, 134. codici e 42. edizioni d'estere
librerie. Se grande fu la sua diligenza nel raccogliere ed esaminare
tanti codici, e trarne le varianti di qualche importanza, lasciate le
minuzie masoretiche, di che ridonda l'opera Inglese, fu anche maggior
la dottrina, con cui nei prolegomeni si parla de' fonti della critica
sacra, nelle dissertazioni si esaminano le precedenti collazioni fatte
dagli Ebrei e dai Cristiani, e si mostra l'utilit di questa, e tutta
l'opera dal principio sino alla fine  condotta. E quantunque tanto
facesse allora, pure quest'uomo instancabile trov poi modo di fare a
quell'opera un'appendice di nuove varianti importantissime.[35] N in
ci si limita l'illustrazione del sacro testo fatta da lui, ma sono fra
le sue carte altre cose non ancor pubblicate, in parte gi compite, in
parte cominciate soltanto. E' fra le prime una _Manuductio philhebraei
ad hebraia biblia_, che contiene una breve, ed esatta notizia del suo
pregio, autorit, ed uso delle migliori sue edizioni, e delle pi
stimate traduzioni.[36] Vi  l'_introductio in criticam sacram veteris
Testamenti_, una parte della quale ha servito ai prolegomeni delle
varianti. Vi  l'opera _de studio legis, seu Biblico ex Rabbinorum
praeceptis optime instituendo_.  fra le seconde la _synopsis
institutionum Biblicarum Sacrarumque antiquitatum_, e un commentario
_de locis theologicis hebraeorum eorumque tum apud Judaeos tum apud
Christianos auctoritate_.

A questa classe pu riferirsi ci che egli scrisse intorno al Messia,
cio in primo luogo l'opera _della vana espettazione degli Ebrei del
loro Re Messia dal compimento di tutte le epoche_.[37] Mostra egli
che v'ha una data e certa epoca rivelata della venuta del Messia, che
questa non poteva esser ritardata, che tutte l'epoche pi autorevoli
determinate dalla Scrittura o dalla tradizione sono passate, che in
niuno, come in Ges Cristo, si avverano queste epoche, e i caratteri
tutti del Messia. Quest'opera applaudita trov due oppositori, ma
per loro onore non dir quali fossero, e quanto spregevoli le loro
obiezioni. Dir solamente, che il Signor de Rossi rispose coll'_esame
delle riflessioni teologico-critiche contro il libro della vana
espettazione degli Ebrei_,[38] n i critici osarono pi di ritornare in
campo. Altre opere ancora aveva preparate intorno al Messia, cio il
_lumen salutis, seu Biblica Messiae oracula ex Chaldaicis paraphrasibus
ac Rabinorum commentariis illustrata_, alcuni estratti del _Sanhedrin_
in Ebraico, e in Latino, e il _systema recentioris judaeorum theologiae
de eorum rege Messia_, ma rimangono manoscritte.

Se tutti io volessi qu registrare gl'interpetri della Sacra Scrittura,
e devierei dal cammino, che mi debbo proporre, e diffondermi dovrei
soverchiamente. Parler per soltanto di volo d'alcuni che questa
parte coltivando de' sacri studj fecero uso della lingua Ebraica, il
che mi pare intimamente connesso col mio argomento. E prima ricorder
l'Ermeneutica del gi citato Arizzarra[39] nella qual opera, oltre alle
molte cose, che al teologo appartengono, e all'uomo erudito, pi altre
ne sono, che questa lingua riguardano, cio dove parla della necessit
di studiarla, delle Bibbie Poliglotte, del Talmud, e de' Commenti
Rabbinici, dello stile de' Sacri Libri, dell'officio proprio d'un
sacro interpetre, del merito de' SS. PP. e degl'Interpetri moderni,
de' varj sensi della Sacra Scrittura, e delle regole, che voglionsi
osservare nell'Ermeneutica Sacra. All'Arizzarra, che generalmente ha
trattata questa parte, coloro debbon succedere, che pi particolarmente
coll'uso della lingua Ebraica, o dell'altre Orientali han preso a
spiegare le sacre carte. Tale  il Gesuita Airoli, che in pi e diverse
dissertazioni mostr quanto profondo egli fosse in queste lingue, le
quali insegnava nel Collegio Romano.[40] Tale  il Pasini, che mentre
nel Seminario di Padova insegnava queste lingue un picciol libro
pubblic pieno di dottrina sul sacro testo sulle sue traduzioni, e
su parecchi luoghi del testo medesimo, i quali coll'ajuto di molta
erudizion poliglotta egli spiega dottamente.[41] Quest'opera forse fece
s che la fama del suo sapere giunse al Re Sardo, il quale lo chiam
a Torino professore delle lingue Orientali. Ivi oltre alla Grammatica
di cui ho parlato, ed altre opere, che altrove si accenneranno, stamp
con molto corredo d'erudizione, e di dottrina le sue dissertazioni
sul Pentateuco.[42] Al Pasini successe prima in Padova lo Zanolini, e
poi nella scuola di Torino il Marchini, i quali pure rivolsero la lor
dottrina Orientale alla interpetrazione della Scrittura.[43] Intanto
il Seminario di Napoli aveva affidata la stessa scuola al celebre
Alessio Simmaco Marzocchi, che col suo _Spicilegio Biblico_[44] aveva
confermata quell'alta idea di vasta erudizione, che l'altre sue
opere gli aveano procacciata. A queste opere voglionsi aggiugnere
le _Pandectae Biblicae_ opera inedita di Jacopo Cavalli in trenta
volumi, _nella quale si rischiarano tutte le voci, i sensi tutti, tutte
le spiegazioni della sacra Scrittura, colla concordanza de' sacri
interpetri, de' dottori Cattolici, e di quanto scrisse principalmente
il Cardinale Ugone ne' suoi biblici comentarj_, come dice il P.
Zaccaria negli _Annali letterarj d'Italia_ T. 3. _p._ 505.

Molto aggiunger potrei, se le minori opere di questo genere volessi
andare indagando, come una lettera del P. Ferdinando Mingarelli contro
il Celotti[45] il Commentario del Matani sopra il nome di Dio presso
gli Ebrei,[46] una dissertazione del Marcuzzi[47] sull'interpetrazione
d'un passo di S. Matteo, quella del celebre Signor Ab. Caluso sul nome
tetragramma di Dio stampata dal Bodoni, ed altre s fatte moltissime.
Queste dunque tralascio, e tante altre, che stampar solevano i Gesuiti
Interpetri della sacra Scrittura nel Collegio Romano, delle quali molte
si debbono al solo P. Antonio Casini. Questi  ancora autore d'una
Enciclopedia scritturale piena d'ingegnose riflessioni, ma mancante
d'ordine e di metodo.[48]

Finalmente debbo far menzione del P. Luigi Mingarelli. Il P. Cavalieri
che ne scrisse la vita ci fa sapere, che egli lasci manuscritte
alcune osservazioni sopra il Salterio Ebraico stampato a Mantova da
Rafaele Hajim il 1743.: altre osservazioni sopra un'Ebraica Grammatica
stampata in Venezia dal Vandramini ed altrove, il titolo della quale
suona in latino: _Portae Sion: adduntur praeparatio convivii, et liber
formationis_: osservazioni sopra i passi del vecchio Testamento,
che occorrono nel nuovo: e finalmente l'indice ragionato de' codici
Ebraici, Greci, e Latini della libreria di S. Salvatore di Bologna.
Queste tre opere non hanno veduta la pubblica luce, e furono ignote al
Fantuzzi, che non ne ha parlato ne' suoi _Scrittori Bolognesi_: ed io
non avrei potuto darne questo cenno, se il P. Cavalieri non ne avesse
fatta menzione nella vita allegata.

NOTE:

[34] _Variae lectiones veteris Testam. ex immensa M. SS. editorumque
codicum congerie haustae, ad vetustissimas versiones, ad accuratiores
sacrae criticae fontes ac leges examinatas, perpetuisque notis
historico-criticis illustratae a Io. Bernardo de Rossi Parmae_ 1784.
1788. T. 4, in 4. Ne aveva prima dato un luminoso saggio con un libro
intitolato _Specimen variarum lectionum sacri textus, et Chaldaica
Estheris additamenta cum latina versione ac notes ex MS. codice Pii
VI. ac variis dissertationibus. Accedit appendix de celeberr. codice
tritaplo Samaritano bibliothecae Barberine. Romae ex Typ. Prop. Fidei_
1782. in 8. e di nuovo _cum nova auct. praef. et variis lect. ex antiq.
MS. suo codice Tubing_ 1782. in 8.

[35] _Scholia critica in veteris Testamenti libros, seu supplementa ad
varias sacri textus lectiones Parmae._ 1798. in 4.

[36] Tutto ci che io dico delle opere MS. di questo autore, e parte
ancora di ci che dico delle stampate  preso dalle _Memorie Storiche_
de' suoi studj stampate in Parma il 1809.

[37] _Parma_ 1773. in 4.

[38] _Parma_ 1775. in 8.

[39] _Elementa Sacrae Ermeneutic seu institutiones ad intelligentiam
Sacrarum Scripturarum etc. Castri Novi Carfagnan_ 1790. in 4.

[40] _Jacobi Mariae Airoli dissertatio Biblica, in qua Scripturae
textus aliquot insignores adhibitis lingua Hebraea, Syriaca, Chaldaea,
Arabica, Graeca, Latina per dialogismum elucidantur. Romae._
1764. _Liber_ LXX. _hebdomadum resignatus ib._ 1717. _et_ 1748.
_Theses contra Judaeos de_ LXX. _hebdomadis ib._ 1720. _et_ 1748.
_Dissertatio de annis ab exitu Israel de Aegypto ad quartum Salomonis_
nell'appendice del P. Tournemine al Menochio.

[41] _De praecipuis SS. Bibliorum linguis, et versionibus polemica
dissertatio, cui accedunt quaestiones aliquot ex ipsarum linguarum
interpretatione ortae. Patavii typis Semin._ 1716. in 12.

[42] _Decem disseriationes selectae in Pentateucum. Aug. Taur._ 1722.
in 4.

[43] _Antonii Zanolini quaestiones e Sacra Scriptura ex linguarum
Orientalium interpretatione ortae. Patavii_ 1775. in 8. _Ejusdem
dissertationes ad Sacram Scripturam spectantes de festis et sectis
Iudaeorum ex antiquis et recentibus tum Rabbinorum tum Christianorum
monumentis collectae. Venetiis_ 1753. _in_ 4. _Ioannis Francisci
Marchini tractatus de divinitate, et canonicitate sacrorum Bibliorum.
Taur._ 1777. in 4. Opera postuma. Di lui si conservano ancora altre
opere inedite ricche d'erudizione orientale.

[44] _Napoli_ 1763. T. 3. in foglio.

[45] _Epistola qua Cl. Celotti emendatio v._ 26. _Matthi Cap. 1.
rejcienda ostenditur editio secunda aucta adnotationibus et Antirrhesi
Rom_ 1761. in 4. La prima volta fu stampata nella nuova raccolta del
Caloger T. 10. Essa  piena d'erudizion Greca, Latina, ed Ebraica.

[46] _Lucae Typis Iosephi Rocchii_ 1767. in 4.

[47] _Sebastiani Marcutii dissertatio in Matthaei XIX. 9. Quicumque
dimiserit ec. in qua hic locus ex hebraeorum antiquitatibus
illustratur, Catholicae sententiae auctoritas vindicatur. Taurisii._
1752. in 4. Questo dotto, e pio Ecclesiastico ha lasciate inedite
varie osservazioni, e paralleli de' migliori autori Greci, Latini, ed
Italiani. _Giornale di Modena_ T. 43. p. 72.

[48] _Encyclopdia Sacrae Scripturae, sive selectae in omni scientiae
et doctrinae genere quaestiones ex sacris potissimum litteris enodatae.
Venetiis_ 1747. in 4. Non ne fu stampato che il primo volume.




                     _Traduttori de' Libri Sacri._

                              ~CAPO~ IV.


Ma questo  un modo troppo indiretto per illustrar le lingue. Molto pi
tendono allo scopo del mio ragionamento le traduzioni, delle quali ora
far parola. Tralascio per la traduzione in prosa de' sacri libri di
Monsignor Martini prestantissimo Arcivescovo di Firenze, il Giobbe del
Rezzano, e del Zampieri, le lamentazioni di Geremia del Menzini, e di
Gianfrancesco Manzini, i Salmi penitenziali del Vicini, e del Cerati,
quelle de' Profeti minori ed una parte delle lamentazioni di Geremia di
Monsignor Domenico Pacchi, la parafrasi de' Proverbj, dell'Ecclesiaste,
dell'Ecclesiastico, d'alcuni Salmi del medesimo, e le altre molte,
che fatte sono sulla volgata per ristringere il mio discorso solo a
quelle dell'original testo Ebraico. Il P. Ab. Luigi Mingarelli Canonico
Regolare del Salvatore aprir l'adito a questa parte del mio discorso
colla traduzione in prosa dei Salmi.[49] Egli ha voluto combinare il
testo Ebraico, e la volgata, e alle volte si scosta da quello per
seguire la seconda, senza che se ne veda la ragione. Pi famosa molto 
la poetica traduzione de' Salmi, e d'altri libri poetici della Bibbia
dell'Avv. Mattei, di cui tanto si  parlato a favore, e contro, e della
quale si son vedute tante edizioni. L'antologia Romana, il giornale
Ecclesiastico pure di Roma, il giornale di Modena, il P. Hintz, il P.
Canati Teatino, il P. Fantuzzi, Monsignor Rugilo[50] ed altri ne hanno
fatte critiche acri, ma vittoriose, che risparmiano a me la fatica di
diffondermi sopra di lui con particolari osservazioni. Dir solamente
in generale, che egli  da riprendersi per gl'indecenti rimproveri,
che fa ai SS. Padri ed ai moderni interpetri con espressioni spesso
mordaci, e ingiuriose:  da riprendersi per l'arbitraria spiegazione
de' titoli de' Salmi, ne' quali di suo capriccio trova i nomi de'
maestri di Cappella, degli strumenti, che dovevano accompagnare il
canto, il tempo della musica, se comune, o di tripola, ec. ed altri
simili sogni:  da riprendersi per la libert intollerabile, colla
quale ora vorrebe, che si cangiasse la punteggiatura, ora che si
aggiugnesse qualche versetto, ora che se ne togliessero altri, o si
mutilassero:  da riprendersi per erronee spiegazioni del testo, o male
adottando le altrui, o proponendone delle nuove:  da riprendersi per
gli errori di lingua, ne' quali cade pi volte:  da riprendersi per
l'imitazione del Metastasio, al quale per poche volte si accosta, ma
generalmente troppo ne  lontano. Ma lo stile del Metastasio bellissimo
 pe' drammi, e acconcio sarebbe ancora ad alcuni altri generi di
poesia, mal per si adatta ad una traduzione de' Salmi, n ha quel
genere di sublimit, o di delicatezza, che questi richiedono. I suoi
panegiristi sono col tempo scemati molto di numero, e fra questi il
Mingarelli nella sua traduzione si allontano dalle opinioni del Mattei,
ed Evasio Leone, che n'era stato grande ammiratore, confess poi
d'aver cambiato avviso in una lettera diretta al chiarissimo signor
Giordani.[51] Molto ancora offerirebbero a dire le sue dissertazioni,
ma l'entrare in questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio
sentiero. E gi di queste pure si  tanto parlato, che pare inutile il
parlarne di nuovo.

Altri pure hanno tentato la medesima impresa e fra questi  il
signor Canonico Alberto Catenacci d'Ameria, che al cadere del secolo
decimottavo pubblic una sua traduzione dall'Ebraico de' Salmi, e de'
cantici della Bibbia in varj metri.[52] Ma l'opera sua  per lo pi una
vera parafrasi, come il suo titolo annunzia, e una parafrasi poetica
non appartiene a quel genere di traduzioni, che illustrano una lingua.
Lo stesso  da dirsi della sua traduzione d'altri libri poetici della
Bibbia.[53] Un motivo molto diverso mi dispensa altres dal parlare
della traduzione de' Salmi del P. Canati Teatino, che non mi  avvenuto
di vedere. Ne parler per me il Ch. signor Abate Andrea Rubbi, il
giudizio del quale valuto moltissimo, e meco lo valuteranno gli nomini
dotti. Egli[54] dunque alludendo alla sua critica del Mattei da me
citata poco fa, e a questa sua traduzione dice, che il P. Canati _fece
un volume d'ingiurie contro Saverio Mattei; poi volle superarlo con sua
traduzione. Col primo scredit la sua fama; col secondo la sua penna_.
La traduzione dunque de' Salmi  infelice, e riguardo alla critica del
Mattei  vero che scredit la fama del P. Canati, perch piena  tutta
d'ingiuriose espressioni contro quello scrittore, dalle quali ogni uomo
onesto si dee astener favellando, ed assai pi scrivendo. Finalmente
Monsignor Rugilo tradusse i Salmi in metri lirici lodevolmente, ma
per soverchio zelo criticando il Mattei us maniere troppo aspre, ed
ingiuriose.

Molto pi felice di tutte quante le traduzioni fin qu nominate  la
Cantica d'Evasio Leone.[55] Essa a dir vero non  tratta intieramente
dall'originale, ma in gran parte dalla volgata, alla quale il dotto
autore ha avuto molto riguardo. Siccome per non ha mai perduto di
mira il testo Ebraico, e questo nelle annotazioni ha egregiamente
illustrato, deve aver qu luogo. Egli ha conosciuto con altri, che
l'opera ha una forma drammatica, ma divisa, in varie parti, che noi
diremmo cantate. Ha per ci usati i versi drammatici, tali per, che
sono degni del Metastasio. Lo stile dunque  bellissimo, e solamente
alcuno potrebbe credere, che fosse troppo molle principalmente per un
sacro argomento. Egli previene questa objezione (_opere_ T. 3. p.
140.) indicando il fine, ch'egli si era proposto in questa sua fatica,
e ricordando gli esempj di quelli, che l'avevano preceduto. Il suo
scopo era di opporsi all'empio autore del _Precis sur le Cantique
des Cantiques_, e al non meno empio volgarizzatore Italiano di quel
librettaccio Francese, il che richiedeva fedelt nella traduzione.
Nel metro stesso ha egli tradotti i treni di Geremia ottimamente,
ma dubiterei, che per questo non fosse adatto il metro drammatico
da lui usato anche qu; ed a me pare, che con miglior consiglio il
Menzini adoperasse la terza rima, e il Manzoni quello delle Canzoni
Petrarchesche. Un altro valoroso traduttore ancora ha avuto la Cantica,
ed uno Giobbe; la prima nel celebre signor Abate Valperga Caluso
nascosto sotto il nome di Euforbo Melesigene, e il secondo nel signor
Ab. Ceruti,[56] i quali hanno mostrato, come si possa esser fedele
traducendo, e meritarsi nel tempo stesso il titolo di buon Poeta.

Nella illustrazione delle lingue meritano onorevol menzione gli editori
de' Classici, di che ora debbo parlare. Passer sotto silenzio le molte
edizioni del testo Ebraico del vecchio testamento, che non hanno verun
pregio particolare per essere commendate. Ma non tacer quelle di
Mantova di Livorno e di Pisa con ottimo avvedimento emendate secondo
le correzioni del Norzi. Non  di questo luogo il dire qual fosse la
diligenza usata dal Norzi nel secolo sestodecimo per richiamare il
testo Ebraico alla primitiva lezione, e come in gran parte riuscirono
commendabili le sue fatiche; di che ha gi parlato abbastanza il
dottissimo signor Abate de Rossi.[57] Il suo comento con troppo superbo
nome intitolato da lui _Gomr peretz_, cio _Riparatore della rovina_
fu finalmente posto in luce co' torchj di Mantova il 1742. insieme col
sacro testo da Raffaele Chajm Basilea, che vi aggiunse ancora alcune
sue utili note, e l'esame di ben novecento varianti, che il Vander
Hoogth aveva raccolte da altre edizioni della Bibbia. Questo dotto
editore intitol il comento del Norzi pi modestamente _Minchad scai_,
cio _oblazione liberale_, e presso che sempre emend il sacro testo
secondo l'avviso di quell'antico Rabbino. L'edizione Mantovana della
Bibbia fu ripetuta in Livorno nel 1780. e poi in Pisa nel 1803.[58] Ma
i due Editori non la ripeterono servilmente, avendo essi ora seguiti ed
ora abbandonati i consigli del Norzi, quando il Mantovano Basilea aveva
fatto altramente. Il signor de Rossi colla sua profonda dottrina ha gi
mostrati parecchi de' pregj e de' difetti di queste edizioni, e a lui
potranno ricorrere gli studiosi della lingua Ebraica.[59]

NOTE:

[49] _I Salmi tradotti in Italiano dall'originale Ebraico con accanto
la versione volgata dei medesimi, e colle differenze di essa dal detto
originale. Si aggiungono in fine i Cantici de' quali si serve la Chiesa
nel Divino Offizio. Lucca presso Francesco Bonsignori_ 1787. T. 2.
in 12. senza nome d'autore. La traduzione de' Cantici  fatta sulla
volgata. Lo stesso autore pubblic ancora il bel comento sui Salmi di
Marco Marino da Brescia, _Bononiae_ 1748. T. 2. in 4. cui aggiunse la
traduzione dei Cantici.

[50] Le opere del P. Hintz, del P. Fantuzzi, di M. Rugilo saranno da
me citate fra poco. Quella del Canati  intitolata: _Supplimento,
che serve per Tomo nono all'edizione di Padova de' Salmi tradotti
dall'Ebraico originale da Saverio Mattei, di D. Valerio Canati C. R. T.
Venezia_ 1785.

[51] _Evas. Op._ T. 3. p. 135.

[52] _Salmi, e Cantici parafrasati in versi Toscani dal Canonico
Alberto Catenacci Patrizio Amerino. Lucca_ 1794. T. 2. in 8.

[53] _I Libri de' Profeti parafrasati in versi_ dal medesimo. _Fuligno
Tomassini_ 1796. T. 5. in 8. Vi sono uniti il libro di Giobbe, e il
Cantico de' Cantici.

[54] _Parnasso de' poeti classici d'ogni nazione trasportati nella
lingua Italiana_ T. 2. p. 23.

[55] _Torino_ 1787. in 8. Di nuovo nel T. 1. del _Parnasso de' classici
trasportati in Italiano_, e nel T. 1. delle susue opere stampate a
Piacenza il 1812.

[56] _Il libro di Giobbe recato dal testo Ebraico in versi_ (sciolti)
_Italiani dall'Ab. Giacinto Ceruti Dottor di Teologia. Seconda edizione
corretta aumentata ed arricchita col testo originale e con note. Roma
Casaletti_ 1773. in 8. La prima edizione  di Torino del 1754. In
questa vi sono uniti alcuni saggi della Cantica, i Salmi 44. e 135. e
il Canto d'Isaia al C. 14.

[57] _Diz. Stor. degli Ant. Ebr._ T. 2. _p._ 79.

[58] Questa edizione appartenendo al secolo presente non dovrebbe
qu aver luogo. Io ne parlo solamente per non lasciare imperfetta la
notizia, del testo Norziano.

[59] _Compendio di Critica Sacra._ p. 13. e seguenti.




              _Scrittori d'antiquaria, e di bibliografia.
                         Scrittori in Ebraico_

                               ~CAPO~ V.


Illustratori di questa lingua chiamar si debbono anche coloro, che i
suoi riti spiegarono, gli usi, e i costumi, e le leggi, e tuttoci
che sotto il nome d'antichit si suole intendere, come pure quelli
che trattarono della Bibliografia dei libri Ebraici, e della storia
letteraria. Gli scrittori, e i raccoglitori d'opere d'antiquaria
allora illustrano una lingua, quando o scrivendo in questo genere
entrano ne' misteri di quella lingua, o danno in luce opere d'antichi
autori, che in essa hanno scritto. Tale appunto  Taddeo Ugolino, che
nel suo tesoro dell'Ebraiche antichit[60] parecchie opere di Rabbini
raccolse, o quelle d'altri, che all'intelligenza della lingua Ebrea,
della Caldea, e della Rabbinica sono vantaggiose. Noi dobbiamo saper
di ci molto grado a lui, che con molta fatica e dottrina esegu cos
nobile impresa, e all'immortal Mecenate, che per solo amore dei buoni
studj la promosse, e ne sopport la spesa, voglio dire il signor
Francesco Foscari nobile Veneziano. N fu egli editor solamente, ma
dieci sue dissertazioni v'inser, ad alcune di altri fece considerabili
aggiunte, e le opere de' Rabbini tradusse, illustr, ed arricch di
sue appendici. Lo Schooetgenio nelle sue ore Ebraiche, e Talmudiche lo
biasim per aver qu pubblicate alcune opere del Rabbino Maimonide,
di cui parl con sommo disprezzo. Gli rispose per l'Ugolini, e per
avere nella questione un giudice, cui l'avversario non potesse ricusare
diresse la sua risposta al celebre Cristiano Benedetto Michaelis,
e la stamp in Venezia nel 1748. Due soli oltre all'editore sono
gl'Italiani, che in questo tesoro abbian luogo, cio il P. Casto
Innocenzo Ansaldi con un libro _de Forensi Iudaeorum buccina_, e il
P. Gio. Girolamo Gradenigo con una dissertazione _de Syclo argenteo
Brixiae reperto_.[61]

Per ci poi che spetta alla bibliografia e alla storia Letteraria
ritorna di nuovo in campo il celebre signor Ab. de Rossi, che le
origini indic dell'Ebraica tipografia, la storia della tipografia
di Ferrara, di Sabioneta, e di Cremona, non meno, che dell'Ebraica
tipografia in generale, e dette il novero degli Ebrei, che scrissero
contro la santa Religion nostra, e la descrizione de' codici da' quali
trasse le varianti della Bibbia.[62] Dopo questo grande scrittore
si dee far menzione altres del Pasini, Rivautella, e Berta, che il
Catalogo ci dettero dei codici della Real Libreria di Torino,[63] fra'
quali han luogo pure gli Ebraici; del Canonico Biscioni, che quello
ci dette della Laurenziana di Firenze;[64] e dell'Assemani, che tutti
descrisse i codici orientali della Laurenziana e della Palatina della
stessa Citt.[65] Egli con Giuseppe Simonio Assemani quello ancora
intraprese della Vaticana.[66]

Vuolsi finalmente fare onorevol menzione di coloro, che alcune cose
scrissero in lingua Ebraica, il che tanto pi  da lodarsi, quanto
pi sono rari quelli che possono farlo. Pi e diverse cose in questa
lingua, ed in pi altre orientali ha scritto il Sig. Ab. de Rossi, che
ho gi lodato pi volte, e che non posso mai lodare abbastanza. Nelle
memorie storiche de' suoi studj si vedono registrate,[67] il catalogo
delle quali troppo lungo sarebbe a trascriversi. Il Cardinal Luchi
scrisse un dialogo in questa lingua fra un Cristiano, ed un Ebreo, e
prese a tradurre dal Greco in Ebraico il vecchio, e il nuovo Testamento
ma la sua versione  rimasta imperfetta.[68] E finalmente l'Ab.
Angelini (per tralasciare parecchi altri, che hanno fatto cose minori)
alcune sue poesie Ebraiche ha unite alla sua traduzione d'alcune
Tragedie di Sofocle.[69]

NOTE:

[60] _Thaddi Ugolini Thesaurus antiquitatum sacrarum complectens
selectissima clarissimorum virorum opuscula, in quibus veterum
Hebrorum mores, leges, instituta, ritus sacrai et civiles
illustrantur. Venetiis_ 1744. 1769. T. 34. in f. E qu e in seguito,
dove parlo d'altre lingue, passo sotto silenzio quelle opere
d'antiquaria, che non appartengono alla illustrazione delle medesime.
Seguo in ci l'esempio del _Rapport_ ec. dove s' parlato del _Museo
Pio-Clementino_ del quale io pure far parola, e s' taciuto di
moltissimi altri libri d'antiquaria.

[61] T. 27. p. 36. T. 28. p. 806.

[62] Le opere di bibliografia Ebraica di questo instancabile scrittore
sono le seguenti. I. _De Hebraicae Typographiae origine ac primitiis,
seu antiquis ac rarissimis hebraicorum librorum editionibus sec._
XV. _Parmae_ 1776. in 4. E di nuovo colla prefazione dell'Hufuagel
_Arlangae_ 1778. in 8. II. _De Typographia Hebraeo-Ferrariensi
Commentarius historicus, quo Ferrarienses Judaeorum editiones
hebraicae, hispanicae, lusitanicae, recensentur, et illustrantur.
Parmae_ 1780. in 8. E di nuovo _cum auctoris epistola, qua non nulla
Ferrariensis typographiae capita illustrantur, Hufnagelii praefatione.
Erlangae_ 1781. in 8. III. _Annali Ebreo-tipografici di Sabioneta in
fine della vita di Vespasiano Gonzaga del P. Affo. Parma_ 1780. in 4.
E di nuovo tradotti in latino dal Roos con un'appendice dell'autore.
_Erlangae_ 1785. in 8. IV. _De ignotis nonnullis antiquissimis
hebraici textus editionibus ac critico earum usu. Accedit de
editionibus hebraeo-biblicis appendix historico-critica ad nuperrimam
Bibliothecam Lelongo-Marchianam. Erlangae_ 1782. in 4. V. _Annales
Hebraeo-typographici Saec._ XV. _Parmae_ 1795. in 4. VI. _Annales
Hebraeo-typographici ab ann._ 1401. _ad_ 1540. _Parmae_ 1799. in
4. VII. _Bibliotheca judaica antichristiana, qua editi et inediti
judaeorum adversus christianam religionem libri recensentur. Parmae_
1800. in 8. VIII. _Apparatus hebraeo-biblicus, seu MSS. editique
codices sacri textus, quos possidet novaeque variarum lectionum
collationi destinat auctor. Parmae_ 1782. Non  di questo luogo il
parlare del Catalogo di tutti i suoi codici, n del Dizionario storico
degli Autori Ebrei, perch sono stampati nel 1802. e 1803. Dir per
che la sua Biblioteca forma l'ammirazione degli uomini dotti, che
l'hanno veduta. Basti per tutti il celebre Adler il quale nel suo
viaggio _Biblico-critico_ di Roma dice, che essa merita di fare un
viaggio a Parma per vederla; che chi vuole applicare allo studio de'
MSS. Ebraici biblici, o alla critica de' Sacri testi primitivi pu
risparmiare d'intraprendere altri viaggi, e di vedere o consultare
altre Biblioteche, perch Parma sta in luogo di tutte. S. M. I.
l'Arciduchessa Duchessa di Parma, per quell'amore che nutre pe' buoni
studj, si  poi degnata di comprarla, e generosamente l'ha donata alla
Libreria pubblica di quella Citt, lasciandone per l'uso a lui finch
vivr.

[63] _Codices MSS. Bibliothecae R. Taurinensis Athenaei. Taurini ex
Typogr. R._ 1749. T. 2. in f.

[64] _Bibliothecae Hebraicae et Grecae Florentinae, sive Bibliothecae
Mediceae-Laurentianae catalogus. Florentiae_ 1757. in f. et in 8. T. 2.

[65] _Stephani Evodii Assemani Episcopi Apamaeensis bibliothecae
Mediceae Laurentianae et Palatinae codicum MSS. Orientalum Catalogus.
Florentiae_ 1742. in f.

[66] _Bibliothecae Apostolicae Vaticanae codicum manuscriptorum
catalogus in tres partes distributus, in quarum prima Orientales,
in altera Graeci, in tertia Latini, Italici, aliorumque Europaeorum
idiimatum codices: Stephanus Evodius Assemamus. ec. digesserunt,
animadversionibusque illustrarunt. Partis primae Tomus primus
complectens codices Hebraicos et Samaritanos. Romae ex Typographia
linguarum Orientalium Angeli Rotilii in aedibus Maximorum._ 1756. in
f. I tomi secondo e terzo contenenti i Codici Siriaci, e Caldei furono
anch'essi stampati; ma un'incendio destatosi nella stanza dove erano
questi volumi li consum la notte de' 30. Agosto del 1768. _Bjoerns.
Lett. de' suoi viag._ T. 3. p. 263.

[67] Si veda ivi l'elenco delle sue opere edite ai N. 1. 2. 4. 7. 11. e
quello dello inedite ai numeri 2. 3. 9. 11. 12.

[68] Si veda il Catalogo delle sue opere inedite, che  unito
all'Orazion funebre del Canonico Ciolli stampata in Roma il 1802.

[69] _Roma_ 1792. in 8.




                             _Delle lingue
                         Caldea, e Rabbinica._

                              ~CAPO~ VI.


Alla lingua Ebrea per intima cognazione unite sono la Caldaica, e la
Rabbinica, alle quali far ora passaggio. Di queste volle mostrarsi
benemerito lo Zanolini pubblicandone la grammatica e il Lessico,[70] ma
in questi due libri egli non fece quasi altro, che copiare il Buxtorf,
di che mi ha fatto accorto il signor Peyron dottissimo professore di
lingue orientali nell'Accademia di Torino. In fatti l'ordine, e gli
esempj sono gli stessi: nella _Prassi Grammatica_ gli squarci del
decalogo ricavati da Onkelos, e da Jonatan, e quelli dello Zoar, e del
Sanhedrin sono trascritti dalla _Prassi_ del Buxtorf. Dal suo trattato
_de abbreviaturis_  preso ci che ivi aggiunge sul Talmud, talch ne
ha copiato fino gli errori tipografici onde alla pagina 105. cita il
numero #pe' tav# (non  un numero--Trascrittore) dei Chetuvoth invece
di #81#, perch si ha cos alla pagina 255. del Buxtorf nell'edizione
del 1640.[71] Cos pure dal Filologo Ebreo del Leusden prese molto
di ci che disse sopra Onkelos. E riguardo alle abbreviature fu s
fedele al Buxtorf, che n pure vi aggiunse il supplimento unito dal
Volfio alla sua Biblioteca Ebraica, n quelle che Giovanni Enrico Majo
diede nel catalogo della Libreria Uffembachiana.[72] Molto certamente
aggiugnerebbe il signor de Rossi, se si risolvesse di compiere e di
pubblicare la sua opera _de studio Rabbinico_, la quale in cinque libri
parla dell'uso, e dell'utilit di questo studio, del modo di leggere
ed intendere gli scritti de' Rabbini, e delle oscure loro frasi ed
autori. N questa  la sola opera che mostri la profonda dottrina
sua nella lingua Rabbinica. Perch oltre a quelle, che intorno alla
Ebraica Storia letteraria ho gi indicate, oltre a quelle che essendo
stampate in questo secolo[73] non appartengono ai presente mio
ragionamento, altre molte ne serba nel tesoro de' suoi manoscritti;
che ben si debbono con questo titolo designare, siccome quelli che per
la moltitudine sono prodigiosi, e tali debbono essere anche pi per la
loro profondit. Per esserne convinti basta per una parte percorrerne
i titoli nel catalogo delle sue opere inedite, che unito si legge alle
memorie della sua vita, e per l'altra parte richiamarsi alla mente
la vastit della sua dottrina nelle lingue orientali, e nell'Ebraica
massimamente. Nel _Rapport historique sur les progrs de l'histoire
et de la litterature ancienne depuis_ 1789. presentato a Buonaparte
M. de Sacy (giacch a lui appartiene la parte relativa alle lingue
orientali) ricorda appunto il signor Abate de Rossi, come versato nella
lingua Rabbinica, e gli d per compagno il signor Tichsen Professore
a Rostoch. Del secondo egli dice, che _frequemment consult par les
tribunaux sur des controverses judiciaires dont la decision exige la
connoissance du droit actuel des Juifs, a prouv par ses consultations
imprimes, qu'aucune question de ce genre ne fui toit etrangre_. Non
negher al signor Tichsen la lode di uomo versato in questa lingua;
ma domando, che questa lode si conceda ancora al signor Malanima
chiarissimo Professore di lingue orientali nell'Accademia Pisana,
il quale non dai tribunali, ma dagli Ebrei stessi litiganti  stato
chiamato a difendere le loro cause giudiciarie; ed ha pubblicati dotti
consulti, in cui dimostra quanto profondamente egli conosca il Talmud e
gl'interpetri suoi.[74] Oltre a ci i comenti del Rabbino David Kimchi
sopra le profezie d'Isaia trasse dai codici, tradusse, e illustr
dottamente.[75] La stessa lode domando pure, che si conceda all'Ab.
Poch Genovese, che nel 1772. scriveva in Roma in lingua Rabbinica una
confutazione degli error degli Ebrei,[76] quantunque poi non l'abbia
forse condotta a fine, o almeno non l'abbia mandata in luce. Finalmente
domando la lode medesima per Biagio Ugolini nominato di sopra, il quale
nel tesoro dell'Ebraiche antichit tante prove ci ha date della sua
perizia nella lingua Rabbinica, ora illustrando nelle sue dissertazioni
gli usi di quella nazione, ora pubblicando e traducendo le opere de'
Rabbini, come ho gi detto di sopra.

Se questi scrittori fra i Cristiani illustravano cos la lingua
Rabbinica, ragion voleva, che molto pi si adoperassero di coltivarla
gli Ebrei, scrivendo in essa sopra ogni argomento. Cominciamo dai
Grammatici. Io non ho vedute le _Instituzioni Ebraiche_ di Giuda o
Leone Briel primario Rabbino di Mantova, n so se sieno scritte in
Rabbinico, o in Italiano. Ma in Rabbinico scrisse certamente Simone
Calimani la sua _Grammatica Ebraica_, che si legge al principio della
Bibbia nell'impression di Venezia del 1739. La volgarizz poi, e
in questa nuova forma la pubblic colle stampe della stessa citt
nel 1751. Alla Grammatica doveva poi succedere un lessico Ebraico
ed Italiano, che fin da quell'anno aveva cominciato a compilare: ma
quantunque lungo tempo vi faticasse non giunse a compirlo. Anche i
precetti dell'eloquenza furon dettati in questa lingua per opera di
Mos Chajm Luzzato che gli stamp in Mantova il 1727. col titolo
di _Lescn limudim_, cio _lingua dei dotti_, indirizzandoli al suo
precettore Isaa Bassani, di cui parler altrove.

Fra gli Oratori due soli ne trovo in questo secolo, e sono Biniamino
Con, e Giacobbe Saravl: giacch quantunque Abramo Con, di cui far
parola in altro luogo, appartenga a quest'epoca, i suoi ragionamenti
per intitolati _la gloria de' sapienti_, essendo impressi il
1700. appartengono al secolo precedente. Di Biniamino Con e del
Saravl abbiamo alcuni ragionamenti morali: ma quelli del secondo
principalmente non ottennero molto plauso. Maggior lode riscossero
gli Ebrei nella Poesia, o il numero si consideri di quelli, che la
coltivarono, o il lor valore. Se fra gli oratori del secolo decimottavo
non ho potato annoverare Abramo Con,[77] posso almeno collocarlo fra
i poeti. Una bella parafrasi de' Salmi abbiamo da lui in varj metri,
impressa in Venezia il 1719. col titolo di _Cheund Avram_, cio
_Sacerdozio d'Abramo_, per cui egli si merit uno de' pi onorevoli
posti nel Parnasso Rabbinico. Non meno di lui degno  di lode Israele
Biniamino Bassani Rabbino di Reggio commendato ugualmente per le
sue virt e per la sua dottrina. Ma le eleganti poesie di questo
Rabbino, che gli detter nome d'uno de' poeti migliori della sua et
fra gli Ebrei, giacciono qua e l disperse, n mai raccolte furono
unitamente.[78] Si loda altres una _Kin_, o poema lamentevole di
Giacobbe Saravl test mentovato pel funesto accidente della caduta
d'un pavimento, per cui nel 1776. rimasero in Mantova morti ad un
tratto e sepolti sessantacinque de' suoi; ed un'altra _Kin_ di Sansn
Modn in morte di Giuda o Leone Bril. Pi lunga e difficil fatica
intraprese Sabtai Chajm Marini Medico e Rabbino di Padova, che in
altrettante ottave Ebraiche tradusse la versione dell'Anguillara delle
Metamorfosi. L'original manoscritto si conserva nell'incomparabile
libreria del signor Abate de Rossi col titolo di _scir Hahhaliphth_,
cio _Canto delle mutazioni_.[79]

Niuno scrittore di storia abbiamo in questo secolo, tranne Chajm
David Azulai, che un'opera di Bibliografia pubblic in Livorno col
titolo di _scem haghedolm_, cio _Nomi de' grandi_ per le prime due
parti, e di _Vahad lachachamim, o assemblea dei dotti_ per la terza.
Essa  ripiena di ottime e non comuni notizie, essendo egli stato
uomo erudito, e possessore di parecchi pregevoli manuscritti. Anche
Sabbatai Ambron romano[80] voleva darci una Biblioteca Rabbinica, che
superasse quella del Bartolocci; ma, qual che ne sia stata la cagione,
la sua opera o non fu per lui condotta a fine, o non ha veduta la
luce. Il giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia
per opera d'Apostolo Zeno[81] gli attribuisce un'altr'opera intitolata
_Pancosmosofia_, in cui prendeva _a investigare quanto appartiene alla
scienza della fabbrica dell'universo, e di dare una nuova ipotesi del
sistema del mondo_. Ivi si dice, ch'essa era sotto il _pesatissimo
esame de' Revisori_. Il Mazzucchelli per un equivoco singolare chiam
_pesantissimo_ quell'esame, e ad esso attribu il non essere venuta
in luce. Ci  falso. Basta vedere in quel giornale il breve cenno,
che se ne d, per conoscere gli errori, di che era pieno quel libro:
onde  da credersi, che niuno stampator di Venezia, dove l'autor si
rec per pubblicarlo, fosse cos poco avveduto, che stampar lo volesse
con proprio sicuro danno. Che che sia di questo, se si considera, che
l'opera, e le sue diverse parti sono intitolate con nomi presi dal
Greco, si creder, ch'essa non era scritta in lingua Rabbinica, e che
perci non appartiene alla mia indagin presente.

Non vuolsi dunque annoverare l'Ambron tra' Filosofi, che scrissero in
questa lingua; de' quali passando ora a favellare trovo solamente Mos
Chefetz, o Gentili, come lo chiama il Giornale citato,[82] oriundo
di Trieste. Egli nel 1710. all'et di cent'anni cominci a stampare
un'opera, che ha per titolo _Melechd machascevd, opus adinventum_,
che  quasi un comento filosofico del Pentateuco, cui aggiunse pi
e diverse dissertazioni su gli attributi di Dio, su gli Angeli, su
l'anima umana, sul libero arbitrio, su i premj e le pene della vita
avvenire, e su l'anima delle bestie, spargendo ovunque non volgari
cognizioni della moderna filosofia.

Ma la parte, in cui pi si esercitaron gli Ebrei nel secolo trapassato
 quella, che riguarda l'Ebraica Religione. Cominciamo dai critici
Comentatori del sacro Testo. Non far qu parola di quei dotti Rabbini
di Mantova, Pisa, e Livorno, che si adoperarono di pubblicare ed
emendare la Bibbia del Norzi; perch di questi ho gi favellato di
sopra. Chiunque  mezzanamente instruito ne' biblici studj sa, che sia
la Masora, e quali difetti essa abbia, colpa de' copisti, ed anche
dei suoi primi autori. David Viterbo Mantovano la prese a scopo delle
sue fatiche, e sopra essa scrisse e stamp in patria il 1748. l'_Em
lammasored_, cio _Madre della Masora_, che essendo dal signor Abate
de Rossi riputata utile ai sacri Critici, niuno si vorr opporre alla
sentenza d'un giudice cos autorevole. I Treni di Geremia interpetr
Biniamino Con con un'opera, che dal lamentevole argomento del
testo intitol _Alln bacuth_, _quercia del pianto_, e con un altro
comento illustr i _Pirk avoth_, _capitoli de' Padri_, cio quella
collezione di sentenze morali degli amichi Rabbini, che porta questo
titolo. Emmanuele Riki Rabbino Ferrarese prese ad interpetrare i
Salmi con un comento cabalistico, che nel 1742. stamp in Livorno col
titolo di _Chaz Tzin_, cio _Profeta di Sion_, del quale scrittore
abbiamo ancora il _Moasseh Choscv, o opera artificiosa_, che contiene
la descrizione dell'antico Tabernacolo, e venne in luce il 1737.
co' torchj d'Amsterdam. Un comento sopra i Salmi aveva compilato
anche un altro Rabbino, cio Giosu Segre di Vercelli, che non 
impresso.[83] Non mai pubblicata parimente, e forse n pure compita 
la dilucidazione dell'Ecclesiaste, che fin dal 1772. preparava Giacobbe
Saravl Rabbino prima in Venezia sua patria, e poi in Mantova. In essa
egli si assottigliava di mostrare che la voce _Koheleth_ che porta in
fronte questo sacro libro, significa _Accademia_, e che esso consiste
tutto in un dialogo fra diverse persone.[84]

Maggior sollecitudine, come ognuno pu agevolmente immaginare,
adoperaron gli Ebrei nel combattere la santa Religion nostra, o nel
difendere i loro errori contro gli assalti de' nostri Teologi. Prese
a guerreggiar questa guerra il Rabbino di Mantova con Giuda Bril
co' suoi _Assagoth_, o _Argomenti contro i racconti degli Apostoli,
e contro gli Evangelj_. Ma quantunque il titolo sia cos generale,
l'opera per nel codice del signor de Rossi non parla che dei
diciannove primi Capitoli del Vangelo di S. Giovanni.[85] Non so, se
altri manuscritti ve ne abbia, che meglio rispondano alle promesse
del titolo: ma so per testimonianza del medesimo signor de Rossi, che
l'autore mostra un'ignoranza grande della lingua latina, quantunque
pretenda di chiamar ad esame parecchi luoghi della traduzione del sacro
Testo lasciataci in questa lingua da S. Girolamo. Non minore ignoranza
e presunzione ebbe il suo discepolo Giosu Segre di Vercelli, Rabbino
di Scandiano, che nell'arringo medesimo volle entrare coll'_Ascm
talui_, o vogliam dire _peccato del dubbio_.[86] Non contro i nostri,
ma s contro gl'increduli difese l'Ebraiche dottrine, e le sentenze
degli Ebrei Dottori Aviad Basilea Rabbino di Mantova stampando in
patria il 1730. il suo _Emund chachamim_, cio _la Fede de' Sapienti_.
Un'opera liturgica altres egli compose, facendo l'apologia del rito
ebraico della Pasqua contro il P. Carlo da Crevalcore: ma il modo,
con che ne parla il signor de Rossi, mi fa credere, che essa sia
scritta in Italiano.[87] In Ebraico bens Isacco Lampronti Medico e
primario Rabbino di Ferrara scrisse un amplissimo Dizionario su i riti
tutti quanti della sua nazione in parecchi volumi in foglio, i quali
non oltrepassano la lettera Teth. A queste voglionsi aggiugnere le
_Tephiloth_, cio uno dei libri di preghiere usate dagli Ebrei, che
Mardocheo Ventura tradusse in Francese, e stamp in Nizza il 1772.

Se poi dalle leggi, che riguardano i sacri riti facciam passaggio alle
altre ci si presentano in prima i Consulti legali e dommatici d'Isaia
Bassani Rabbino di Reggio, che formano la seconda parte dei _Todd
scelamm_ impressi in Venezia il 1741. Ed a questo scrittore voglionsi
unire eziandio Giuda o Leone Briel, che ho nominato fra i grammatici,
e Sansone Morpurgo Medico e Rabbino in Ancona, i quali ottennero in
questo genere molta lode. I Consulti legali del primo sparsi si leggono
in varj libri, e quelli del secondo vider la luce in Venezia il 1743.
col titolo di _Scemsc tzedak_, cio _Sole di giustizia_ per opera del
figlio, che gl'illustr con parecchie annotazioni. N questa  la sola
opera, che abbia meritato plauso a Sansone: ma fin dal 1704. egli aveva
stampato un comento del _Bechind olm_ da lui chiamato _Etz adahad_,
o _albero della scienza_, il quale come avverte il signor de Rossi si
annovera fra i comenti migliori di questa celebre opera morale.

Fra gl'Italiani finalmente non per nascita, ma per lungo domicilio, si
pu annoverare Zelig figlio d'Isacco chiamato Margalioth, che il 1715.
stamp in Venezia una raccolta di sue osservazioni su varj trattati
Talmudici. Ma gi abbastanza, e forse ancor troppo a lungo mi son
trattenuto tessendo questa nojosa serie di nomi, ed  ormai tempo di
percorrere un pi vasto campo, e meno ingrato.




                          _Della lingua greca.
                             Grammatici._

                              ~CAPO~ VII.


La Greca lingua deve, siccome io credo, la sua prima origine
all'Ebraica, e perci dopo aver parlato di questa, e delle altre due,
che da lei non si possono separare, debbo ora parlar di lei. Confesso,
che altre lingue vi sono fra le Orientali molto affini all'Ebraica,
le quali parr forse ad alcuno, che dovessero precedere. Ma la Greca
 madre della Latina, la quale cos prossimamente ci appartiene, che
fo quasi a me stesso un rimprovero d'aver fin qu differito a farne
parola. Che la lingua Greca nasca dall'Ebraica, come ho detto,  per
mio avviso opinione sicura, cui l'abuso delle etimologie fatto da
alcuni per confermarla, non deve togliere il credito. Il P. Ogerio
Carmelitano ha difesa questa opinione con una operetta, che ha per
titolo: _Graeca, et Latina lingua Hebraizantes, seu de Graecae, et
Latinae linguae cum Hebraica affinitate libellus, cui accedit brevis
tractatus de linguae Italicae Hebraismis. Venetiis typis Sebastiani
Coleti._ 1764. _in_ 8. Esamina egli in primo luogo la quistione gi
da molti agitata, se la lingua Ebraica sia la lingua primitiva che
parlarono Abramo, e No, sulla quale io non mi tratterr, bastandomi
il dire, che non porta nuovi argomenti, e solamente quelli indicati
da altri raccoglie con diligenza, e talvolta li estende pi che
non si era fatto prima di lui. Ci che sopra tutto richiede il mio
discorso  la derivazione della lingua Greca dall'Ebraica. Egli la
prova principalmente coll'addurre oltre a quattrocento parole Greche
simili di suono ad altrettante Ebraiche d'uguale o affine significato;
e questo numero si potrebbe senza fatica accrescer molto. So che
il Lennep il Valckenaer e lo Scheid[88] sommi Grecisti condannano
altamente s fatte derivazioni, tranne poche voci d'arti, erbe, piante,
che introdusse il commercio. A me rincresce dovermi opporre a tre
cos solenni maestri; ma da una parte l'indole del mio ragionamento
mi costringe ad esporre il mio avviso, qualunque esso sia; e per
l'altra mi conforta alquanto il vedere, che a questo loro divisamento
 contrario ancora il Fischer,[89] sommo Grecista egli pure. Essi
vogliono, che le vere radici di una lingua siano verbi solamente; il
che a mio giudizio si pu negare. Suppongono in secondo luogo, che
in principio, quando si form la lingua Greca, gli uomini sceglier
dovessero le voci pi semplici,[90] e che perci i verbi radicali
fossero di due, tre, o quattro lettere, o al pi di cinque.[91] Ma per
ammetter ci converrebbe supporre, che i primi uomini fossero nati in
Grecia, e fossero senza uso di verun linguaggio, nel qual caso le prime
voci da essi adoperate sarebbono state semplicissime. Or sappiamo dalla
Storia Mosaica, che il fatto and altramente. I discendenti di No
andarono ad abitare quelle contrade parlando una lingua, qualunque essa
fosse, che col volger degli anni si deve essere alterata in modo, che
si  formata la Greca. Vedo in questa molte voci simili all'Ebraiche,
ed a ragion ne deduco, che quella prima lingua era l'Ebraica, o affine
all'Ebraica. Egli  vero che la somiglianza di qualche voce d'una
lingua con quelle d'un altra non  un sicuro indizio, che le une
provengano dall'altre, e il caso pu produrre ci facilmente. Se per
quella somiglianza  in molte voci, e la tradizione storica mostra
probabile, che una lingua provenga dall'altra, allora non posso non
riconoscere s fatta derivazione, se non di tutte almeno di molte.

Ma torniamo all'opera del P. Ogerio. Egli ha voluto evitare le accuse,
che si danno al Martini pel suo Cadmus Graeco-Phoenix, e perci  stato
parco anzi che no nelle sue etimologie; onde contento di registrar
quelle, che quasi spontanee ci presenta il confronto delle due lingue
ne ha trascurate molte altre, che richiedevano qualche maggiore
indagine. Sono per alcune, che a me sembrano immeritevoli d'esser
da lui dimenticate. Ne dar pochissimi esempj. *At* noxa, peccatum,
ed Ate Dea celebre, presso Omero, e il verbo *ata* _noceo_ vengono
da *at*, che significa lo stesso. Ma io vedo in Ebraico #chat#,
che significa _peccavit_, _peccatum_, _peccator_ secondo i diversi
punti, e nella conjugazione Hiphil #hichtia#, _peccare fecit_, _ad
peccandum induxit_. Vedo che Arabo, come in Siriaco #chat# significano
pure _peccavit_. La somiglianza di queste due voci Araba, e Siriaca,
coll'Ebraica mi obbliga a credere, che esse vengano da questa; e non
dovr poi credere che ne provenga *at* co' suoi derivati *aat*,
*at*, ec.? Manca in Greco l'aspirazione, che si vede in quell'altre
lingue; ma  probabile che anticamente vi fosse, e si scrivesse *Ngat*
col digamma Eolico. So che l'Heyne dottissimo Grecista non ve lo
riconosce nel catalogo delle voci Omeriche dotate del digamma.[92] Ma
egli ammette questa aspirazione solamente, dove la richiedono certe
regole da lui stabilite. Ora non ostante l'alta venerazione, che io
ho per un uomo cos grande, credo che mi sia concesso di dire, che
quelle sue regole non sono abbastanza sicure, perch (tralasciando
altre ragioni) l'escludono da alcune parole, le quali per testimonianza
di Dionisio d'Alicarnasso l'avevano.[93] Che *at*, ed *at* avessero
digamma lo mostra la parola *ayat*, che leggiamo due volte in
Pindaro,[94] e sono d'avviso, che lo mostri il verbo *apata* co' suoi
derivati, il quale a me pare che venga da *at*, *ata*, piuttosto
che da un supposto verbo *ap* come vorrebbe il Lennep. Osservo,
che il citato verbo Arabo presenta, ancora un'idea di moto, onde
l'Erpenio[95] lo traduce _lapsus est_ che vuol dire ugualmente _cadde_,
e _cadde in qualche fallo_; il qual significato pare che abbia ancora
il verbo Ebraico. N diverso forse l'aveva il Greco, che nell'attivo
si potrebbe tradurre _fo cadere altri in qualche fallo, o in qualche
sventura_, cio _nuoccio_, e quindi nel medio _cado in qualche fallo,
o sventura_. *Aasamn*.... *periepeson* (*at*) dice Esichio. Anche i
pronomi potevano aver luogo nell'opera del P. Ogerio. Lo Scheid[96]
porta opinione che il pronome *eg* anticamente si dicesse *en*, che 
la voce Siriaca, e viene dall'Ebraico #an#. Ma lasciando star questo,
almeno il duale *ni*, _nos_ viene da #anu#. *Ty* conservato nel
dialetto Dorico, e nel latino _tu_ era probabilmente il vero pronome
antico, e pare derivato da #at#. Il pronome della terza persona *hou*,
*oi*, *he* anticamente aveva per Nominativo *hi*,[97] che aver dee la
stessa origine. In fatti che cosa  in Ebraico la formativa Jod della
terza persona del futuro, se non il pronome della stessa persona, come
l'Aleph, e il Nun sono quelli della prima persona nel singolare, e nel
plurale, e il Thau della seconda? Cos parecchie altre etimologie si
potrebbono aggiugnere, e non poche ne ho aggiunte nelle margini del mio
esemplare fino dal primo momento, che l'ebbi in dono dall'umanissimo
e dottissimo signor Cavaliere Jacopo Morelli ora defunto con danno
gravissimo de' buoni studj. Ora se di queste voci si vogliono assegnare
altre etimologie derivate dalla lingua Greca convien supporre assai
volte verbi, ch'essa non ebbe mai, o da quelli, che ebbe, ed ha, trarle
forzatamente, mentre derivar si possono dall'Ebraica con certa naturale
spontaneit, che concilia persuasione. All'Ebraica ho unita l'Araba,
e la Siriaca non per fare vana pompa d'un'erudizion, che non ho, ma
perch ho creduto, che quegli esempj qualche peso accrescessero alle
mie asserzioni. Siccome poi parecchie etimologie si possono aggiugnere
al catalogo del P. Ogerio, cos se ne debbono levare alcune, e quelle
principalmente, che egli trae da' futuri Ebraici. Essi hanno le lettere
dai Grammatici chiamate preformanti, che essendo veri pronomi personali
non possono far parte dei derivati.

Alla storia ed alla etimologia egli aggiunge certe propriet di lingua,
che nel Greco, e nell'Ebraico s'incontrano ugualmente, e la somiglianza
del nome e della figura delle lettere dell'Alfabeto. Ma riguardo alle
propriet della lingua avrebbe potuto annoverarne pi altre, che ha
trascurate, come l'uso del verbo medio nel Greco, il quale suole
esprimere in qualche modo il ritorno dell'azione nell'agente, il che
spesso accade pure nella conjugazione Hithpahel dell'Ebraico; oltre
a molti idiotismi, per cui i sacri scrittori del nuovo Testamento
sovente sono contro ragione accusati d'Ebraismo, quando que' modi
di dire sono proprj delle due lingue, siccome da altri gi  stato
avvertito. Riguardo poi ai nomi, ed alla figura delle lettere Greche
nulla dice oltre a quello, che aveva detto il Bianconi.

Dell'etimologia si serve il P. Ogerio per mostrare la derivazione
della lingua Latina dall'Ebraica, registrando molte voci, che sono
simili nelle due lingue. Anzi le parole latine da lui notate vincono
di numero le Greche, perch gli  piaciuto (n si vede la ragione)
d'annoverarne molte, che sono Greche manifestamente; per esempio
_aratrum_, _arceo_, _aspis_, _astrum_, _asylum_, _aula_ ec. Queste
tutte si debbon togliere, con molte altre, che vengon pure dal Greco,
ma non cos direttamente: per esempio _aestas_ da *aith*, preterito
perfetto passivo *histai*, _albus_ da *alphos*, _annus_ da *henos*
onde *hennos*, _vetus_, ec. Si debbon toglier le parole introdotte ne'
bassi tempi, come _abbas_, _cabala_, _celtis_, _cherubim_, _cifra_ ec.
ed i termini d'arti. Diminuito cos di molto quel catalogo non far
maraviglia il vedere, che le rimanenti voci siano simili all'Ebraiche,
ove si considerino, che la lingua latina vien dalla Greca, o per meglio
dire l'antichissima lingua, che si parlava una volta nel Lazio era la
stessa, che antichissimamente si parlava nella Grecia;[98] laonde se
la lingua Greca aveva molte parole simili all'Ebraiche debbono esserne
restate alcune ancora nella latina. Rimarrebbe a parlare dell'appendice
dell'opera, in cui si registrano gli Ebraismi della lingua Italiana.
Questi per son pochi; e se si fanno le detrazioni, che abbiamo
indicate per la latina ne resta cos scarso numero, che vuolsi
disprezzare.[99]

Ma troppo lungamente forse mi son trattenuto intorno a quest'opera,
ed  ormai tempo di far passaggio agli altri scrittori di cose
grammaticali. E dovrei cominciare da quella del Marchese Maffei
intitolata, _litterarum Graecarum potestas et affectiones_, che si
vuole stampata in Verona il 1716. o 1726. La pone il P. Zaccaria nel
catalogo delle sue opere affidato all'asserzione del P. Reiffemberg, ma
confessa di non averla veduta. Io n pur l'ho veduta, e non trovandola
nell'edizion generale delle sue opere dubito che sia supposta.

La lingua Greca ne' primi suoi elementi presenta quistioni difficili
ed opinioni diverse, e ciascuna parte crede d'aver ragione, e chiama
ostinati i suoi avversarj. Si quistiona dunque sul modo di pronunziare
certe lettere, e i dittonghi, e se si debba leggere secondo gli
accenti, o secondo la quantit. I Greci moderni tutti leggono e
pronunziano in un modo, ed una parte degli altri coltivatori di questa
lingua in un modo diverso introdotto, o rinnovato da Erasmo. A me
non appartiene di decidere la questione, e questo non ne sarebbe il
luogo; onde per esser pi rigorosamente neutrale chiamer le due parti
_Greci moderni_, ed _Erasmiani_. La questione fu a lungo discussa
ne' secoli passati, e si  di nuovo trattata nel decimottavo. Il P.
Piacentini Monaco Basiliano di Grotta ferrata difese la causa dei
Greci moderni;[100] al quale avendo risposto un Gesuita Tedesco[101]
replic il Piacentini[102] e nel tempo stesso il P. Velasti Gesuita
di Scio, che si potrebbe quasi dire Italiano, perch nacque da una
colonia Ligure gi da gran tempo stabilita in quell'Isola.[103] La
loro causa parimente sostenne in questi ultimi anni il Sig. Pietro
Pasqualoni professore di questa lingua in Roma.[104] Al contrario nella
_Storia Letteraria_ d'Italia del P. Zaccaria T. 5. p. 1. 26. Si legge
un bell'estratto dell'opera del Velasti, che credo esser fatica del P.
Gabardi, dove la controversia brevemente si descrive, e molte forti
objezioni si fanno contro gli argomenti (per altro dotti ed ingegnosi)
di quell'autore. Il Velasti  a parer mio il miglior difensore di
quella causa fra quanti ne furono prima di lui, n altri poi per molti
anni l'ha non dir vinto, ma n pur uguagliato.[105] Egli per, e
molto pi il Piacentini, e il Pasqualoni evitano accortamente certe
obiezioni pi difficili a sciogliersi, che altri hanno mosse contro
alla lor sentenza. Ne recher due soli esempj. Par certo, che l'** si
pronunciasse E lungo non I, come ora fanno i Greci. Fra gli argomenti
diversi, che si adducono a provar ci ha molta forza per mio avviso
l'osservazione, che anticamente la lettera *E* serviva ugualmente
per l'E breve, e per quella vocale, che poi fu espressa coll'**. Or
se si usava scrivendo la stessa lettera pare, che si dovesse usare
leggendo lo stesso suono, o almeno simile molto, cio un E lungo come
dicono gli Erasmiani. Era forse un E stretto, talch col progresso
del tempo alterandosi, come suole accadere, la pronunzia si sar
cambiato finalmente in I. L'altro esempio, che mi piace di portare
spetta all'uso di pronunziare secondo gli accenti, non secondo la
quantit delle sillabe. E' certo che gli antichi pronunziando avevano
riguardo ai primi e alla seconda nel tempo stesso. E' certo altres,
che i diversi accenti si esprimevano diversamente, alzando la voce
per l'acuto, abbassandola pel grave, e prendendo un tuono medio pel
circonflesso. N questa  una congettura d'Erasmo, o de' suoi seguaci,
ma un insegnamento di Porfirio, e d'altri antichi.[106] Pare ci
impossibile ai seguaci de' Greci moderni, perch quest'alternativa di
varj suoni avrebbe fatta del Greco linguaggio una specie di musica:
convien per credere cos, perch questo appunto dice Porfirio ed altri
con lui.[107] Or questo alzamento e abbassamento di voce non s'insegna
dai citati scrittori, i quali tutti gli accenti esprimono nel modo
stesso. Queste ed altrettali osservazioni dovevano dal Piacentini dal
Velasti e dal Pasqualoni esser esaminate. Siccome poi l'ultimo vuole,
che dalla varia collocazione degli accenti provenga l'armonia nella
Greca lingua, avrei volute, a che ci desse le regole di questa sua
armonia nella prosa, e nelle varie qualit di versi, recando anche
gli esempj degli scrittori a conferma delle medesime. Certo , che
Aristotele, Dionisio d'Alicarnasso, e Longino[108] fanno consistere
l'armonia nei piedi cio nella quantit delle sillabe, e punto non
parlano degli accenti. Non  poi di questo luogo l'esaminare, se alcuna
cosa rimanga a desiderare dagli Erasmiani, quando difendono la propria
causa; perch niuno m' avvenuto di trovarne fra gl'Italiani nel secolo
decimottavo, il quale abbia fatto ci di proposito, e minutamente.

Mentre questi scrittori disputavano intorno al modo di pronunziare,
il Sisti insegnava a leggere la intralciata scrittura de' codici
Greci. Sono essi pieni di nessi, e di abbreviature difficili, e spesso
ancora impossibili a intendersi per coloro, che non v'abbiano fatta
molta pratica. Egli perci pubblic un _indirizzo per la lettura Greca
dalla sua oscurit rischiarata_,[109] dove di ci e delle sigle note e
monogrammi parla diffusamente per appianare le difficolt tutte, che
nel leggere i manoscritti antichi s'incontrano. Sono per d'avviso
che il miglior mezzo sia l'esercitarsi molto sui manoscritti stessi
per acquistare la necessaria esperienza. Finalmente vuolsi ricordare
una dissertazione tuttavia inedita di Giacomo Martorelli _de origine
Graecarum litterarum_, seu *soichein*[110] Di quella del Bianconi, che
in parte tratta ancora di questo argomento, ho gi parlato di sopra.

Alla Grammatica appartiene ancora una gran parte de' prolegomeni, che
il chiarissimo signor Principe di Torremuzza ha premessi alla sua
bell'opera delle inscrizioni della Sicilia.[111] In essi egli tratta
de' Greci dialetti de' Siciliani, della loro paleografia Greca, e
dei nessi, che si vedono ne' monumenti della Sicilia e della loro
antichit. Nelle quali erudite disquisizioni si mostra non meno dotto
antiquario, che profondo Grecista.

Molte son le Grammatiche, che han veduta la luce in Italia nel passato
secolo, delle quali per nominer quelle solamente, che per qualche
pregio particolare debbono esser distinte. Nella Storia letteraria
d'Italia del P. Zaccaria[112] si fa menzione d'un'_eccellente Greca
Grammatica_ del P. Gennaro Sancez de Luna della compagnia di Ges
stampata in Napoli il 1751. _con molto giudizio condotta a norma della
latina, che volgarmente dicesi dell'Alvaro_. Io non l'ho veduta, ma le
parole qu recate mi fanno credere, che buona sia o almeno che buono
siane il metodo. N mi muovono in contrario quell'altre parole ivi
aggiunte, che l'autore _va un p per le lunghe_, perch niuna via breve
io conosco, tranne il tacere molte cose utili, e ancor necessarie,
come il pi de' Grammatici fanno. Da che ne viene poi che si studia
questa lingua per non impararla mai. Quindi dubito forte che il _breve
metodo per facilmente apprendere la lingua Greca_ d'un'altro Gesuita,
cio del P. Michele del Bono[113] non abbia forse quell'utilit che
egli si sar proposta. Ma non posso darne certo giudizio, perch n
pur questa ho letta. Anche il Sisti insegn un breve metodo, e come
per la lingua Ebraica, cos per la Greca addit una via cortissima
per impararla in poche lezioni.[114] Ma intorno alla sua grammatica
credo inutile il diffondermi, bastando il dire che ha i pregj, ed i
difetti medesimi dell'Ebraica. Molto dal Sisti dissentiva il Cocchi, e
se quegli racchiuse i suoi precetti in quattro lezioni questi voleva
estenderli in cento, di che scrisse una lettera, che non essendo
impressa baster d'averla solamente indicata.[115] Commendabile in
molte cose  la Grammatica pubblicata ad uso del Seminario di Padova,
che si attribuisce a Jacopo Facciolati, e molto  adoperata nelle
scuole d'Italia.[116] In essa si hanno tutte le principali regole
intorno alle diverse parti dell'orazione con molta chiarezza esposte, e
buon metodo. Ottimo  stato il consiglio di disporre i tempi de' verbi
non nell'ordine naturale, come nelle precedenti Grammatiche si faceva,
ma con quello secondo il quale si generano; onde nell'attivo, e nel
medio all'imperfetto succede l'aoristo secondo, il futuro secondo, il
futuro primo, l'aoristo primo, il preterito perfetto, e finalmente il
pi che perfetto, e nel passivo al futuro secondo succede il perfetto,
il pi che perfetto, il futuro prossimo, l'aoristo primo, e il futuro
primo. Ottimo pure  stato il consiglio di porre in fine le regole
de' dialetti dove ad ogni caso de' nomi, e de' pronomi, e ad ogni
persona de' verbi si vede aggiunta la corrispondente propriet d'ogni
dialetto. Solamente sarebbe stata opportuna una maggiore abbondanza
riguardo a questi, come pure riguardo ai verbi anomali, dei quali
alcuni si tralasciono, e d'altri si tacciono alcuni tempi, che sono in
uso. Ma ci che soprattutto  difettoso  il trattato della sintassi,
il quale  esposto con metodo non lodevole, ed  mancante di molte
cose necessarie. Poco vi si dice delle preposizioni, pochissimo delle
congiunzioni, nulla del vario significato dei tempi de' verbi, le quali
cose tutte domandavano lungo e diligente discorso. Che dir poi del
verbo medio? Da che il Kustero ha mostrato qual sia di questo verbo
il vero significato, da che gl'insegnamenti del Kustero sono stati da
parecchi altri dotti Grecisti confermati, e illustrati, non si vorrebbe
ora sentir ripetere, che esso ha significato attivo, e passivo, e nulla
pi. N  da riprendersi meno il trattato della prosodia, il quale pure
 mancante, e le sue regole alcuna volta sono fallaci.

Assai migliore  la Grammatica del P. Antognoli delle Scuole Pie,[117]
che sventuratamente  divenuta rara molto. Segue essa il metodo del
Facciolati riguardo ai verbi ed ai dialetti, ma in tutte le sue parti
 pi ampia, e la sintassi, se non  completa,  almeno discretamente
trattata. Anche il Seminario di Catania ha una lodevol Grammatica in
due parti divisa.[118] Non si  qu dimenticata la sintassi, ma dopo
averne dato un saggio pi breve nella prima parte pe' comincianti, pi
diffusamente se ne tratta nella seconda, che  destinata a una classe
superiore. Bramerei per un metodo migliore. Qu ad imitazione della
Grammatica dell'Hulevvicz[119] dopo aver date le regole relative a
una parte dell'orazione si fan succedere quelle della sintassi della
medesima; cos dopo aver insegnate le declinazioni de' nomi si spiega
la loro sintassi, la sintassi de' verbi viene immediatamente dopo le
conjugazioni, e cos si dica dell'altre parti. Il che non so quanto
possa essere utile. L'esperienza c'insegna, che il metodo comunemente
adoperato nelle Grammatiche Latine  utile molto a' giovanetti,
che danno opera alla lingua Latina, e il metodo stesso sarebbe di
gran vantaggio a coloro, che si applicano alla Greca. Si  forse
fino ad ora trascurato di usarlo, perch da molti si stima inutile
d'esercitar gli scolari nello scrivere in Greco. Tale in fatti era
l'opinione dell'Ernesti, che volendo pubblicare una nuova edizione
del Lessico dell'Hederico voleva toglierne quella parte, che ivi 
chiamata sintetica, cio quella che serve a tradurre dal Latino in
Greco. Egli aveva osservato, che molti giovani nelle scuole scrivevano
pessimamente in Greco; talch le loro cose o non erano da lui intese,
o gli eccitavano il riso.[120] Quindi avrebbe voluto, che i supremi
moderatori delle scuole vietassero severamente ai maestri d'esercitare
la giovent nello scriver Greco. Io, a dir vero, ne avrei dedotta una
conseguenza affatto opposta, cio che gli esercitassero molto. Certo 
che il signor Villoison, il giudizio del quale niuno vorr disprezzare,
diceva: _J'ai fait autrefois, sans la moindre prtention une foule de
vers Latins, et surtout de vers Grecs, non pour tre pote dans ces
langues mais pour entendre les potes qu les ont parles. Je crois,
messieurs, qu'il faut avoir beaucoup ecrit dans une langue pour pouvoir
en acquerir la parfaite intelligence._[121]

Ma torniamo alla Grammatica di Catania. Due mancanze gravissime sono in
essa, cio de' dialetti, e della prosodia. De' primi se ne d un breve
cenno affatto inutile, e della seconda si dice, che si  giudicato
non parlarne punto, anzi che darne un compendio, e che non molto essa
giova a intendere i poeti. Quanto sia necessario d'essere instruiti
negli uni, e nell'altra lo vede ognuno, che abbia qualche cognizione di
questa lingua, n  necessario che io prenda a provarlo.

Finalmente debbo rammentare la Grammatica del Signor Mazzarella
Farao,[122] sulla quale per non far molto lungo discorso. In questa
non si fa verun uso degli accenti; laonde pu servire a quelli
solamente, che tanto ne son nemici, che n pure gli vogliono adoperare
scrivendo, i quali per non sono molti. Del rimanente essa  accurata,
e se lo stile fosse meno verboso e pi castigato, potrebbe loro esser
utile.

Alle istituzioni grammaticali debbono succedere i trattati sulla
prosodia. Il signor Becucci ne ha parlato a lungo,[123] e lo ha fatto
con diligenza e chiarezza somma, e cos esattamente, che (ove si
eccettui l'Hermanno) egli ha superati quanti sono scrittori di questo
argomento.

Niun Lessico nuovo possiamo vantare in quest'epoca, ma i Lessici altrui
si sono pubblicati novellamente in maniera che meritano ricordanza.
Tali sono le nuove impressioni dello Schrevelio, e dell'Hederico, che
dobbiamo ambedue al non mai lodato abbastanza Seminario di Padova.
Lo Schrevelio fu pubblicato con accrescimenti considerabili dal
Facciolati[124] che avr voluto provvedere ai principianti, i quali
facilmente s'imbarazzano nell'_investigare il tema_, e perdono il
coraggio. Ma quel Lessico  pericoloso, perch fomenta la pigrizia
de' giovani, e perci ne ritarda il profitto, onde io non so bene se
dobbiamo esser grati all'editore. Molto pi util cosa fece quegli, che
di nuovo dette in luce il Lessico dell'Hederico con le emendazioni e
gli aumenti del Patrick, e dell'Ernesti.[125] A me non  avvenuto di
riscontrare in questa impressione veruna aggiunta o ammenda: anzi
qualche errore delle impressioni precedenti  qu copiato fedelmente.
Era per facile di aggiugnere nuove voci, o nuovi significati: e
bastava dir quasi aprire a caso qualunque greco scrittore e si sarebbe
offerta spontanea la messe. Tanto sono manchevoli i Lessici tutti
quanti. Dicesi che i dotti Direttori di quel Seminario abbiano in
animo di ristampare quel Lessico con pi altre aggiunte, il che sar
un nuovo benefizio, che essi faranno alla Repubblica delle lettere. Ma
se potessi sperare, che un mio desiderio giungesse fino a loro vorrei
pregarli, che facessero anche pi. Il Lessico dell'Hederico ha un
difetto grande, cio la mancanza degli esempj. Gli esempj mostrano,
come si costruiscano i verbi, e molte altre voci, che richiedono
speciale osservanza, quali modi reggano certe congiunzioni ec. Gli
stessi significati assai volte meglio s'intendono se vi sono uniti gli
esempj. Il Facciolati nell'aumentare tanto il Dizionario del Calepino,
e il Forcellini nell'aureo suo Lessico Latino, se avessero lasciati
gli esempj quanto tenue sarebbe stata l'utilit della loro grande
impresa! Ma limitando ora le nostre considerazioni a pi piccolo, ma
sempre utile oggetto, i giovani, che danno opera alle latine lettere
usano il Dizionario del Pasini. Or qual profitto farebbono essi, se a
questo si togliessero gli esempj, n s'indicassero i casi, co' quali
i verbi si debbono costruire? Scarsissimo a mio giudizio. Perch non
si dee lo stesso dire de' Greci Lessici? Qual motivo v'ha per togliere
tanto vantaggio nell'insegnamento d'una lingua pi difficile per la
sua ampiezza, e per la sua variet, nell'imparar la quale mancano
molti di quei comodi, che nella lingua latina si hanno? L'impresa
 faticosa, lo confesso; ma il pensiero di giovare alla giovent 
un gran sollievo nella fatica. Oltre a ci molti ajuti si avrebbono
per togliere una parte grandissima della fatica. I Lessici generali
d'Enrico Stefano, del Costantini, ed ora dello Schneider, i Lessici
particolari, come quello di Senofonte del Thieme e Sturz, d'Omero e
Pindaro del Damm, gl'indici di cui son corredate parecchie edizioni dei
Classici, come d'Euripide, di Tucidide, di Dione Cassio, di Polibio,
degli Oratori Greci, ed altri somministrano molti materiali. Abbia
finalmente l'Italia la gloria d'aver dato un Lessico in questa forma,
e l'abbia dal Seminario di Padova, cui da molti anni tanto debbono i
buoni studj per molte ammirabili, e dottissime imprese. Vie maggiore
utilit apporterebbe ancora il ristampare lo Scapula. Una nuova
impressione se n' fatta test in Inghilterra di molta spesa, la quale,
per questo appunto non pu comprarsi da' giovani studiosi. Ma torniamo
all'argomento.

Ai Lessici generali della Lingua Greca si vogliono unire quei
particolari delle radici, e delle sigle. Si quistiona quante, e quali
siano le vere radici; ma a me non appartiene l'entrare in questo esame,
giacch non si  trattata in Italia s fatta questione. Chi fra noi ha
compilato un Lessico delle radici  stato sollecito di giovare alla
giovent studiosa, ed a imitazione di ci che in Francia aveva fatto il
Lancelot ha raccolte tutte quelle, che comunemente si chiamano radici,
e le ha poste in versi coi loro significati, affinch il verso e la
rima agevoli l'impararle a memoria.[126] Pi erudito scopo hanno preso
i raccoglitori delle sigle, che nelle inscrizioni si trovano, e nelle
monete. Il Marchese Maffei pu dirsi il primo, che raccogliesse, e
interpetrasse le sigle delle inscrizioni Greche[127] e a lui poco dopo
successe il P. Corsini delle Scuole Pie, che non solo dalle lapidi,
come il Maffei aveva fatto, ma ancora dalle monete le ricav[128]. Pi
copiosa collezione ne fece poi il P. Piacentini, che dal P. Cardoni fu
stampata dopo la sua morte.[129] Anch'esso per fu superato dall'Ab.
Andrea Rubbi, il quale nel suo Dizionario d'antichit ad ogni lettera
dell'Alfabeto aggiunge le Greche sigle, e le Latine.[130] Dir ora
delle prime solamente, riserbandomi a parlare delle seconde altrove.
Pone in prima quelle del Maffei, indi le sue moltissime, e finalmente
d il catalogo delle Citt libere, di cui abbiamo medaglie, i nomi
delle quali essendo assai volte espressi colle sole lettere iniziali
accrescono il novero delle sigle, che per le sue cure  giunto ormai
a un grado altissimo di perfezione. Era a desiderarsi, che egli non
si stancasse nel continuare quest'opera utile, da cui sommo lustro
avrebbono ricevuto le parti tutte dell'antiquaria. Ma sventuratamente
la sua morte ce ne ha tolta la speranza.

NOTE:

[70] _Ratio institutioque addiscendae linguae Chaldaicae, Rabbinicae,
Talmudicae cum singularum dialectorum etiam Latinitate donatis
ec. Accedit Peregrinatio Patachiae cum interpetratione latina, et
adnotationibus. Patavii 1750. in 4. _Lexicon Chaldaico-Rabbinicum
cum Rabbinorum abbreviaturis. Accedit disputatio de Targumim ec. et
historia qudam a Rabbino Abrahamo Majemonide ex lingua Arabica in
Hebraicam Rabbinicam translata. Ad usum Sem. Pat. Patavii_ 1747.

[71] Parimente nel Lessico alla facc. 595. alla v. #ra'av# nel primo
esempio si legge per errore #ri'ha# invece di #iera# perch il Buxtorf
nello stesso esempio ha lo stesso error tipografico.

[72] Part. I. col. 311. et 401.

[73] _Rabbi Immanuelis filii Salomonis scholta in selecta loca
psalmorum ex inedito eorum commentario decerpta et latine versa.
Parmae_ 1806. in 8. _Lexicon hebraicum selectum, quo ex antiquo et
inedito R. Parchonis Lexico novas ac diversas rariorum ac difficiliorum
vocum significationes sistit. A. B. de Rossi Parmae_ 1805. in 8.

[74] _Voto per la verit nella Liburnen. Emphyteuseos quoad jus
succedendi pendente in grado di appello avanti gl'Illustrissimi Signori
Consoli di Mare di Pisa, fra i signori fratelli Moscato Ebrei da una
parte, e i signori Giuseppe Pizzotti ec. dall'altra parte. Livorno_
1787. in fol. Sotto nome di Rabbi Samuel Ozia  nascosto il signor
Malanima. Un altro simil voto aveva egli apprestato in occasione di
certa legge, che si voleva far contro al lusso dal Sinedrio di Livorno.
Ma l'affare fu poi sopito prima che il voto venisse in luce.

[75] _Rab. Davidis Kimchi commentarii in Isaiam Prophetam, quos ex
Hebraeo in latinum sermonem vertebat notulisque illustrabat Caesar
Malanimaeus J. U. D. Praeter nonnullas confutationes Jeudaicorum
errorum inserta est post v._ 15. _Cap._ 7. _diatriba in explicationem
totius prophetiae ile partu virgineo. Florentiae_ 1774. in 4. Con
questo libro il signor Malanima ha mostrato quanto bene posseda le
lingue Ebraica Rabbinica ed Araba, di che d ottima testimonianza
nelle brevi ma dotte annotazioni. Cos avesse egli avuti maggiori
incoraggiamenti, e quindi ci avesse dati i comenti dello stesso Rabbino
sopra Geremia ed Ezechiele, essendo questi assai utili a ben penetrare
l'indole della lingua Ebraica, ed a spiegare pi, e diverse cose oscure
di quei profeti.

[76] _Bjoernens. Lett._ T. 5. p. 35.

[77] Il Mazzuchelli lo chiama _Abramo Sacerdote_, cio esprime in
nostra lingua il significato del cognome, il che non si deve approvare,
dovendosi dare i cognomi, come sono, non tradurli.

[78] Il Mazzuchelli ricorda solamente le sue _Ottave Ebraiche colla
versione Italiana all'A. S. di Francesco III. Duca di Modena ec.
umiliate per il suo felicissimo ritorno ne' suoi Serenissimi Stati.
Venezia, nello Stamp. Bragadina_ 1750. _in f._

[79] _MSS. Cod. Hebr. Bibl. de Rossi_ T. 3. _Cod._ 1110.

[80] Il Mazzuchelli chiama questo scrittore Sabbato Ambroni.

[81] T. 2. p. 521. 524.

[82] Ivi in fine.

[83] De Rossi Diz. degli Aut. Ebr. T. 2. p. 125.

[84] Bjoernstahel Lett. de' suoi Viaggi T. 3. p. 210.

[85] De Rossi _Codd. MSS_. T. 3. n. 1202. Pare che il Bril abbia
scritte ancora alcune cose sulla Scrittura sacra, le quali non sono
note. Si veda de Rossi _Diz. degli Aut. Ebr._ T. 1. p. 75. Quelle da
lui composte in lingua Italiana non appartengono al mio argomento.

[86] _De Rossi Codd. MSS._ T. 3. n. 1271. e _Diz. degli Aut. Ebr._ T.
2. p. 125.

[87] _Diz. degli Aut. Ebr._ T. 1. p. 62.

[88] _I. D. a Lennep Etymologicum linguae Graecae. Trajecti ad Rhenum_
1790. T. 2. _in_ 8. _L. C. Valchenaerii observationes academicae,
quibus via munitur ad origines Graecas investigandas lexicorumque
defectus resarciendos, et Io. Dan. a Lenep praelectiones academicae da
analogia linguae Graecae ec. recensuit, suasque animadversiones adjecit
Ev. Scheidius. ib. eod. Anno._

[89] _Animadv. ad Velleri Gramm._ Si aggiunga l'Hermanno _de emend.
rat. Gr. Gramm._

[90] Valckenaer luog. cit. Obs. VIII.

[91] Id. Obs. V. VI. Il Lennep per vuole, che i verbi di cinque
lettere sieno tutti derivati.

[92] Nella sua edizione dell'Iliad. T. 7.

[93] T. 1. p. 16. edit Lips. 1691.

[94] Pyth. 2. 53: 3. 42. inopportunamente corretto dall'Heyne.

[95] _Gramm. Arab._ p. 447.

[96] Animadv. in Lenn. p. 285.

[97] Scheid. ivi p. 501.

[98] Dion. Halicar. lib. 1. cap. 90. Quintil. Instit. Orat. lib. 1.
cap. 6.

[99] Il P. Ogerio scrisse ancora una dissertazione intorno ai motivi,
per cui la lingua latina si corruppe pi presto della Greca, e la
stamp nel giornale di Berna; ma siccome non l'ho veduta nulla ne posso
dire.

[100] _Epitome Graecae Palaeographiae et de recta Graeci sermonis
pronunciatione Dissertatio. Romae Typis Io. Mariae Salvioni_ 1735. _in_
4.

[101] _Mitisbi Sarpedonii_ (Il P. Federigo Reiffemberg della Compagnia
di Ges) _de vera Atticorum pronunciatione dissertatio, qua ostenditur
quam longe hodierna Graecorum pronunciatio a veteri discesserit. Romae
ex Typog. Hieronymi Mainardi_ 1750. _in_ 4.

[102] _Commentarium Graecae pronunciationis. Romae_, 1751. _in_ 4.

[103] _Thomae Stanislai Velasti Soc. Iesu Dissertatio de litterarum
Graecarum pronunciatione. Romae_ 1751. _in_ 4.

[104] Nella pref. alla sua traduzione dei _sette in Tebe tragedia
d'Eschilo. Vinegia_ 1794. _in_ 8.

[105] Ho detto _per molti anni_, perch recentemente l'ha superato il
Sig. Anastasio Giorgiade, che nel 1812 stamp a Parigi una dotta ed
erudita apologia della pronunzia de' Greci moderni.

[106] Presso il Villoison Anecd. gr. p. 109. Si veda anche lo stesso
Villoison. _Prol. in Hom._ p. XII.

[107] V. ivi.

[108] _Arist. Rhet. lib._ 3. _cap._ 8. _Dionys. Halic. operum_. T. 2.
p. 29. 30. e altrove. _Long. de Subl. Cap._ 39.

[109] _Napoli_ 1758. in 8.

[110] _Fabbroni Vit._ T. 15. p. 269.

[111] _Siciliae et objacentium insularum veterum inscriptionum nova
collectio prolegomenis et notis illustrata. Panormi, Bentivegna_ 1769.
_in fol_.

[112] T. 7. p. 62.

[113] Palermo 1757. in 8. e poi di nuovo il 1759.

[114] _Indirizzo per sapere in meno d'un mese la grammatica Greca
distribuita in quattro lezioni. Napoli_ 1752. _in_ 8.

[115] Lettera al P. D. Giusto V. contenente un metodo d'imparare la
lingua Greca in cento lezioni. Fabbroni Vit. T. 11. p. 376.

[116] _Compendiaria Graecae Grammatices institutio in usum Seminarii
Patavini. Patavii typis Sem. apud Ioan. Manfr_ 1705. in 8. E poi molte
volte.

[117] _Florentiae_ 1759. in 8.

[118] _Gramatica et prcipui idiotismi lingu Graec_ (Sebastiani
Zappal) _Catin, typis Seminarii_ 1773. in 12. La seconda parte
destinata ai pi provetti  intitolata, _synopsis lingu Graec_.

[119] _Alex. Gabr. de Woiutyn Hulevvicz Nobilis Poloni Institutiones
lingu Graecae regulis quadraginta ortographiam etymologiam et Syntaxin
simul plane et plene sistentibus comprehensae. Lugd. Bat. apud Io.
Luzac._ 1746. _in_ 4.

[120] Ernesti _Pref. ad Lex. Graec._

[121] _Recueil de pieces lues dans les seances publiques de l'Accademie
tablie  Rouen._ 1748. in 8. citato da M. Chardon della Rochette _Ml.
decrit. et de Phil._ T. 3. p. 10.

[122] _La Neoellenopedia, o sia il nuovo metodo per erudire la Giovent
nel Greco linguaggio. Napoli nella Stamperia Porfiliana_ 1779. T 2. in
8. Dee esservi un terzo volume contenente la prosodia che non ho veduto.

[123] _Ioannis Mariae Becucci ars metrica, seu de Grcorum prosodia
tractatus. Colle_ 1782. in 4.

[124] _Patavii_ 1752. in f.

[125] _Graecum Lexicon manuale primum institutum e Beniamine Hederico,
tum castigatum a Samuele Patricio, demum locupletatum a Io. Augusto
Ernesto. Editio prima Patavina auctior et emendatior. Patavii typis
Seminarii_ 1774. T 2. in 4. Abbiamo ancora il Dizionario copioso di
vocaboli Toscani, Latini, o Greco-Latini di Taddeo Cortigiani. Ferrara
1712. T. 2. in 4. Io non l'ho veduto, n so se appartenga alla lingua
Greca antica o alla moderna.

[126] _Il Giardino delle radici Greche disposte in versetti con un
trattato delle preposizioni ed altre particelle indeclinabili, ed una
raccolta alfabetica delle voci italiane tirate dalla Lingua Greca per
allusione, o per etimologia. Napoli_ 1782. in 12.

[127] _De Graecorum Siglis lapidariis Veronae._ 1746. in 8.

[128] _Notae Graecorum, sive vocum et numerorum compendia que in reis
atque marmoreis Grcorum tabulis observantur. Florenti_ 1749. in f.

[129] _Gregorii Placentini Abbatis ec. de Siglis veterum Grcorum opus
posthumum, et de Tusculano Ciceronis ec. Romae._ 1758. in 4.

[130] _Dizionario d'antichit comune ai Greci ed a' Romani giusta il
metodo di Samuele Pitisco. Venezia_ 1795. e seg. in 8.




                              _Editori._

                             ~CAPO~ VIII.


Pi vasto campo ci presentano le opere degli antichi pubblicate dai
nostri. Non parler di quelle edizioni, che essendo fatte unicamente
per mercantile speculazone, e con somma trascuratezza, recan danno
alla lingua piuttosto che vantaggio pe' molti errori da cui sogliono
esser bruttate. N pure far parola di certe magnifiche edizioni, che
il chiarissimo Signor Bodoni ha fatto uscir de' suoi torchj, se non
quando siano corredate d'utili illustrazioni. Esse servono al lusso
degli uomini ricchi, non al comodo degli uomini studiosi. Omero  il
pi antico scrittor profano, e ragion vuole, che si cominci da lui.
Dell'Omero del Sig. Cesarotti dir fra i traduttori. L'Iliade stampata
a Parma  commendabile per la magnificenza dell'impressione, e per la
scelta del testo. La prima lode si deve al Sig. Bodoni, e la seconda al
dottissimo Sig. Cavaliere Luigi Lamberti, che alcune delle lezioni ivi
adottate ha poi illustrate con molta erudizione e sottil critica.[131]
Ma della illustrazione impressa nel secolo presente non debbo qu tener
discorso. Pi vasto campo prese a percorrere il P. Alessandro Politi
delle Scuole Pie, che tutto Omero, ed i comenti d'Eustazio cominci
a pubblicare colla traduzion Latina, e parecchie annotazioni sue in
gran parte e in parte d'Anton Maria Salvini; ma la morte interruppe il
suo disegno, mentre si stampava il quarto volume[132]. Le annotazioni
sono erudite e giudiziose, la traduzione  esatta, il testo  emendato
dall'editore, che era dotto Grecista. Taluno forse potrebbe reputare
inutile la traduzione, e di quest'avviso era il Sig. Heyne. E in
un'opera cos voluminosa il togliere una cosa inutile  un vantaggio
grande. Benemerito d'Omero fu altres il Buongiovanni pubblicando uno
Scoliaste inedito pregevolissimo[133]. Se non che egli non ne dette,
che una parte, ed era riservato al Signor Villoison il darlo tutto
con altri Scolj antichissimi[134]. Ma giacch ho nominato l'edizion
procurata da questo Francese Grecista dottissimo concedendo a lui la
gloria d'aver dati in luce quegli Scoliasti coll'Iliade d'Omero, coi
segni critici usati dagli antichi, e con prolegomeni ricchi di molta
erudizione, non debbo tacere, che una parte di questa gloria si ha
da attribuire ancora ai Signori fratelli Coleti dotti nella Greca
Lingua, come in ogni maniera d'erudizione, i quali nella lontananza
dell'editore eseguirono quella difficile impressione. E per non
dissimile ragione ad essi pure si debbe parte di quella gloria, che
egli si merit divulgando i celebri suoi Greci Aneddoti, dove dei
Signori Coleti fece giusta, ed onorata menzione[135]. Anzi pareva quasi
destinato, che le opere maggiori di quel sommo uomo si mandassero in
luce dagl'Italiani; perch anche il suo Apollonio si deve all'Italiano
Signor Molini dimorante in Parigi[136], il quale se non poteva colla
dottrina giovare all'edizione, come i Coleti fecero nelle accennate due
opere, le giov almeno col tollerarne la spesa.

Da Omero non deve andar disgiunto Esiodo, del quale si possono
qu ricordare due edizioni, quella cio di Padova coll'Italiana
versione del Salvini[137]; e quella di Parma del celebre Signor
Bodoni colla traduzione Latina del Gesuita Zamagna[138]. Ambedue
sono pi commendabili per le traduzioni, che le accompagnano, che
per le illustrazioni aggiunte all'originale. E queste illustrazioni
l'intelligenza riguardano del testo, non l'emendazione, n pure in quei
luoghi, ne' quali lo richiederebbe forse l'edizion del Clerc, che qu
si segue sempre fedelmente. Ad Esiodo succeda Teognide, le sentenze del
quale furono dal Canonico Bandini pubblicate col poemetto ammonitorio,
ed i versi aurei attribuiti a Pitagora[139]. E giacch il mio discorso
 caduto sopra questo editore stimo non inopportuno l'aggiunger qu
ancora gli altri poeti, che egli fece stampare, perch di tutti dovr
dare lo stesso giudizio. Questi sono Callimaco, Arato, Nicandro,
Trifiodoro, Coluto, e Museo[140], ai quali tutti, come pure a Teognide,
e agli altri gi nominati, un le traduzioni in versi Italiani d'Anton
Maria Salvini. Util cosa fece il Bandini, dando questi volgarizzamenti,
che erano inediti, ed oltre a ci alcune varianti a Callimaco, a
Trifiodoro, e a Nicandro prese dai Codici Fiorentini, e l'inedita
metafrasi di questo poeta fatta da Eutecnio Sofista, che egli in parte
ricav da un codice Laurenziano, e in parte da uno Viennese. Nulla per
v'aggiunse di proprio, fuorch alcune annotazioni a Callimaco molto
diffuse, ma poco utili a spiegare il testo, e nulla ad illustrare la
lingua. Le note aggiunte a Museo, e a Coluto sono o copiate fedelmente,
o abbreviate da quelle, con che il Rover, e il Lennep accompagnarono
i versi di questi due poeti, e la metafrasi d'Eutecnio fu da lui
pubblicata con tutti gli errori de' codici, bench manifesti.

Nella traduzione dell'Harvood fatta in Venezia si attribuisce al
Bandini un'edizione Fiorentina d'Anacreonte del 1742.; ma ci 
errore e lo ha gi osservato il Signor Chardon de la Rochette nelle
sue _Melanges de Critique, et de Philologie_ T. 1. p. 190[141]. Tre
sono le edizioni d'Anacreonte, delle quali debbo qu far parola,
tralasciandone pi altre, che nulla hanno di osservabile per la
illustrazione della lingua, o che sono osservabili solamente pe'
volgarizzamenti di cui dir altrove. E' la prima quella dell'Ab.
Spalletti, nella quale egli ci ha dato il testo d'un codice del
secol decimo della Libreria Vaticana. Il Barnes ne aveva ottenute le
principali varianti delle quali fece uso, non per sempre fedelmente.
L'Ab. Spalletti volendo pubblicare il testo di questo codice ne ha
fatta incidere una copia, che dicesi non esatta, ed ha poi stampate
le poesie d'Anacreonte con caratteri fusi espressamente a imitazione
del manoscritto, e vi ha contrapposto il testo del Barnes, che era
allora pi comunemente adottato. Quindi si vede quanta superfluit
sia in questa edizione, che a minor prezzo poteva offerire quel
testo. In fatti M. Levesque dotto Grecista Francese ha poi stampate
le varianti di quel codice[142], il che rende inutile la fatica del
Romano editore. Pregevolissima poi  la magnifica edizione, che il
Sig. Bodoni dette di questo poeta nel 1785[143]. in lettere majuscole.
Non considero la bellezza de' caratteri, e della carta, e tuttoci che
all'arte tipografica appartiene, nelle quali cose tutti sanno quanto
quell'insigne tipografo fosse grande. Questi sono esteriori ornamenti;
ed io debbo esaminar solamente i pregi intrinseci dell'edizione.
Erudito  il comentario posto in principio, in cui dottamente si parla
del poeta, delle edizioni de' suoi versi, e delle traduzioni Italiane,
e Francesi. Con molto avvedimento si  scelta per testo la prima
edizione, cio quella del 1554. in cui Enrico Stefano dette esattamente
la lezion de' suoi codici, e le poesie di Anacreonte non erano anche
state alterate dalle congetture degli editor posteriori. Io lodo que'
dotti critici, che le fatiche loro consacrano alla emendazione degli
antichi scrittori; ma pi lodo quelli, che contenti di esporre le loro
correzioni ne' comenti si astengono dall'inserirle nel testo. Cos fece
allora lo Stefano, e cos pure ha fatto il dottissimo Sig. Ab. Valperga
Caluso, che  l'autore delle varianti poste in fine di questa edizione.
Queste egli ha scelte da tutti gli editori, ed alcune sue ne ha
aggiunte molto lodevoli, talch ha dato qu in poche pagine il meglio,
che dar si potesse in questo genere[144]. Dobbiamo al Ch. Signor de
Rogati la terza edizione nella quale egli ha accompagnato il testo
colla sua traduzione poetica, e con annotazioni[145]. Della traduzione
parler in altro luogo. Le annotazioni mentre servono a dar ragione
del suo volgarizzamento, o ad esaminare gli altrui, giovano ancora a
spiegare il testo. Ma niente v'ha intorno all'emendazione del testo,
niente per isceverare le odi genuine, da quelle che certamente non sono
d'Anacreonte.

Un solo editore di Pindaro ci offre l'Italia in questo secolo, cio
l'Abate Gautier[146]. Della sua traduzione parler altrove, ed ora
considero solamente l'edizione del testo, e le annotazioni, di che egli
l'accompagn. Ma di ci ancora non posso dire che poco; perch quanto
al testo segu fedelmente l'impressione d'Oxford, e nelle annotazioni
nulla  di nuovo: niun confronto, non dir coi codici, ma n pure colle
edizioni precedenti, niuna spiegazione relativa alla illustrazion
della lingua. Pi benemerito del Principe dei Poeti Lirici fu il P.
Luigi Mingarelli Canonico del Salvatore, che per le sue congetture su
questo poeta merit d'essere annoverato dal dottissimo Heyne _inter
praestantissimos rei metricae magistros_[147]. N qu si arrest
il Grecista Bolognese, ma pi altre illustrazioni mand all'Heyne
principalmente intorno ai metri, delle quali questi fece uso nella
edizione del 1798. essendo a lui liberale di molta lode[148].

Poco si  fatto per Eschilo, ed ancor meno per Sofocle. Il Pasqualoni,
che ho gi citato, volgarizzando due Tragedie, cio i _Sette a
Tebe_, ed il _Prometeo_ del primo ne ha pubblicato il testo colle
sue annotazioni[149]. In queste egli spiega l'originale attenendosi
frequentemente allo Schutz senza esser per al tutto ligio delle sue
opinioni, dalle quali talvolta si allontana per seguire lo Stanley, il
Pauvv, e l'Heathe. Ma niuna correzione v'ha tratta dai codici o dal
suo ingegno. Il Prometeo fu pubblicato ancora da Monsignor Giacomelli,
come pure l'Elettra di Sofocle[150] che arricch di sua traduzione
e di note. Questo dotto Prelato, che dovr mentovar pi volte, era
assai valoroso Grecista, e ben lo dimostra nel comentare queste due
tragedie ora spiegando i passi pi oscuri, ora scegliendo le migliori
fra le diverse varianti proposte da altri, ora proponendo egli stesso
nuove lezioni. Assai pi s' fatto per Euripide, cui tocc in sorte
un editore, che tutte le opere ne pubblic e tradusse. Questi fu il P.
Carmeli[151]. Il Reiske negli atti di Lipsia del 1748. dando ragguaglio
del primo volume di quest'edizione, il quale solo era pervenuto alle
sue mani fece alcune critiche osservazioni sull'Ecuba d'Euripide,
sulla traduzione del P. Carmeli, e sulle sue note. Questi per non
tacque, e rispose ai rimproveri del Grecista Tedesco[152]. Lasciando
stare la difesa del Greco Tragico, e considerando solamente quella del
volgarizzamento, e delle note dir, che il Reiske o ingiustamente, o
troppo severamente condanna il traduttore d'inesattezza. Una sola delle
sue critiche pu dirsi giusta, ed  dove al v. 183. il Carmeli traduce
_Perch con voce di piet mi chiami_? le parole *ti me dysphmeis*,
perch *dysphm* non ha questo significato. Egli lo trova nello
Scoliaste, e ve lo trov pure Enrico Stefano nel Tesoro della Lingua
Greca. Ma se ben si considera lo Scoliaste dice: *diati dysphmeis kai
eleeinologeis eme*; dove *eleeinologeis* non  posto, come spiegazione
di *dysphmeis* nel qual caso in vece di *kai* avrebbe detto *toutesi*
o in altra simil maniera, ma come spiegazione, del modo, con che Ecuba
veniva a dar cattivo augurio a Polissena. Ci non ostante per la
critica di questo luogo  troppo severa a parer mio, perch in una
poetica versione non si dee pretendere, che il senso d'ogni parola sia
trasportato dall'una all'altra lingua rigorosamente, bastando solo
che i concetti, e i sentimenti sieno conservati. Riguardo poi alle
note, il critico biasima il Carmeli se corregge il testo condannando
le sue emendazioni, come non necessarie, e inopportune: lo biasima se
non lo corregge, indicando egli stesso parecchie emendazioni, che a
suo giudizio si doveano fare. Io confesser, che talvolta il Reiske
ha ragione; ma dubito forte, che ci succeda non molte volte, e tengo
per fermo, che alcune delle correzioni Reiskiane non saranno approvate
da altri. Era il Reiske dotto Grecista, ma nelle sue illustrazioni
degli antichi scrittori soverchiamente si lasciava trasportare dal
desiderio d'alterare il testo. Questo difetto  stato a lui apposto
da uomini dottissimi: fra' quali mi piace d'allegarne tre, che tutti
riconosceranno come ottimi giudici. _Perversam_, dice lo Jacobs,[153]
_Reiskii omnia mutandi libidinem tot exemplis cognitam_: e il
Brunck[154], che pure non era troppo parco nell'emendare lo condanna,
come poco attento alle leggi della prosodia. _Reiskius qu minus etiam
quam Strepsiades metra curabat etc._ Il terzo sar lo stesso Reiske,
il quale parlando delle sue emendazioni a Demostene dice: _retractans
nunc longo tempore post illa mea ausa demosthenica, incipio nonnunquam
vereri ne festinatio me passim locorum praecipitem egerit_[155].
Difendendo per in qualche modo il Carmeli da alcune fra le accuse
di quel dotto critico non intendo di difenderlo da quelle, che altri
potrebbe fargli. Lo condann l'Heyne dicendo le sue annotazioni _nec
multum continere novi, nec prodere insignem scientiam linguae, artis
criticae, reique metricae_[156], ed alla sentenza di tanto giudice
niuno sar che voglia contradire.

L'ordine dei tempi, e la menzione da me fatta del P. Carmeli mi
costringe a trattenermi ancor per poco sul teatro Ateniese per parlare
d'Aristofane. L'avvocato Invernizzi Romano si adoper con molta lode
ad emendare ed illustrare le sue commedie[157]. A me rincresce, che
avendo un giorno letta ed esaminata la sua edizione, ora non l'abbia
al presente uopo, n possa farne quell'accurato elogio che merita il
suo dotto lavoro. Parler perci solamente del poco che altri ha fatto
intorno a questo poeta. Il P. Carmeli test mentovato ne pubblic una
Commedia, cio il _Pluto_[158], e due ne dette il Nerucci di Siena,
cio lo stesso _Pluto_, e le _Nuvole_[159]. Ambedue accompagnarono il
testo di traduzione poetica Italiana, e di note dirette a spiegare, ed
illustrare l'originale, non a correggerlo, o mutarlo. N da Aristofane
separer il suo Scoliaste, e i due comici Filemone e Menandro.
I frammenti di questi illustr il Salvini con alcune sue brevi
annotazioni, che poi il Clerc senza sua saputa o licenza pubblic nel
libro intitolato: _Philargyrii emendationes in Menandri, et Philemonis
reliquias etc. Amstelodami_ 1711. in 8. Lo Scoliaste poi d'Aristofane
fu tradotto in latino, e con molte ed erudite annotazioni spiegato da
Francesco Galluppi di Tropea in Calabria. Egli fece ancora un comento
a Teocrito, in cui prese a censurare specialmente quel dell'Heinsio,
ed uno sopra Stefano Bizantino, che mand al Dorville perch fosse
inserito nelle sue _Observationes Miscellaneae_[160].

Maggiore impresa, e pi ardimentosa assunse Gio. Vincenzo Lucchesini,
che poi fu Prelato nella Corte di Roma, e pel suo valore nella lingua
latina merit d'esser Segretario di pi Pontefici. Egli tradusse
in Latino, ed illustr pressoch tutte le orazioni politiche di
Demostene[161]; il che io chiamo impresa ardimentosa, perch nel
tempo medesimo prese ad esaminare, e condannare in pi luoghi la
traduzione del Volfio sommo Grecista. Il Dorville lo biasim;[162] e
il Reiske, se si considera il modo, con cui ne parla nella prefazione
al suo Demostene[163], e il non citarlo mai nelle sue annotazioni,
mostra abbastanza, che non dissentiva dal Dorville. Tre cose debbono
osservarsi nell'opera del Lucchesini: la fedelt ed eleganza della
traduzione, le note critiche sulla traduzione del Volfio, e le note
storiche. La fedelt della traduzione si potr revocare in dubbio in
quei luoghi, in cui discorda dal Volfio, e di questi parler dopo. Nel
rimanente essa  fedele, quanto si dee richiedere da chi traduce, come
oratore, non come interpetre. Riguardo all'eleganza, tutti coloro ve la
troveranno grandissima, i quali hanno qualche familiarit con Cicerone,
e cogli altri aurei scrittori di quell'et. Le annotazioni storiche
sono erudite, sono profonde, si discutono in esse molte belle ed
opportunissime quistioni, si illustrano molti luoghi d'altri scrittori,
e meritano lode ancorch non in tutto abbia colto nel segno. Anzi  a
parer mio una mancanza grande nel Demostene e negli Oratori attici del
Reiske d'avere eccessivamente trascurata questa parte d'illustrazione,
che  necessaria a ben intendere le opere degli antichi. Per ci che
spetta alle note critiche confesser, che egli combattendo contro
al Volfio combatteva con armi disuguali. In primo luogo per mi si
conceder non esser la traduzione del Volfio quel Sacrario, sul quale
non sia lecito di porre le mani. Lo stesso Reiske parlando della sua
edizione dice: _porro si recundenda interpretatio Volfiana fuisset, non
sola mera, intemerata debuisset repraesentari, sed etiam annotationes
criticae ei substerni, quibus lapsus ejus benigne indicarentur, et
blande castigarentur_[164]. No: l'applauso, che a gran ragione meritano
le opere del Volfio, non impedisce che vi si trovi qualche difetto,
e trovatolo si accenni altrui. Vero  che talvolta il Lucchesini lo
condanna a torto, tal altra volta le sue osservazioni si aggirano sopra
cose minute troppo, e che non meritavano d'esser censurate. Ma  poi
vero altres che parecchie altre volte le sue critiche sono giuste, e
mostrano in lui ingegno acuto e dottrina; e che ci sia vero non mi
si potr negare dal Reiske almeno allora, quando egli stesso senza
citare il Lucchesini ha adottate le stesse spiegazioni e le correzioni
del testo, che il Grecista Lucchese aveva proposte cinquantotto anni
prima di lui[165]. Colle quali mie estreme parole non voglio gi
accusare il Reiske di plagio. So che non abbisognava di togliere le
emendazioni altrui di nascosto egli che  accusato d'essere soverchio
nell'emendare arbitrariamente. Voglio per dir solamente, che se avesse
avuto agio di consultar la dotta fatica del Grecista Italiano, se nel
gusto della lingua Latina fosse stato cos profondo, come era nella
Greca Filologia, se avesse stimato pi (come doveva) le illustrazioni
storiche, che erano pure stimate molto dai Salmasj, dai Pitischi, dai
Burmanni, e da tanti altri comentatori delle et trapassate, pi assai,
che non faceva, avrebbe stimata l'opera del Lucchesini. Degli altri
Oratori d'Atene null'altro debbo indicare tranne i _Monita Isocratea_
stampati in Padova dal Facciolati il 1747. e questi stessi per la loro
piccolezza non richiedono pi lungo discorso.

Coetaneo di Demostene fu Teofrasto, il quale ne' suoi caratteri
mostr quanto ben conoscesse il cuor umano. Il Senatore del Riccio
li pubblic, li coment, li tradusse[166]; ma la sua opera non ha
ottenuto molto plauso. Quelle sue lunghissime note non contengono
cose di gran pregio, n assai felice  la traduzione. L'Ab. Prospero
Petroni scrittore della Vaticana ne aveva preparata una edizione.
Era noto, che un codice di quella Libreria dava il titolo di due
nuovi capitoli, cio del ventinovesimo, e del trentesimo, i quali
mancavano, e si credevan perduti. Il Petroni gli scoperse nel 1740. in
un altro codice della medesima Libreria, li copi, e divis di dare
un edizione di tutta l'opera illustrando il testo, e traducendolo in
Latino novellamente. Le notizie letterarie, che si stampavano in Roma
dal Pagliarini l'annunziarono nel 1742. dicendo, che i caratteri di
Teofrasto sarebbono accresciuti di pi del terzo. In fatti si cominci
l'edizione, e l'Ab. Amaduzzi ne aveva i primi tre fogli, che giungevano
quasi alla fine del capitolo tredicesimo; ma rimase interrotta, n se
ne sa il motivo. Dopo la morte del Petroni si perd il suo manoscritto,
col quale egli doveva aver preparata tutta l'opera, ed ingiustamente il
Siebenkees ed il Goes hanno accusato l'Amaduzzi di plagio asserendo,
che egli s'impadron delle carte del Petroni, e che da queste fece
l'edizione, di cui parler fra poco. L'Amaduzzi aveva solamente i tre
fogli indicati della sua edizione, ed avendo da lui sentito, che in
quel codice ai trovavano i due capitoli inediti, li copi ed eccit
M. Chardon de la Rochette a stamparli. Questi per occupato tutto
dell'Antologia non accett l'invito, ed anzi anim lo stesso Amaduzzi a
farlo, siccome esegu con magnifica edizione Bodoniana il 1797. in 4.
Gli si rimprovera non senza ragione di non avere alcuna volta spiegato
bene l'originale, ed io gli rimproverer ancora l'eccessiva e non
utile prolissit della prefazione, e delle note, per cui di due brevi
capitoli ha fatto un libro di 148. pagine.

Al P. Giuseppe Pagnini dobbiamo un'egregia edizion di Teocrito, ed una
di Callimaco[167]. Parler solamente della prima, non avendo veduta mai
la seconda. Si ha qu il testo di Teocrito Mosco e Bione accuratamente
stampato colla versione Latina, e poetica in Italiano. Vi ha aggiunte
in fine l'Egloghe di Virgilio colla traduzion Greca di Daniello
Alsvort stampata gi in Roma il 1594. e l'Italiana dell'editore, ed
alcune sue poesie. Egli vi unisce alcune annotazioni, nelle quali ora
spiega i luoghi pi oscuri, ed ora esamina le emendazioni proposte
dai Comentator precedenti, o alcune nuove ne propone tratte dai codici
Vaticani da Lui con molta diligenza collazionati.

Gio. Battista Zanobetti pubblic come inedito l'Idillio di Meleagro
sopra la primavera[168], che avevamo pi esattamente nelle precedenti
edizioni dell'Antologia. Pure fece cosa utile assai, perch lo illustr
lodevolmente con erudite annotazioni e parecchi Greci Epigrammi. L'Ab.
Spalletti, del quale ho gi parlato, forse aveva in animo di dare
una edizione dell'Antologia di Costantino Cefala, giacch tutta la
trascrisse da un celebre codice Vaticano, ed il suo apografo dopo la
morte sua pass ad arricchire la Libreria del Duca di Saxe Gotha[169].
Ora quali altri tesori  da credersi, che egli abbia copiati da quella
gran Libreria, e qual uso ne avrebbe egli fatto, se in tempi pi felici
gli fosse avvenuto di vivere, o pi efficaci favoreggiatori de' suoi
studj avesse incontrati!

Un altro autore pi difficile per la materia, che tratta, e pi
bisognoso di nuova edizione era Archimede, e richiedeva un editore,
che fosse nel tempo stesso buon mattematico, e grecista. Tale appunto
era il Torelli, che accintosi all'impresa vi riusc con somma
felicit[170]. Il Bjoernstahel, che ne' suoi viaggi aveva veduta
l'opera prima che uscisse alla luce, molto la commend[171], e tutti
gli uomini dotti hanno poi confermato il suo giudizio. I codici
non gli hanno recato nessun ajuto, e il dotto editore ha dovuto
correggere il testo guidato solamente dal proprio ingegno, il che
ha fatto egregiamente, e quindi v'aggiunse la traduzion latina. Un
altro mattematico fu illustrato da Antonio Matani cio Eliodoro, ma
piccolo  il libro, e il nuovo editore non v'adoper molta fatica non
abbisognando il testo d'emendazione[172].

Molto fece altres per l'Argonautica d'Apollonio il Cardinal
Flangini[173], il testo della quale arricch di poetica traduzione, di
doppio genere di note e di copiose varianti. Delle note alcune servono
ad illustrare il testo, o a correggerne la lezione, o a dar ragione
della traduzione. Ma in ci che si spetta alla correzione del testo
egli non fa quasi altro, che dar giudizio delle emendazioni del Brunck,
le quali spesso egli suole adottare. Ora sarebbe stato a desiderarsi,
che avendo collazionati alcuni codici Romani, e recatene le varianti
avesse poi fatto qualche uso delle migliori fra queste in quelle sue
annotazioni. L'altro genere di note appartiene alla spiegazione delle
favole mitologiche, nella quale egli si diffonde con molta erudizione,
e merita somma lode.

Molto dopo questi scrittori dovrei porre l'opuscolo sul sublime, che
porta il nome di Longino, e comunemente a quel Longino si attribuisce,
il quale viveva presso Zenobia Regina di Palmira nel terzo secolo
dell'era volgare. Ma recentemente il dottissimo Sig. Amati scrittore
della Vaticana non senza probabilit ha sostenuto, che l'autor sia
Dionisio d'Alicarnasso, di che si veda l'edizion fatta in Lipsia il
1809. di quell'opera. Credo perci di poter collocare fin d'ora a
quest'epoca l'edizione di quell'opera, che il Gori dette in Verona
con traduzione Italiana, e Latina arricchita di non dispregevoli
annotazioni[174].

Pi special menzione domanda ci che si  fatto intorno a Dione Cassio.
Notissimo  quanto poco sia fino all'et nostra pervenuto della sua
storia, e quanto dannosa sia la perdita del rimanente. Nicolao Carminio
Falcone con un Codice antichissimo della Vaticana pretese di darne gli
ultimi tre libri, e gli stamp a Roma nel 1724. Ma tutto ci, che egli
pubblic, o era gi stampato assai prima, o non sono che tenui avanzi
di poca o niuna utilit. Il Reimaro in una lettera diretta al Cardinal
Quirini, e stampata in Amburgo il 1746. lo censur per non avere assai
esattamente collazionato quel codice, confrontandolo coll'epitome di
Xifilino, e per non avere bene inteso l'autore in alcuni passi: vuolsi
per temperare alquanto la severit di questa censura. Il Codice fu
prima pubblicato da Fulvio Orsino, ed essendo esso malconcio, e guasto
vi lasci molte lacune, le quali furono supplite in parte dal Falconi,
usando molta diligenza, e ricorrendo appunto a Xifilino, il che non
era caduto in mente al dottissimo Orsino. Vuolsi dunque dargli lode
di quel che ha fatto, e non riprenderlo soverchiamente, perch non ha
fatto di pi. Egli poi pretese di far molto pi e ristabilire i primi
libri,[175] credendo d'aver tanta esperienza dello stil di Dione da
conoscer ci che vi pu esser di suo negli altri scrittori, che ne
avessero copiata alcuna cosa senza citarlo. Altro per non fece che un
centone tratto da Dionisio d'Alicarnasso, Plutarco, Zonara, e Tzetze.

Pi benemerito di Dionisio,  stato uno de' pi grandi letterati,
che a' passati giorni vantasse l'Italia, cio il chiarissimo signor
Cavalier Morelli celebre Bibliotecario di S. Marco a Venezia. Egli da
un codice del secolo undecimo, che fu gi del Cardinal Bessarione, ed
ora  nella Libreria di S. Marco, alla quale con tanta lode presiedeva,
trasse molte pregevoli varianti, ed alcuni insigni frammenti di questo
istorico, e li pubblic in un libretto piccolo di mole, ma grande di
pregio[176]. Al medesimo signor Cavaliere dobbiamo ancora un'orazione
d'Aristide contro Leptine, una di Libanio a favor di Socrate, e un
lungo frammento dei Ritmici d'Aristosseno[177], il che era inedito, ed
egli mandandolo in luce lo ha accompagnato con un'elegante traduzione
latina, e con prefazione, e note dottissime, quali da lui si poteano
aspettare.

Ma ci che per una certa singolarit supera ogni altra cosa sono i
papiri d'Ercolano. Il giorno 3. di Novembre del 1753. sar memorabile
sempre ne' fasti della Storia letteraria per la scoperta, che in esso
se ne fece. Sono questi in rotoli mezzo bruciati, ed il Mazzocchi fu
il primo, che si accorgesse che erano papiri. Qual fosse allora la
sua allegrezza per s fatta scoperta si pu piuttosto immaginare,
che descrivere. Difficile era lo svolgerli ma il P. Antonio Piaggio
Genovese delle scuole pie riusc a trovare una macchina, ed il metodo
opportuno a questo intento; il che poi fu descritto dal Vinkelmann, dal
Bartel, e nelle lettere de' Signori Heinse, Gleim e Muller. Svolti i
papiri si copiano esattamente, ed il Mazzocchi da prima fu incaricato
di tradurli in latino ed illustrarli. A lui successe l'Ignarra, e a
questo il dotto Monsignor Carlo Rosini Vescovo di Pozzuolo. Un solo
volume abbiamo fino ad ora per frutto delle sue fatiche, e contiene
il quarto libro dell'opera di Filodemo contro la Musica[178]. Non mi
 riuscito di vedere quest'opera pregevolissima, onde son costretto
di seguire favellandone le altrui relazioni. Il chiarissimo Prelato
editore ne' prolegomeni parla eruditamente di Filodemo, ed illustra
alcuni de' suoi epigrammi[179]. Il suo comento sull'opera contro la
musica mostra ingegno acuto, e profonda dottrina; ma lo svolgimento de'
Papiri  cos difficile, che quantunque si adoperi ogni diligenza non
si possono ottenere, che frammenti confusi, intorno ai quali invano
s'affatica l'editore per deciferarli.[180] N  da sperarsi, che nuove
cure nello svolgerli possano dare un esito pi fortunato. Infatti
alcuni papiri furono dalla Corte di Napoli donati (son gi alcuni
anni) al Principe di Galles, ora Re di Inghilterra, intorno ai quali
con niun successo l'Inglese Hayster si  affaticato per interpetrarli.
E non migliori speranze ha la classe della storia dell'Instituto
Francese, alla quale Buonaparte ne cont sei[181]. Pu sperarsi per,
che qualche papiro si trovi meno indocile alle cure assidue di quelli,
che sono incaricati di questa fatica, il che sarebbe di sommo vantaggio
al coltivamento de' buoni studj[182]. Ed ove ancora tutti fossero
ugualmente difficili, se ne raccorranno almeno de' frammenti, che
saranno utili, e preziosi avanzi d'un immenso e ricchissimo naufragio.
Si dice che 1700. sieno i papiri trovati fra le rovine d'Ercolano, e
che intorno a 300. sieno quelli gi svolti, o su' quali si  fatto
qualche tentativo.[183] Oltre all'opera gi indicata di Filodemo due
altre se ne sono trovate dell'autor medesimo, cio due libri sulla
Rettorica ed uno sopra i vizj e le virt ad essi opposte, si parla
pure d'altre opere di Demetrio, d'Epicuro, di Polistrato discepolo di
Epicuro, ma comunemente quei papiri non hanno nome d'autore. Un solo
latino se n' trovato di cui parler altrove.

Con molto minor fatica le opere degli antichi si trovano ne' codici
delle Librerie d'Italia, e molte se ne trovano inedite, delle quali
alcune han veduta per la prima volta la luce nel passato secolo. Fra
queste nominer in primo luogo diciassette orazioni di Libanio, che il
Buongiovanni stamp in Venezia.[184] Egli non avvert, che fra queste
quella contro Severo era gi stampata dal Morell, il che gli rimprovera
il Reiske, e molto pi lo condanna per la traduzione, e per le note,
che vi aggiunse delle quali parla in modo aspro e mordace pi assai
del dovere e del giusto.[185] Il Cocchi dotto medico e buon Grecista
raccolse le opere degli antichi Scrittori di Chirurgia,[186] e da un
codice de' Monaci Benedettini di Firenze trasse l'elegantissimo Romanzo
di Senofonte Efesio, che poi ristamp in Lucca[187] in quattro lingue.

Il Baron Loccella che di quest'opera ha data una nuova ed egregia
edizione in Vienna mentre loda l'editore Lucchese d'alcune ingegnose,
e felici correzioni, lo rimprovera poi di non avere emendati parecchi
altri evidenti errori di quella di Londra, e d'averne anzi aggiunti
alcuni, che in quella non erano. Ma l'amore della verit richiede,
che io conceda alcune parole di risposta a quest'accusa. Quello che
il Loccella chiama editor Lucchese era il test defunto Malanima,
dotto Professore nella Pisana universit che fu pregato soltanto di
emendare gli errori tipografici. A lui non si lasciavano i fogli, se
non quanto bastava per quest'oggetto, n poteva egli vedere, se il
tipografo faceva le correzioni da lui segnate, o se volendo pur farle,
cadeva (come spesso avviene) in nuovi errori. Vuolsi dunque lodarlo
molto d'avere in parecchi luoghi migliorata l'edizione inglese in
tanta angustia di tempo; n gli si pu attribuire a colpa di non aver
fatto anche pi, e molto meno gli si possono rimproverare gli error
tipografici.

Al Cocchi succeda un altro medico, e grecista ottimo, il Sig.
Gaetano d'Ancora, che nel tempo stesso ha giovato alla Greca lingua,
ed alla storia naturale con una nuova eccellente edizione del
libro di Senocrate sugli alimenti, che si ricavano dagli animali
acquatici,[188] pregevolissima per l'emendazione del testo, e per
le dotte illustrazioni e varianti di che  arricchita. N minor
giovamento prestarono alla storia delle filosofiche oppinioni degli
antichi il P. Corsini colla sua edizione del libro di Plutarco _de
placitis Philosophorum_[189] e il Sig. Ignazio Rossi exgesuita colle
sue _Commentationes laertianae_[190] e il secondo principalmente, che
molti luoghi o scorretti, o male interpetrati prima di lui, emenda o
spiega felicemente. All'antica Geografia rec non mediocre giovamento
il P. Alessandro Politi stampando e traducendo il poemetto di Dionigi
Periegete _de situ orbis_, e il comento d'Eustazio, e poi illustrandolo
con erudite annotazioni.[191] Volle poi correr di nuovo lo stesso
arringo stampando un'altra volta quel libro, colle sue annotazioni
molto accresciute, e con Rufo, Festo, Avieno, e Prisciano, e gi
l'impressione era cominciata; ma per mancanza di danaro, e di mecenati
rimase interrotta.[192]

Si pu aggiungere a questo la storia Bizantina di nuovo pubblicata a
Venezia, e massimamente l'appendice, che il Foggini ne dette in Roma
stampando per la prima volta le opere di Giorgio Pisida, Teodosio
Grammatico, e Corippo.[193] Appendice di quella storia si pu
chiamare altres la vita di Giorgio o Gregorio Ciprio Patriarca di
Costantinopoli data in luce dal P. de Rossi.[194] A un altro Impero,
cio a quello di Russia aveva rivolti i suoi studi l'Ab. Vernazza
scrittor Greco della Vaticana che da' codici di quella libreria voleva
pubblicare gli ammaestramenti, che lo Czar Basilio aveva dati al figlio
Giovanni con molti altri trattati, e discorsi del medesimo:[195] ma
qualunque ne sia stato il motivo non esegu il suo disegno.

Benemeriti di s fatti studi si rendono eziandio i raccoglitori
d'opuscoli non mai impressi, i quali con Greca voce chiamano
_aneddoti_. Il che pe' greci scrittori soltanto fecero alcuni, cio il
Muratori[196] e il Canonico Bandini:[197] ed altri pi ampiamente gli
hanno raccolti come il Lami,[198] il Mingarelli[199] il P. Lazzari[200]
e l'Amaduzzi[201] benemeriti pure ne sono gli autori de' cataloghi di
manoscritti, che le ricchezze nascoste nelle librerie d'Italia hanno
indicate a pubblica utilit, e vi hanno inseriti parecchie cose di
questo genere, il Canonico Bandini in quello della Laurenziana, il
Buongiovanni in quello della Veneta di S. Marco, il Mingarelli per la
Naniana[202] oltre agli autori del catalogo della libreria Reale di
Torino, de' quali ho gi parlato.

Se poi di tutti gl'italiani, che utilmente si sono affaticati nel
pubblicare i Greci scrittori Ecclesiastici volessi tener minuto
discorso troppo sarei costretto di diffondermi. Baster per tanto
d'indicarli brevemente. E in primo luogo non far che accennare le
venete edizioni di S. Ireneo, Clemente Allessandrino, Origene, S.
Basilio, S. Giovanni Grisostomo, S. Cirillo Gerosolimitano, S. Giovanni
Damasceno, alcune delle quali in ci che spetta alla tipografia
uguagliano, ed anche vincono le celebri Francesi de' Maurini. Accenner
pur solamente gli scrittori della storia Ecclesiastica ristampati in
Turino non per cos correttamente, come erano stati in Cambridge.
Pi special menzione richiedono le instituzioni teologiche de' PP.
antichi raccolte prima dal B. Cardinal Tornasi, e poi di nuovo
arricchite di note dal P. Anton Francesco Vezzosi,[203] la storia
ecclesiastica d'Eusebio ristampata dal P. Tommaso Cacciari,[204]
l'anonimo scrittore d'un'altra storia ecclesiastica pubblicato da Gio.
Battista Bianconi,[205] il S. Gregorio di Girgenti tratto per la prima
volta dai codici per opera del chiarissimo Gesuita Morcelli,[206] al
quale dobbiamo ancora un'egregia illustrazione del Calendario di
Costantinopoli,[207] la spiegazione Pseudo-Atanasiana sul simbolo per
opera del P. Giuseppe Bianchini dell'Oratorio,[208] la spiegazione di
Filone della cantica per opera di Monsignor Giacomelli,[209] il _vetus
officium quadragesimale_ de' Greci Ortodossi dal Cardinal Quirini,
quando era tuttavia monaco,[210] un'Omilia di Eusebio Alessandrino
in _Parasceven_,[211] le opere di Dionisio Alessandrino,[212] e gli
atti de' Martiri d'Ostia[213] da Monsignor de Magistris Vescovo di
Cirene, nelle quali due edizioni egli d una luminosa conferma di
quella cognizione delle lingue orientali che aveva dimostrata, nel
suo Daniele, una lettera Greca di Francesco Filelfo dall'Ab. Angelo
Teodoro Villa[214]. Del Daniele del citato P. De Magistris terr
discorso, quando dovr parlare di quello in lingua Siriaca pubblicato
dal chiarissimo Signor Dottor Bugatti. Finalmente non debbo tacere, che
il Signor Gerbini Assistente della Real libreria di Torino meditava
di pubblicare le quistioni Amfilochiane di Fozio da un manoscritto di
quella libreria, nel quale esse ascendono al numero di 297. Egli aveva
gi tutto copiato il testo Greco, e ne apparecchiava la versione,
ma qualunque, ne sia la ragione la sua fatica rest inedita. Il
Bjoernstaehl attribuisce questo lavoro all'Ab. Berta; ma il Signor
Peyron, da chi ho ricevute queste, ed altre parecchie pregevoli notizie
mi ha avvisato, che appartiene al Gerbini.

Anche gli editori delle antiche inscrizioni sono illustratori delle
lingue, laonde essi pure non debbono essere dimenticati. Il Muratori
nel suo Tesoro, il Donati nel supplimento, il Gori nelle iscrizioni
Doniane e in quelle della Toscana dettero iscrizioni Greche, ma
l'indole di queste opere non era tale, che porgesse loro occasion
favorevole per far conoscere una perizia non ordinaria in questa
lingua. Maggiori Grecisti si mostrarono nel Museo Veronese il Marchese
Maffei, in varie opere il P. Corsini, ne' monumenti del Peloponeso il
P. Pacciaudi, e nelle due iscrizioni di Regilla il sommo antiquario
Signor Visconti cui la Francia poi rap all'Italia. Non bast ai tre
ultimi principalmente di mostrare il lor valore in questa lingua
pubblicando, e spiegando iscrizioni; ma vie pi lo mostrarono in
queste, e nelle altre opere d'antiquaria interpetrando ed emendando
gli antichi scrittori. Ed io son d'avviso, che se il Pacciaudi, ed
il Visconti non si fossero rivolti a maggiori imprese, e avessero
voluto coltivare ex professo quella parte della critica, che si aggira
intorno alla emendazione delle opere antiche non sarebbono mancati
all'Italia gli Hemsterhusi, gli Heyne, e i Wittenbach. Lo stesso dicasi
d'altri parecchi, che in ci si sono esercitati quasi per ozio. Tali
sono oltre il Mingarelli, il Pagnini, ed altri nominati di sopra, il
Martorelli nelle sue opere d'antiquaria, l'Ignarra nelle annotazioni
sopra l'inno a Cerere attribuito ad Omero, il Salvini in varie opere, e
massimamente nelle emendazioni di Menandro e Filemone, di cui pure ho
gi fatta parola. A questi si deve aggiungere Benedetto Averani, che
nelle sue dissertazioni parecchi luoghi dell'Antologia, di Tucidide,
ed Euripide tra i Greci, di Livio, Cicerone, Virgilio tra i Latini
spiega o corregge.[215] Anche l'Almagesto di Tolomeo avrebbe ottenuto
da lui somigliante favorevole officio, ed i Comentarj di Teone, di
Nicolao Cabasila, e di Pappo sull'Almagesto, le quali opere aveva
egli cominciato a trasportare in latino, ed a collazionare coi codici
Laurenziani: ma poi ne abbandon l'idea, quando seppe, che il Viviani
dal Cardinal Leopoldo de' Medici aveva ottenuto un Codice contenente
la traduzione de' Comentarj di Teone fatta da Teofilo d'Urbino, e che
questi troppo liberalmente donata l'aveva non so a qual Francese a
condizione che ritornato in Patria la desse alle stampe. Ma il Francese
quanto fu facile a ricevere il dono, altrettanto fu restio a mantenere
la data fede.[216] Al secolo diciassettesimo a dir vero appartiene
Benedetto Averani pi presto che al diciottesimo: siccome per in
questo egli  morto, in questo sono stampate le sue dissertazioni, ho
giudicato non alieno dal mio argomento il farne parola. All'Averani
si unisca il P. Politi. Fino dagli anni suoi giovanili egli coltiv
questa parte della critica, e non cess di coltivarla finch visse.
Molto si adoper per illustrare l'Etimologico magno, Stefano Bizantino,
Dionisio d'Alicarnasso, Erodoto, e Marziale; ma nulla di ci  uscito
in luce. Se per dalle annotazioni sopra Eustazio possiamo trarre
argomento, di leggieri c'indurremo a credere che utile ne sarebbe la
pubblicazione.[217]

NOTE:

[131] _Osservazioni sopra alcune Lezioni della Iliade d'Omero. Milano._
1813. in 8.

[132] _Eustathii Diaconi a supplicibus libellis et oratorum magistri,
postea Archiepiscopi Thessalonicensis Commentarii in Homeri Iliadem.
Alexander Politus Florentinus de Cl. R. Scholarum Piarum nunc primum
Latine vertit, recensuit, notis perpetuis illustravit. Accedunt notae
Antonii M. Salvini. Florentias apud Bern. Paeperinium._ 1730.--1735. T.
3. in f.

[133] _Anonymi Scholia Graeca in Homeri Iliados Librum primum.
Venetiis_ 1740. in 4.

[134] _Homeri Ilias ad veteris codicis Veneti fidem recensita. Scholia
in eam antiquissima ex eodem Codice aliisque nunc primum edidit cum
asteriscis, obeliscis, altisque signis criticis. Io. Bapt. Caspar
d'Ansse de Villoison. Venetiis, typis et sumptibus fratrum Coleti._
1788. in fol. Sarebbe stato opportuno che il Grecista Francese avesse
voluto mostrarsi in questa edizione meglior critico, e avesse purgati
quegli scolj dai molti errori, di che sono soverchiamente imbrattati.
Dovevasi ancora porvi gli accenti, perch a questi vi si allude
talvolta.

[135] _Anecdota Graeca e Regia Parisiensi et e Veneta S. Marci
Bibliothecis deprompta edidit L. B. C. d'Ansse de Villoison. Venetiis
typis et sumptibus Io. Coleti_ 1781. T. 2. in 4.

[136] _Apollonii Sophistae Lexicon Graecum Iliadis et Odisseae etc.
Lut. Par._ 1773. T. 2. in 4.

[137] _Patavii_ 1747. in 8.

[138] _Ex Regio Parmensi Typographio_ 1785. in 4.

[139] _Theognidis Megarensis sententiae, Phocylidis poema admonitorium,
Pythagorae aurea carmina. Graecis ex adverso Latina interpetratio
adposita; multis in locis quam antea correctior prodierit. Accedit
Italica versio metrica_ (Ant. M. Salvini) _curante Ang. M. Bandinio
etc. Florentiae typis Mouckianis._ 1766. _in_ 8.

[140] _Callimachi Hymni etc._ Ibid. 1763. in 8. _Arati Solensis
apparentia etc._ Ibid. 1765. in 8. _Nicandri Theriaca et Alexipharmaca
etc._ Ibid. 1764. in 8. _Tryphiodori. Aegyptii Grammatici excidium
Trojae_ etc. Ibid. 1765. in 8. _Coluthi raptus Helenae_ etc. Ibid.
1765. in 8. _Musaei Grammatici de Herone et Leandro Carmen._ ec. Ibid.
1765. in 8.

[141] Egli avverte con ragione, che l'edizione del 1742.  del Lami, ma
erra poi asserendo, che  proibita dalla Chiesa. Il Lami la fece ad uso
del Seminario Fiorentino. Monsignore Incontri per se ne dolse con lui
non essendo conveniente di porre in mano di giovani, e ci che  pi,
di giovani ecclesiastici l'intera collezione delle poesie d'Anacreonte;
onde il Lami fu costretto di mutare il frontispizio, togliendone le
parole _ad usum Seminarii Florentini_. Io ne ho un esemplare con
queste parole donatomi dal Ch. Sig. Ab. Fiacchi. Egli ha seguita la
prima edizione d'Enrico Stefano, e vi ha aggiunta la versione poetica
del medesimo, e in mancanza di questa ha supplito con quella d'Elio
Eobano Hesso. Il testo  senza accenti tranne quei luoghi, dove giovano
all'intelligenza. Ci parmi strano giudicando, che o debbansi porre
tutti, o tutti tralasciare.

[142] _Notices des Mss. de la Bibl. Nat._ T. 5. p. 465.

[143] _Anacreontis Teii Odaria praefixo commentario, quo Poet genus
traditur et Biblioteca Anacreontica adumbratur additi var. Lectionibus.
Parm ex Regio Typographeio._ 1785. in 4.

[144] Io aveva scritte queste cose, quando mi sono pervenuti
_Empedoclis et Parmenidis fragmenta. Lipsiae._ 1810. carissimo dono
dell'egregio poliglotto Sig. Ab. Peyron. Ivi alle pag. 32. 33. si
difende questa edizione dalle inurbane accuse del Fischer. A lui perci
mi rimetto.

[145] _Le Odi d'Anacreonte e di Saffo recate in versi Italiani da
Francesco Saverio de Rogati. Colle_ 1782. T. 2. in 8. Una bella
traduzione ha poi fatta d'Anacreonte e Saffo il signor Giovanni
Caselli, che ha pubblicata magnificamente pe' torchi del Piatti a
Firenze il 1819. in f.

[146] _Roma._ 1762. T. 3. in 8.

[147] P. 50. della prefazione alla sua edizione di Pindaro di Gottinga
1798. L'Opera del Mingarelli  intitolata: _De Pindari Odis Conjecturae
Bononiae_ 1772. in 4. Non 1775. come per errore si dice nella citata
prefazione.

[148] Si veda fra gli altri luoghi la Prefazione p. 17.

[149] _I Sette in Tebe Tragedia d'Eschilo recata per la prima volta
dal testo Greco in versi volgari e con annotazioni illustrata. Vinegia
Coleti_ 1784. in 8. _Prometeo legato_ etc. Ivi 1785. in 8.

[150] _Roma_ 1754. in 4.

[151] _Padova_ 1743. e seg. T. 20. in 8.

[152] _Pro Euripide et novo ejus Italico Interprete dissertatio P.
Carmeli. Patavii_ 1750. in 8. Si replic negli atti di Lipsia del 1751.
con nuova, e pi acre censura.

[153] _Comment. in Anthol._ T. 1. p. 12.

[154] _Not. in Aristoph._ T. 1. p. 47.

[155] _Appar. Dem._ T. 2. p. 468.

[156] _V. Euripidis opera_ T. 3. p. XV. ed. Lips. 1788.

[157] _Aristophanis Comoediae Graecae emendatae ex auctoritate
praesertim libri optimi saec. X. cum scholiis antiquis hactenus
ineditis et commentario, auctore Philippo Invernizzio Lipsi_ 1793. T.
3. in 8.

[158] _Venezia_ 1752. in 8.

[159] _Firenze_ 1751. ivi 1754. in 4.

[160] _Giorn. de' Lett. di Fir._ T. 3. p. 221. e 222.

[161] _Demosthenis Orationes de Repubblica ad populum habitae Latio
donatae ab. Io. Vincentio Lucchesinio Patritio Lucensi cum notis
criticis et historicis. Romae_ 1712. in 4.

[162] _Ad Charit._ p. 177.

[163] T. 1. p. LI.

[164] App. Dem. T. 2. p. 5.

[165] Vediamolo solamente nelle tre Olintiache. Olint. 1. T. 1. Reiske
nella nota alla p. 9. l. 13. adotta la spiegazione proposta nella prima
nota all'Olint. 1. p. 153. La spiegazione del verbo *diathesthai*, per
_vendere_ dell'Olint. 2.  seguitata nella nota alla p. 22. l. 1. 26.
La correzione della punteggiatura fatta nella prima nota all'Olint. 3.
p. 155.  ammessa nella nota alla p. 30. l. 10.

[166] _Firenze_ 1761. T. 4. in 12.

[167] Ambedue stampate a Parma pel Bodoni, la prima il 1780. T. 2. in
4. e la Seconda ivi p. 1792.

[168] Romae. 1759. in 4.

[169] _Chardon de la Rochette Mel._ T. 1. p. 253.

[170] _Archimedis opera ec. Oxoniae_ 1792. in f.

[171] _Lett. de' suoi viaggi_ T. 3. p. 201.

[172] _Heliodori Larissaei capita opticorum. Pistorii_ 1758. in 8.

[173] _Roma._ 1791. 1794. T. 2. in 4.

[174] _Lett. de' suoi viaggi_ T. 3. p. 202.

[175] Neap. 1747. 1749. T. 2. in f.

[176] _Historiarum Romanorum fragmenta cum novis earumdem lectionibus
a Iacobo Morellio Bibliothecae Venetae Praefecto nunc primum edita.
Bassani_ 1798. _in_ 8.

[177] Venetiis 1785. in 8.

[178] _Herculanensium voluminum, quae supersunt Tomus I. Philodemi de
Musica Liber IV. Neap. ex R. Typ._ 1793. _in f._

[179] _Iacobs Animadv. in Anthol._ V. 2. P. 1. p. 244. e segg. _Chardon
de la Rochette Mel._ T. 1. p. 206. e segg.

[180] _Rapport historique sur les progrs de l'histoire et de la
litterature ancienne depuis_ 1789. _present a S. M. l'Empereur et Roi
par le Classe d'histoire etc. de l'Institut._ p. 68.

[181] Ivi.

[182] Dicesi, che il celebre chimico Inglese Cav. Davy dia qualche
speranza di riuscirvi. Certo  che se la chimica pu somministrare
mezzi per ottener questo intento egli sapr trovarli.

[183] _Magasin. Encycl. de M. Millin Ian._ 1812. p. 120.

[184] _Libanii Sophistae Orationes XVII. Antonius Bongiovanni nunc
primum e MSS. codicibus eruit, latine vertit, notisque illustravit,
Venetiis._ 1754. in 4. Leonardo Adami prepar un'edizione pi ampia,
e pi corretta di tutte le opere di Libanio, che poi non fu stampata.
Amaduzzi _praef. ad leg. Nov._ V. anecd. p. XXII.

[185] _De originibus arabicis aliquot vocabulorum civitate Germanica
donatorum in Act. Soc. Lat. Jen._ T. 4.

[186] _Chirurgici veteres. Florentiae_ 1764. in f.

[187] _Xenophontis Ephesii de amoribus Anthiae et Abrocomae libri V.
Londini_ 1726. in 8. E di nuovo _Lucae_ 1781. in 4. _Graecae Latine,
Italice, et Gallice._ Pi altre fatiche ancora fece il Cocchi intorno
ai Greci Codici Fiorentini. Imperciocch raccolse le varianti di Filone
Ebreo, che poi servirono all'impressione fatta in Londra per opera
del Mangei il 1742. trascrisse il Romanzo di Caritone, e lo vend
al d'Orville, e finalmente molto lavor intorno agli scrittori di
medicina, che manoscritti si conservano nella Laurenziana, copiandoli,
ed indicandone, le varianti. Fabbroni nella sua vita.

[188] _Xenocratis Arphrodisiensis de alimento ex aquatilibus cum notis
integris T. G. Frid. Franzii. Accedunt novae variantes lectiones ex
Cod. MS. depromptae et animadversiones Diamantis Coray nunc primum
editae: itemque adnotationes, additamenta in glossarium Franzii
hodiernam ichthyologiam illustrantia, et lucubratio de piscium esu
Cajetani de Ancora. Neap. typis regiis_ 1794.

[189] _Florentiae._ 1750. in 4.

[190] _Romae_ 1788. in 8. Egli ha preparate altres alcune correzioni
ed illustrazioni alla Preparazione Evangelica d'Eusebio, a parecchie
iscrizioni del Grutero del Muratori, dello Spon, e d'altri, ed a pi e
diversi autori Greci e Latini. _Caballeros suppl. I._ p. 246.

[191] _Eustathii ec. commentarii in Dyonisium Periegetam Alexandro
Polito interprete. Coloniae Allobr._ 1745. _in_ 8. _Orationes octo
Alex. Politi ad Accademiam Pisanam. Ejusdem animadversiones in
Eustathium ad Dyonisium Periegetam._ Romae 1742. in 4.

[192] Fabroni Vit. T. 8. p. 59.

[193] _Corporis Historiae Byzantinae nova appendix, opera Georgis
Pisidae, Theodosii Diaconi, et Corippi Africani Gramatici complectens.
Romae_ 1771. in f.

[194] _Georgii, seu Gregorie Cyprii Patriarchae Constantinopolitani
vita, quae ex Codice Lugduno Batavensi nunc primum grce in lucem
prodit cum latina interpretatione et notis. Accedunt dissertationes
duae Historicae et Dogmaticae cum binis epistolis ejusdem Cyprit ad
amicum, et Moschamperis Excorto phylacis ad ipsum nunc primum editis:
queis Byzantina Georgis Pachymeris historia illustratur auctore Fr. Jo.
Francisco Bernardo M. de Rubeis Ord. Pred. Venetiis_ 1753. in 4.

[195] _Bjornstahel Lett. de' suoi viaggi_ T. 3. p. 42.

[196] _Anecdota Graeca Patavii._ 1713. T. 3. in 4. Oltre agli Aneddoti
latini stampati separatamente.

[197] _Graecae Eulesiae vetera monumenta Florenti_ 1761. T. 3. in 8.

[198] _Delici eruditorum seu veterum anecdotorum collectanea.
Florenti_ 1736.--44. T. 15. in 8.

[199] _Anecdotorum fasciculus. Rom_ 1756. in 4.

[200] _Clarorum virorum ec. epist. ex. codd. MMS. Bibliothec Collegii
Romani S. T. nunc primum vulgat Rom_ 1754. T. 2. in 8.

[201] _Anecdota litteraria ex. MSS. Codicibus eruta. Rom_ 1773. T. 4.
in 8.

[202] _Catalogus codicum MSS. Bibliothecae Lauretianae ec. Florenti._
1764.--93. T. 11. _in f. Graeca Divis Marc. Bibliotheca codicum
MSS. Venetiis_ 1740. T. 2. _in f. Graeci codices manuscritti apud
Nanios Patricios Venetos asservati. Bononiae_ 1784. in 4. Il P. Luigi
Mingarelli descrisse altres i codici Greci e Latini della celebre
libreria del Cardinale Passionei, come dice il P. Cavalieri nella sua
vita, e il Cardinal Quirini mentre era monaco compil il catalogo di
quella della Badia di Firenze. Un breve, ma bel catalogo della libreria
Veneta di S. Marco dette il Cavaliere Abate Morelli nel 1802. co'
torchi di Bassano, il quale non appartiene al mio instituto.

[203] _Institutiones Thealogicae antiquorum Patrum ec. Romae_ 1769. T.
4. in. 4.

[204] _Romae_ 1740. in fol. e Tom. 2. in 4.

[205] _Bononiae_ 1779. in fol. II dottissimo Sig. Ab. Morelli, alla
diligenza del quale niuna cosa fugge, ha benissimo osservato, che
questa storia non  diversa da quella che col nome di Giulio Polluce
pubblic poi come inedita il Sig. Ignazio Hardt a Monaco nel 1792. in 8.

[206] _S. Gregorii Agrigentini Explanationes Ecclesiasticae, Libri
X. Ven. Coleti_ 1791. in fol. L'unica cosa, che  da desiderarsi in
questa edizione  l'uso degli accenti, che si sono tralasciati contro
la pratica de' migliori editori d'opere Greche principalmente di quegli
scrittori non molto antichi, che certamente gli adoperavano.

[207] _Romae_ 1788.

[208] _Veronae_ 1732. in 4.

[209] _Romae_ 1772.

[210] _Romae_ 1721. in 4. Altre cose liturgiche de' Greci egli pubblic
ancora nelle _Diatribae quinque etc._

[211] _Romae_ 1794. in 4.

[212] Ivi. 1795. in f.

[213] _Romae._ 1795. in f.

[214] Nella Raccolta Milanese del 1757.

[215] _Benedicti Averanii dissertationes habitae in Pisana Academia.
Florentiae_ 1716. 1727. in fol.

[216] _Fabbroni Vit._ T. 8. p. 17.

[217] Avvedutamente ho trascurate alcune piccole cose di non molto
momento impresse nelle Raccolte del Caloger, e del Mandelli ec.




                             _Traduzioni._

                              ~CAPO~ IX.


Dopo aver finqu parlato degli editori vuolsi ora far passaggio ai
traduttori. Questi per sono tanti di numero, che reputo conveniente
di tralasciare del tutto coloro, che poche, e piccole cose hanno
volgarizzate. Degli altri poi parler brevemente, tranne alcuni
che richiedono pi lungo ragionamento. E in primo luogo si dee
molto commendare il chiarissimo Sig. Ab. Rubbi, il quale con ottimo
divisamento prese a raccogliere le versioni dei poeti tolti d'ogni
et, e d'ogni nazione, e solamente  da dolersi, che la morte dello
Stampatore Zatta abbia interrotto cos util disegno[218]. N bast
a lui d'esser giudizioso editore, ma fu ancora traduttore elegante,
inserendovi oltre ad alcuni pezzi biblici, (i quali non essendo
volgarizzati dall'originale non appartengono alla presente trattazione)
la versione del poemetto di Museo sugli avvenimenti d'Ero, e Leandro,
che ivi si legge da lui recato in bei versi sciolti. Due sono i
traduttori, che per certi riguardi a mio giudizio richiedono special
menzione, cio Anton Maria Salvini, e il Cesarotti. Moltissime son le
traduzioni fatte dal primo, parecchie stampate, ed alcune inedite;
e sono tante, che appena si crederebbe esser lavoro d'un solo uomo.
Egli volgarizz Omero, Esiodo, Anacreonte due volte, Callimaco,
Teocrito, Oppiano, Orfeo, Nicandro, Teognide, Museo, Trifiodoro,
Coluto, Senofonte Efesio, Epitteto, Quinto Calabro, Nonno Panopolita,
alcune cose d'Euripide, d'Aristofane, di Proclo, di Luciano, di
Diogene Laerzio, di Plotino, di Libanio, e di S. Gregorio Nazianzeno,
oltre ad alcuni scrittori Latini, Francesi, Inglesi, e a molte altre
produzioni letterarie. Egli traduce sempre letteralmente, avendo cura
di rendere Italiana quasi ogni parola dell'originale. Lo stesso si dica
delle versioni da lui fatte in latino, e di quelle che dal Latino ha
fatte in Italiano o in Greco. Ora ognun vede, che traducendo cos in
versi i poeti debbono le sue versioni esser prive di quella grazia o
maest o forza, che hanno gli originali. E tali sono veramente; onde
gran lamento si fa da molti contro a lui per questo appunto. Anzi non
v'ha quasi traduttore buono o mediocre (parlo di quelli, che si sono
allontanati dal metodo Salviniano) il quale non l'abbia a quando a
quando voluto mordere. Ma tanti rimproveri sono poi giusti? Era il
Salvini assai buon poeta, come si vede dalle sue rime; e se nelle
versioni us modi triviali, e diciam anche plebei che non us poi nelle
rime,  manifesto segno, che egli non volle in queste esser poeta,
e solamente ebbe in mira di giovare a coloro, che hanno bisogno di
qualche ajuto per intendere quegli Autori. Laonde il biasimar lui,
perch non ha conservata la dignit la grazia e gli altri pregi de'
Greci Poeti,  lo stesso che se altri biasimasse il Cesarotti, perch
non ha espresso nella _morte d'Ettore_ il rigoroso significato di
qualche parola, o di qualche espressione dell'Iliade. Ha egli tradotto
in versi, perch forse credeva, che, qualunque sia il fine, che altri
si propone traducendo, fosse disdicevole di recare in prosa le opere
de' Poeti; non perch usando la misura de' versi giudicasse necessario
adoperar lo stile proprio della poesia: cio prese dalla poesia tutto
quello, che poteva senza allontanarsi dal suo scopo. Un altro fine
ancora ebbe egli forse, o almeno un altro vantaggio si ritrae da' suoi
volgarizzamenti, ed  il vantaggio della nostra lingua. Molte voci, e
maniere di dire, che erano disusate richiam a nuova vita, molte ne
tolse dalla lingua Greca dalla Latina dalla Francese ad arricchire il
tesoro della nostra. I suoi contradittori hanno avuto in mira d'emulare
quanto era possibile gli originali, sforzandosi di rappresentare con
parole, e modi Italiani, o Latini la grazia, la forza, la dignit
loro, mentre procuravano di rappresentarne il senso. Quantunque io
confessi, che non sempre sia riuscito al Salvini di conseguire i fini,
che si era proposti, pure desidero, che i suoi critici non si siano mai
allontanati dal loro meno di quello, che egli abbia fatto dal suo.

Ho detto, che al Salvini non  sempre riuscito di conseguire ci che
si era proposto, volendo intendere, che non  stato sempre fedele
all'originale. Questo rimprovero gli fece Giuseppe Torelli,[219] al
quale per procur di rispondere il Lami sotto il nome di Accademico
Apatista nelle Novelle Fiorentine del 1747. Glielo fece altres il
celebre Ab. Lazzaro Spallanzani, che la sua carriera Letteraria
cominci con due lettere dirette al Conte Algarotti,[220] nelle quali
esamina i primi due libri della traduzion dell'Iliade. E in altri
volgarizzamenti ancora altri potr notare qualche difetto. E perch
no? In una notte tradusse Museo, come si vede da una postilla, che egli
vi aggiunse in fine. E gli altri suoi volgarizzamenti debbono pure
esser fatti con molta fretta, il che si deduce dal loro numero grande,
e dal numero pur grande dell'altre cose sue. Che se Omero dormicchia
talvolta, come dice Orazio, e chi  discreto, gliele perdona, pu ben
dormicchiare anche il Salvini. Ma la sua negligenza non  frequente, ed
 perdonabile. Pure le sue versioni meriterebbono d'essere alquanto pi
accarezzate dagli eruditi, e dir anche studiate, e ne ritrarrebbono
ottime emendazioni degli originali. Ognuno se ne potr di leggieri
persuadere, ove solamente si prenda fra mano il Senofonte Efesio
del Baron Loccella, che pi, e diverse volte lo fa vedere. So che
l'Hemsterhusio, l'Abresch, il d'Orville, e sopra gli altri il Loccella
hanno molto pi del Salvini giovato alla correzione di quel romanzo.
Ma essi lo studiarono lungamente a fine d'emendarlo, ed il Salvini
lo leggeva per tradurlo, e traducendo faceva quelle emendazioni, che
spontanee gli si presentavano alla mente.

Certo  che dottissimo era nella lingua Greca, e il Pope non molto
modestamente soleva dire, che due sole persone a' tempi suoi erano
al Mondo, le quali sapessero bene questa lingua, cio il Salvini in
Toscana, ed egli stesso in Londra. Io non dir tanto n dell'uno n
dell'altro, ma francamente asserisco, che ambedue erano dottissimi, e
del Salvini lo mostrano i contrastati suoi volgarizzamenti, fra' quali
non tiene l'ultimo luogo quello test citato di Senofonte Efesio, e
tiene il primo per l'eleganza, colla quale ha ottimamente emulato
l'elegantissimo originale.

Il Cesarotti  l'altro traduttore di cui vuolsi far, come ho detto,
pi special menzione. Osserva il Salvini una scrupolosa fedelt;
segue il Cesarotti una libert or pi or meno grande. Non tenne egli
questo metodo volgarizzando il Prometeo d'Eschilo nel qual lavoro fu
Salviniano anzi che no.[221] Ma poi nella traduzione di Demostene, nel
corso di letteratura Greca, ed in Omero fu molto diverso. E qu, se
pongo mente alle molte cose, che meriterebbono d'essere esaminate, ed
alla riputazione grande, alla quale questo celebre letterato  salito,
mi vedo costretto ad entrare in un campo vasto e pericoloso e superiore
di molto alle mie deboli forze. Pure dir ci che sento, e lo dir pi
brevemente che mi sar possibile.

Volgarizz il Cesarotti l'orazioni politiche di Demostene, quelle della
corona, e dell'ambasceria colle contrarie d'Eschine, e le criminali,
e in ci fare volle essere fedele, ma non servile, prendendo qualche
discreta libert dove non solamente il genio della lingua nostra lo
richiedeva, ma ancora qualche piccolo difetto dell'originale pareva
a lui, che lo consigliasse. Tutti debbono confessare che le orazioni
scritte da Demostene per le cause civili sono inferiori alle altre.
Il Cesarotti non le volle tradurre, n lo condanno per ci; giacch
non era obbligato a tradurre tutto. Ne fece per l'analisi, e ne
tradusse i pezzi pi belli, e dobbiamo essergliene grati. Lo stesso
fece nel corso di letteratura Greca riguardo a quelle Aringhe dei
Greci Oratori che a lui sembrarono meno felici, e volgarizzando quelle
solamente che reputava megliori. Ma ci che non posso non biasimare
 un certo disprezzo col quale sovente egli tratta quegli scrittori.
In due difetti contrari principalmente si pu cadere giudicando gli
scrittori antichi, cio o di stimarli troppo, come se fossero pi
che uomini, e niente possa essere in loro che non sia perfetto, e in
questo errore cadde Madama Dacier, o di sprezzarli troppo, come faceva
l'Ab. Terrasson. Il primo errore certamente non  proprio di questa
et, nella quale ormai pochissimo si studia la Greca lingua, e non
molto la Latina. Quindi il gridare continuamente contro gli scrittori
Greci essere deve pernicioso alla giovent, e non pu non alienarla
vie pi dallo studiare que' gran Maestri. Il Cesarotti protesta, che
egli riprende l'ingiusta pretensione d'alcuni, che esaltando gli
antichi voglion deprimer troppo i moderni. Ma le sue osservazioni
tendono, se non m'inganno, a provare assai pi di ci, che egli dice.
Rechiamone un esempio. Nell'analisi dell'aringa di Demostene contro
Conone egli osserva, che i giovani d'Atene delle migliori famiglie
erano dissoluti, e insolenti; e poi dice cos Dica ora chi ha fior
di senno se possa credersi che gli Ateniesi con una tale educazione
possedessero esclusivamente quella squisitezza di gusto, quel senso
delicato del bello del gentile e del conveniente, che si comunica
all'espressioni ed alle parole. La politezza dello stile va del pari
con quella delle maniere. Ambedue sono il risultato del complesso
delle idee dominanti nel sistema della vita socievole: e queste non
si riconoscono pi chiaramente quanto dai divertimenti generali d'una
nazione. I bordelli, e le taverne sono scuola di tutt'altro che di
politezza; n la decenza pu essere _du bon ton_, ove la sfrenatezza,
e la crapula son _du bel air_.[222] Se queste parole provassero
qualche cosa proverebbono, che gli Ateniesi (e diciam pure de' Greci in
generale) non avevano politezza di stile, non senso delicato del bello
del gentile del conveniente: di che lascio il giudizio agli uomini
sensati d'ogni et, d'ogni culta nazione. Condanner sempre coloro che
frequentano i bordelli, e le taverne; ma credo che fra questi esser
possano buoni poeti, buoni storici, buoni Oratori. Se quelle parole
provassero qualche cosa proverebbero ancora che non potevano i Greci
aver buoni pittori, scultori, e architetti, giacch non vedo, come non
si dovessero applicare alle arti loro quelle riflessioni. A me pare che
il Cesarotti dotato d'ingegno acuto talvolta si lasciasse trasportare
da questo, e quindi prendesse a sostenere certe opinioni lontane dal
comune pensamento degli uomini. Egli era ammiratore degli scrittori
Francesi, e dichiara M. d'Alembert autorevolissimo in letteratura, e in
filosofia ugualmente.[223] Io lo credo autorevolissimo in mattematica,
ma (non parlando della filosofia) poco o nulla nella letteratura. Egli
dopo aver condannati parecchi scrittori antichi, ed Omero massimamente
chiama poi M. Thomas _dittatore dell'arte degli elogi_, e quel che 
molto pi _incomparabile_[224]. Certo  che chi pensa in questo modo
non pu esser favorevole agli antichi.

Il Greco scrittore, che sopra ogni altro fu celebrato,  quello stesso
che pi d'ogni altro  stato criticato dal Cesarotti. Questi  Omero.
Prese egli da prima a far traduzione poetica molto libera dell'Iliade,
ma poi gli parve cos difettoso quel poema, che stim opportuno di
fare un poema quasi nuovo in cui, seguitando in generale le tracce
d'Omero se ne allontana quando egli crede, che esso abbia errato,
cambiando anche il titolo d'Iliade in quello di morte d'Ettore. Vi
aggiunse oltre a molte altre cose la versione in prosa, e moltissime
annotazioni erudite, e critiche. In queste si leggono bellissime
osservazioni, che possono essere di grande utilit, e degne sono di
un uomo grande, com'egli era. Ma nel tempo stesso fra le critiche se
ne trovano parecchie, che molti stimano non giuste. Lascio stare la
celebre pasquinata, che contro lui fu fatta, perch odio le satire,
colle quali arti non si dee riprender niuno, e molto meno un uomo
celebre. Il Chiarissimo Signor Ab. Ciampi ora Professore di lingua
Greca nell'universit di Varsavia si oppose al critico Padovano in
una maniera pi nobile, e degna di lui. Non ha egli preso a tessere
una minuta apologia d'Omero, che troppo lunga opera sarebbe; ma
esaminando le principali accuse ad esse ha risposto senza mordacit,
ma con energia[225]. Egli per tanto ha risparmiata a me la fatica di
parlare pi a lungo di questo oggetto. Dir piuttosto succintamente
qualche cosa delle traduzioni degli Oratori, e di quella in prosa
dell'Iliade, che ho gi indicate. Generalmente sono queste fedeli, ed
eleganti; vi scorgo per talvolta qualche negligenza. Ne recher due
soli esempi per non abusare della sofferenza dei leggitori. Sar il
primo nell'Archidamo d'Isocrate, dove si legge: _sovvengavi di quegli
antichi Lacedemoni, che fattisi incontro agli Arcadi con una sola
banda d'uomini armata di scudo molte migliaja di nemici messero in
fuga_.[226] Sarebbe alquanto strano, che gli Spartani si esponessero
contro i nemici armati non d'altro che di scudo, cio d'un'arma arma
difensiva; n meno strano sarebbe, che cos li ponessero in fuga: e
non credo che in tutta la storia militare si trovi esempio di ci. Il
testo Greco dice *epi mias aspidos parataxamenoi*. Ora  noto, che
*aspis* si adopera per denotare il soldato e che la proposizione *epi*
con un numero cardinale in genitivo se  declinabile significa spesso
ordinanza o di fronte o di profondit. *Oi de Thbaioi ouk elatton 
epi pentkonta aspidn synestrammenoi san* _I Tebani avevano non meno
di cinquanta soldati di profondit_ dice Senofonte[227]. Quindi le
parole d'Isocrate si dovevano spiegare, _disposti in una sola fila_.
L'altro esempio sar preso dall'Iliade. Teti nel libro 18. dolendosi,
che Achille dovesse presto morire dice secondo il Signor Cesarotti
cos: _Lassa: che dopo aver partorito un figlio........ che cresceva
simile a pianta, poich l'ebbi allevato siccome pianta in campo fecondo
ec._ Ed ivi egli aggiunge questa nota. _L'immagine  bella e buona. Ma
era poi necessario di replicarla in due versi consecutivi? Il Bitaub
afferma, che questa  una bellezza. Lo creda chi vuole, ma  certo,
che in un moderno si chiamerebbe una vera battologia_.[228] Ecco ora
le parole dell'originale

  .......*ho d anedramen ernei isos
  Ton men eg threpsasa, phyton hs goun als. k.t.l.e.*

Ernos in questo luogo  una pianticella tenera, *phyton*  la pianta
gi cresciuta. *ernos, ho klados* dice l'autore del Lessico degli
spiriti pubblicato da Valckenaer con Ammonio p. 218. Apollonio nel
Lessico Omerico, *arnei. dendr thallonti*, ed Esichio, *ernos. klados
stelechos dendron blastma*, e in ultimo luogo *phyton*. Se il Signor
Cesarotti avesse usato in vece di pianta nel primo luogo il vero
significato di *ernos*, non avrebbe ravvisato qu veruna battologia;
ma un'elegante, e necessaria continuazione di metafora. Teti si
rammenta delle materne cure da lei usate per Achille, quando nella sua
puerizia era quasi tenera pianticella, e si duole, che debbano queste
esser perdute ora, che  pervenuto alla giovinezza, ed  quasi pianta
vigorosa, e fiorente.

Altri hanno poeticamente tradotta l'Iliade, e l'Odissea. Lascio
stare il Lucchese Bugliazzini, che non merita d'esser ricordato per
l'infelicissima sua versione[229]. Parliamo piuttosto del Bozzoli
del Ceruti e del Ridolfi. Il primo[230] volle usare l'ottava rima,
aggiungendo cos una difficolt maggiore, quasi che il mestier di
tradurre non fosse abbastanza difficile per se stesso. Volle imitare
lo stile dell'Ariosto, cio lo stile il pi lontano da Omero. Io cerco
in lui la forza poetica dell'originale, ma la cerco inutilmente: e
molte volte vi trovo il senso snervato in una parafrasi, la quale
spesso aggiunge ancora ci che il poeta Greco non dice. Meglio
pensarono il Ridolfi e il Ceruti, che usarono il verso sciolto. Del
primo non ho veduto che qualche breve squarcio, nel quale ho trovata
fedele la versione, ma non abbastanza poetica[231]. Pi poetica 
l'Iliade del Ceruti, e pi commendabile di quante ne ha prodotte il
secolo decimottavo, e bene avvis l'Ab. Rubbi, che la scelse pel suo
Parnaso. Pure assai volte non  n fedele n poetica, onde rimase ad
altri libero il campo di far cosa migliore[232]. Il Marchese Maffei
cominci a trasportar l'Iliade in versi sciolti, e ne pubblic i primi
due libri, ma non  molto a dolersi, che non abbia compito il suo
lavoro[233].

Fra i volgarizzatori dell'Odissea oltre al Bozzoli, di cui ho gi
parlato pu meritare qualche menzione il P. Soave.[234] Egli giudic
che due cose diverse si debbano considerare in questo poema, cio
il _ritorno d'Ulisse in Itaca e i mezzi da lui usati per vendicarsi
de' proci e rimettersi al possesso del regno_. Tradusse la prima
parte solamente, e in questa pure tralasci il viaggio fatto da
Telemaco per rintracciare il padre, onde dal v. 87. del litro I. salta
improvviso al 28. del V. Pare per tanto che il P. Soave condannasse
l'Odissea, come mancante d'unit, e l'episodio del viaggio di Telemaco
come strano, e non tendente al fine del poema: il che non tutti gli
vorranno concedere. In ci poi che gli  piaciuto di volgarizzare trovo
comunemente bastevole fedelt, non per quell'anima poetica, che si
ravvisa nell'originale. Manca dunque una buona traduzione dell'Odissea,
e l'aspettiamo dal Signor Marchese Ippolito Pindemonti, che tanti saggi
ha dati del suo valore in questo genere, ed  senza dubbio uno dei
pi illustri poeti, che vanti l'Italia in questa et. Egli ne ha gi
pubblicati i primi due libri con sommo plauso, ma essi appartengono al
secolo decimonono; onde non  di questo luogo il parlarne. Pi felici
traduttori hanno avuto gl'inni, che portano il nome d'Omero. Quello a
Cerere fu egregiamente volgarizzato dallo stesso Signor Pindemonti, e
dal P. Pagnini, e quello a Venere da Dionigi Strocchi e da Amarilli
Etrusca, cio dalla Signora Teresa Bandettini celebre ugualmente nel
far versi estemporanei, e meditati. Non parlo della guerra de' topi
e delle rane, che il Ricci, ed altri hanno recata in versi Italiani;
perch essendo quello un poemetto piacevole, i volgarizzatori hanno
forse creduto non doverci impiegare molto studio.

Un altro molto lodevole traduttore dell'Iliade Omerica fu Paolo
Brazuolo, ma la sua traduzione non  stata impressa mai. Se io per
la commendo ho del mio giudizio due autorevoli mallevadori il Conte
Algarotti, ed Angelo Mazza. Il primo ne parla pi e diverse volte
nelle sue lettere[235] e gli rimprovera d'essere incontentabile
nell'emendarla. Ma il rimprovero fu inutile, perch la rifece tutta, e
non contento pure della riforma, l'arse, e finalmente venuto in furore
si uccise. Egli tradusse eziandio l'Europa di Mosco di cui l'Algarotti
reca qualche verso, come ne ha ancora alcuni dell'Iliade, della quale
altri ne reca il Mazza.[236] Questi piccoli saggj accrescono il dolore
che l'opera sia perduta, e mostrano quanto egli fosse accurato nel
trasportare in Italiano i modi di dire, e dir ancora le voci stesse
del Greco poeta, senza che se ne perda la gravit e lo spirito.

Esiodo fu tradotto dal Salvini, e con metodo quasi Salviniano il Conte
Gian Rinaldo Carli dette la Teogona, e il Marchese Giovanni Arrivabene
l'opere e i giorni. Del primo  inutile il dar giudizio perch della
sua maniera di tradurre ho gi detto abbastanza. Gli altri due sono
fedeli, non per scrupolosamente.

L'avviso celebre d'Orazio non ha sgomentato alcuni da tentare i voli
di Pindaro. Il P. Stellini ne tradusse alcune odi in versi sciolti di
varia misura, ed il Gautier tutte le dette in versi rimati. Il primo
 assai fedele, quando ha inteso l'originale. Del secondo vuole il
Sig. Heyne, che abbia tradotto non dal testo Greco, ma dalla versione
Latina, e da quella dell'Adimari[237]. Egli pure non sempre ha inteso
l'originale, ed il metro, e la rima l'ha costretto a dir ci, che
Pindaro non ha detto. In niuno poi si cerchi lo stile di Pindaro
perch non se ne trover veruna traccia, bench remota. Alcune odi
volgarizz il P. Gius. Mazzari Gesuita che non ho vedute, onde nulla
ne posso dire[238]. Ma quello che maggiore impresa d'ogni altro ha
tentata, e felicemente eseguita  il Sig. Ab. Costa, il quale tutte le
odi di Pindaro ha trasportate in bei versi Latini. L'opera  stampata
nel secolo presente[239], e perci non dovrebbe aver qu luogo; ma fino
dal 1787.[240] cominci egli a presentare all'Accademica di Padova le
sue osservazioni su questo poeta, e nel 1792. vi aveva gi letta una
parte della sua versione[241]; onde io mi credo in diritto d'attribuire
al secolo decimottavo la gloria d'avere almeno in parte prodotta
un'opera cos insigne[242].

Molta somiglianza col Principe de' Lirici Greci ha Eschilo in ci
che spetta allo stile, e molte delle difficolt, che si hanno nel
volgarizzare il primo si provano riguardo al secondo. Ci non ostante
tentarono questo guado, oltre al Cesarotti di cui gi ho parlato,
il Pasqualoni nel Prometeo e nei sette a Tebe[243], e il Giacomelli
altres nel Prometeo[244]. In primo luogo non so approvare in questi
traduttori l'uso de' versi ottonari settenari ed altri simili senza
rima nei cori, il che riesce ingratissimo al mio orecchio; e poi i cori
essendo affatto lirici pel metro, e per lo stile parmi che richiedano
stile e metro lirico, e perci qualche rima. In secondo luogo questi
due volgarizzatori hanno voluto esser molto fedeli, e una fedelt
troppo rigorosa non si pu ottenere senza pregiudizio della poesia.
Lo stesso io dico della versione dell'Elettra di Sofocle che fece il
secondo. Bellissime poi sono le traduzioni che questo dotto Prelato
dette di Caritone[245] e dell'opera di S. Giovanni Grisostomo del
Sacerdozio[246]. Non ugualmente felice in tutte le sue parti parmi
quella di Senofonte dei detti memorabili di Socrate che forse non fu da
lui emendata[247]. La prima fu paragonata colla latina del Reiske, e fu
dimostrato quanto sia a questa superiore dal P. Antognoli in una bella
lettera da lui diretta al Perelli[248]; n meno pregevole  la seconda
per esattezza ed eleganza. Ma torniamo ai Tragici.

Commendabile molto  la versione di parecchie tragedie di Sofocle del
Signor Lenzini, che mostra in lui molta cognizione della Greca lingua
e dell'Italiana, nella quale  puro scrittore[249]. Commendabile
pure  quella che di tre tragedie dello stesso poeta, e del Ciclope
d'Euripide ha fatta il P. Angelini in bei versi nobili, e armoniosi.
L'Euripide del P. Carmeli  stato da me considerato di sopra riguardo
alla illustrazione del testo. Ma la sua letteral traduzione non ha i
pregi di quelle del Salvini, e ne ha i difetti[250]. Anche il Mattei
volle tradurre qualche squarcio de' tragici Greci; ma i suoi tentativi
non furono pi felici di quello che fossero nella version de' Salmi.
Egli adoperandosi d'accostarsi allo stile del Metastasio affievolisce
la forza degli originali, e introducendo qua, e l terzetti, e duetti
altera la natura della Greca Tragedia. Dar fine al novero dei
traduttori de' poeti tragici con un nome grande. Ennio Quirino Visconti
sin dalla fanciullezza dette segno di ci che doveva essere un giorno.
Gli scrittori della sua vita hanno raccontato le prove letterarie
per lui date in Roma a quell'et, fra le quali  mio officio mentovar
solamente l'Ecuba d'Euripide, ch'egli rec in versi italiani, e stamp
a tredici anni[251]. Il libro  raro, n mi  avvenuto di leggerlo:
ma oltre agli allegati scrittori ne parla l'Abate Amaduzzi in una
lettera al Brunelli, che pu vedersi nel tomo settimo delle Miscellanee
stampate a Lucca, e nella lettera, colla quale gl'indirizz uno degli
opuscoli inserito negli Aneddoti Romani[252]. Il Visconti si accinse
altres a volgarizzar Pindaro, e nel tomo secondo del Giornale, che
si stampava a Modena si vedono le odi undecima e dodicesima delle
olimpiche (ivi per errore dette decima ed undecima) da lui tradotte
in versi con brevi annotazioni, e con qualche riflessione sul modo da
tenersi volgarizzando questo poeta. Io non dir che queste traduzioni
sieno al tutto scevre da ogni macchia, ma queste son piccole, e vuolsi
concedere qualche cosa all'et sua giovanile, ed alla difficolt della
rima.

D'Aristofane, e de' pochi suoi volgarizzamenti ho gi parlato, dove
degli editori ho tenuto discorso. A queste nulla ho da aggiugnere
fuor solamente, che il Bjoernstahel[253] ricorda il volgarizzamento,
che delle sue commedie fece Monsignor Giacomelli e che  rimasto
inedito[254].

Le grazie d'Anacreonte, che tanto piacciono a chi le legge
nell'originale, non potevano esser dimenticate da' poeti Italiani.
L'Argelati raccolse le traduzioni d'alcuni fatte da' varj Anonimi[255],
che furono poi svelati dal Quadrio, e dal Paitoni, e sono Claudio
Nicola Stampa, Francesco Lorenzini, Giambattista Ciappetti, Giovanni
Salvi, e Domenico Petrosellini. Le ristamp poi nel 1736. il Piacentini
in Venezia col testo Greco secondo le correzioni del Barnes, la
versione letterale Latina, e le Italiane poetiche del Corsini, del
Regnier des Marais, del Marchetti, e le due del Salvini. Anche Paolo
Rolli volgarizz Anacreonte[256], e verso la fine del secolo il P.
Pagnini[257], e il signor de Rogati[258], che vi un il testo Greco con
pregevoli annotazioni. Di queste traduzioni recher qu il giudizio,
che ne d l'Ab. Rubbi, il quale all'esattezza della critica unisce le
grazie tutte dello stile. Il Salvini fece due traduzioni. La prima
con rime. Ma qual venust danno esse mai al pi venusto di tutti i
Poeti? L'altra non  rimata; ed ecco il povero Anacreonte spogliato de'
migliori abbigliamenti, perch lo veggiate nudo nudo alla Greca. L'Ab.
Conti era troppo esatto, perch troppo possedeva la Greca lingua, o sia
assai pi delle grazie Italiane. Il Corsini am pi una parafrasi, che
una traduzione, e scelse anche il metro de' Sonetti. Il Marchetti pure
egli parafras, ma senza ordine, e si rivolse talvolta alla forma de'
ditirambi. Fu parafraste il Lorenzini. Il Rolli, che aveva l'anima pi
anacreontica di tutti gli altri, si attene alla fedelt del testo, e
riusc snervato con versi sciolti, e con qualche rima per grazia. Il
Catalani ha seguito i difetti de' traduttori contemporanei. Lo stesso
dite del Ridolfi. Mi trovo il palato insipido dopo tanta lettura. Il
Cav. Gaetani si  incatenato nel Sonetto di versi ottonarj. Mal per lui
che ha dovuto cos talora divider le odi, e i sensi non ricordandosi
che il Sonetto  un poema finito. Appena leggete il de Rogati potete
cantarlo, e dire; questi  Anacreonte Italiano[259]. Quando il Sig.
Ab. Rubbi scriveva cos non era stampato l'Anacreonte del P. Pagnini,
ed  da osservarsi, che egli come editore doveva giudicare per
iscegliere la miglior traduzione. Io debbo avere mire diverse. Senza
allontanarmi dunque dalla sua opinione dir, che il Salvini, il Rolli,
il Ridolfi sono ottimi per coloro che abbisognano di qualche ajuto
per intendere il testo. Il P. Pagnini ha voluto unire la fedelt con
qualche grazia; ma la sua grazia  arida troppo. Il Lorenzini, e il
Marchetti hanno fatte buone parafrasi, e il Derogati  quello, che ha
vinti tutti gli altri suoi predecessori[260].

Il Rolli dette anche la versione di Teocrito, Mosco, e Bione, che non
ho veduta come n pure ho vedute quelle che di questi poeti[261] e di
Callimaco fece l'Ab. Giambattista Vicini[262], e il breve saggio,
che della seconda si ha nel Giornale di Modena[263] non  bastevole
per giudicarne. Ho bens veduta quella, che di Teocrito fece il
Regalotti languida, e fredda molto, perch volle esser servile, e
non lo fu per tanto, che basti a coloro che di s fatti ajuti han
bisogno per intendere l'originale[264]. A dir vero a me pare, che
tra i volgarizzatori seguaci d'una severa fedelt pochi abbiano cos
lodevolmente colto nel segno quanto il P. Pagnini, il quale oltre ad
Anacreonte Saffo ed Erinna tradusse ancora Callimaco, Teocrito, Mosco,
e Bione[265], e parecchi epigrammi dell'Antologia, nei quali seppe
unirla felicemente alla grazia poetica, ed alla eleganza. Non cos fece
nell'Epitteto, e nel Cebete, ne' quali talvolta ha voluto pi presto
parafrasare, che tradurre, e (se mi  permesso di parlare liberamente
d'un uom cos dotto) temo non forse la sua parafrasi sia riuscita
alquanto snervata. Anche i Poeti de' bassi tempi Museo, Coluto, e
Trifiodoro ebbero i loro traduttori. E il primo come migliore degli
altri, n'ebbe pi e diversi, cio oltre all'Ab. Rubbi, di cui ho detto
di sopra, il Pompei castigato ed elegante, il P. Caracciolo pedestre, e
il Signor Mazzarella Farao Napoletano, che o scriva in prosa o in verso
in ci che spetta allo stile non so commendarlo.

Del Pompei sono pure da lodarsi molto altre poetiche versioni,
che abbiamo fra le sue opere, cio sei Idillj di Teocrito, e due
di Mosco con pregevoli note, molti epigrammi dell'Antologia, e i
lavacri di Pallade di Callimaco, nelle quali tutte si vede e fedelt
ed eleganza di stile. Di questi pregj medesimi sono arricchiti
eziandio i volgarizzamenti del Signor Luigi Lamberti Prefetto della
Real Libreria di Milano, il quale dottissimo essendo in ambedue le
lingue, e buon poeta, ci diede l'Edipo di Sofocle, i cantici guerrieri
di Tirteo, l'inno a Cerere, ed altro[266]; pe' quali niun altro
rimprovero gli si pu fare se non che sono troppo scarsi di numero
pel comun desiderio. Anche della Cassandra dell'oscuro Licofrone ci
fu promessa una traduzione per opera del Conte Francesco Montani. Il
Giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia l'annunzi
nel tomo 31. art. 13. e il Marchese Maffei la registr ne' suoi
_Traduttori Italiani_. L'Autore per mor nel mese di febbrajo del
1754. senza averla pubblicata. E veramente non so bene quali speranze
si potessero concepir di quest'opera. In fatti se nel volgar nostro
si trasportassero le maniere di quel poeta essa riuscirebbe oscura
per modo, che pochi ed a fatica giunger potrebbono ad intenderlo; se
si riducesse ad una conveniente chiarezza si altererebbe l'indole
dell'originale. Alcuni epigrammi dell'Antologia furono volgarizzati da
Antonio Buongiovanni, e da Girolamo Zanetti,[267] e finalmente il P.
Giuliano Ferrari della Congregazione dell'Oratorio tradusse in versi
Italiani il poema, che sulla propria vita scrisse il Nazianzeno, come
ci avverte il P. Bevilacqua nella prefazione alla sua versione di due
Orazioni del medesimo santo. Ma non  a mia notizia, che la traduzione
del P. Ferrari sia venuta alla luce.

Altri chiarissimi ingegni trasportarono i Greci Poeti nella lingua del
Lazio. Fra questi debbono aver il primo luogo gli Ab. Cunich e Zamagna
Gesuiti, Ragusei di patria, ed Italiani per domicilio. Recarono essi
egregiamente in versi latini, il primo l'Iliade d'Omero, e parecchi
epigrammi dell'Antologia[268], il secondo l'Odissea, le opere d'Esiodo
e di Teocrito. E Teocrito incontr ancora un altro valoroso traduttore
nel Sig. Roni di Garfagnana Professor d'eloquenza nel Collegio d'Osimo.

Un altro egregio traduttore  il P. Giuseppe Petrucci della Compagnia
di Ges. Egli in bei versi latini veramente Virgiliani trasport
gl'inni di Callimaco nel 1795. tranne i lavacri di Pallade pe' quali
vi pose la versione del Cunich[269]. O si consideri la fedelt della
traduzione, o la purit della lingua latina, o la eleganza e la maest
dello stile poetico pareva che il suo lavoro non lasciasse nulla a
desiderare. Egli per ha saputo trovarvi non so bene se io debba dire
qualche neo da togliere, o qualche bellezza da aggiugnere, e ne ha data
una nuova impressione col testo Greco nel 1818[270]. In questa il P.
Petrucci sostitu la sua versione de' lavacri di Pallade a quella del
Cunich: e quantunque questa sia ottima, pure quella del P. Petrucci mi
sembra e per fedelt e per eleganza megliore. Egli fin da principio
vi aggiunse parecchie note critiche e filologiche pregevolissime, che
nella seconda stampa hanno ottenuto qualche accrescimento.

Molti sono i Greci poeti nel passato secolo volgarizzati; e pel numero
superano quelli degli scrittori di prosa. Di parecchi ho gi parlato,
e debbonsi ricordar gli altri. Giulio Cesare Becelli tradusse Erodoto,
come dice il P. Zaccaria, ma non ho veduta la sua versione. Il P.
Politi tradusse lo stesso storico in latino; ma questa sua fatica 
rimasta inedita[271]. Dieci orazioni di Demostene volgarizz il Gesuita
Gio. Battista Noghera con esattezza ed eleganza[272], se non che 
caduto in qualche troppo umile espressione, non degna della gravit
Demostenica. Il P. Michel'Angelo Bonotto Domenicano trasport nella
nostra lingua i libri della repubblica di Platone[273], ma non seppe
conservar la grazia dell'originale. Il quadro di Cebete fu tradotto
da un anonimo[274], dai Canonico Gio. Battista Tognaccini, e dal
Conte Gasparo Gozzi[275]. A Cebete succeda un altro filosofo assai
pi celebre, e al tempo stesso storico grandissimo, cio Plutarco. Il
Pompei ne volgarizz le vite con molta lode[276], l'Ab. Zendrini il
Ragionamento intorno all'Amministrazione degli affari pubblici[277], ed
altre operette il P. Giovanni Guglielmi[278].

Da un filosofo grave passiamo ora ad uno scrittore, che amava di
filosofare scherzando, e derideva ugualmente i costumi degli uomini,
e le favole degli Dei del Gentilesimo, ch'erano spesso peggiori
degli uomini; voglio dire Luciano. Il Conte Gasparo Gozzi ne tradusse
alcuni dialoghi, e Spiridione Lusi altri, e aggiunti ai primi li
pubblic[279]. Essi si sono adoperati di trasportare nel nostro volgare
non solo i sentimenti, ma le grazie ancora dell'originale, e vi sono
riusciti assai felicemente.

Non fu altrettanto felice il Gozzi nel conservare l'eleganza del suo
autore, quando prese a tradurre gli amori di Dafni, e Cloe di Longo
Sofista, del quale non vedo in Italiano che troppo languide orme[280].
Degli altri romanzi Greci poi nulla ho qu da dire, giacch del
Caritone del Giacomelli ho gi parlato di sopra. Fra i libri storici
oltre alle vite di Plutarco e ad Erodoto, di che pure ho gi parlato,
domandano d'essere ricordati i Cesari di Giuliano volgarizzati da G. F.
Zanetti[281], le Storie de' Greci di Giorgio Gemisto Pletone da Antonio
dalla Bona[282], e le opere di Giuseppe Ebreo dall'Ab. Francesco
Angiolini Piacentino[283]. Dell'Angiolini ho gi parlato due volte con
lode, e debbo ora commendarlo anche pi per questa laboriosa impresa.
Pregevole  la traduzione per la fedelt sua, e per lo stile nobile con
cui  scritta, e pregevoli sono le note, che l'accompagnano, e che
mentre illustrano l'originale, dove fa di mestieri mostrano la molta
dottrina del traduttore nelle lingue Orientali.

Non molto si  fatto pel volgarizzamento degli autori ecclesiastici.
Dell'opera di S. Gio. Grisostomo del Sacerdozio tradotta dal Giacomelli
ho gi fatta menzione di sopra. Le altre non sono di gran momento,
e perci non far che accennarle. Dobbiamo dunque a Giov. Maria
Lucchini alcune Omele de' Santi Giovanni Grisostomo, e Basilio[284]
ed altre pure di S. Basilio, e di S. Gregorio Nazianzeno con un
Ragionamento di Plutarco ad Angelo Maria Ricci[285], il Pastore di S.
Erma[286], l'orazione di Taziano ai Greci con un frammento di Bardesane
sul destino[287] al Gallizioli. Il P. Francesco Colangelo della
Congregazione dell'Oratorio di Napoli ha elegantemente, ma alquanto
liberamente tradotto il trattato di S. Gio. Grisostomo, che _Cristo sia
Dio_[288] e vi ha aggiunte parecchie dotte annotazioni, le quali per
essendo dirette solo a combattere i miscredenti non appartengono al
presente mio instituto.

Sar forse alcuno cui recher maraviglia osservando, che molti
essendo i traduttori de' poeti, pochi sieno stati quelli di prosa,
pochissimi quelli degli scrittori ecclesiastici. Non  per difficile
a mio giudizio, il rendere di ci ragione. Quantunque le parti tutte
de' buoni studj siano state dagl'Italiani nel passato secolo ben
coltivate, pure fra quelli delle umane lettere, se non m'inganno, la
poesia  quella, che ha ottenuto un maggior numero di seguaci. E a ci
contribuirono le tante Accademie, che erano in ogni citt, e dir
quasi in ogni borgo. Vi contribuirono pure quelle malagurate raccolte,
che ad ogni matrimonio alquanto illustre si consacravano, e in certe
citt ad ogni Laurea dottorale, ad ogni celebrazione di nuova Messa,
ad ogni sacra Vergine, ad ogni buono, o mediocre Predicatore, anzi si
profanarono per fino alle Taidi del ballo e della musica teatrale. Fra
tante migliaja di versi degni solo d'esser portati

  _In vicum vendentem thus, et odores,
  Et piper, et quicquid chartis amicitur ineptis_[289]

si leggevano i versi de' Manfredi, Ghedini, Frugoni, Paradisi,
Bettinelli, e di tanti altri chiari poeti. La celebre ode del Conte
Agostino Paradisi, che comincia

  _A te che siedi immola_ ec.

fu fatta per una Raccolta, e il gran Sonetto del P. Quirico Rossi
Gesuita

  _Io nol vedr, poich il cangiato aspetto_

fu letto per la prima volta appeso a una colonna d'un portico di
Bologna per una festa secondo la costumanza di quella citt. Ora senza
quella Raccolta, e senza quella festa la poesia Italiana sarebbe priva
di questi due solenni componimenti, che vivranno finch vivr o sar
intesa la lingua Italiana, e il buon gusto non sar spento affatto.
Cos si dica pure di qualche centinajo d'altri buoni componimenti, che
in altrettali occasioni furono scritti. Le Accademie, le Raccolte,
le Feste animavano molti a far versi, e fra i molti se ne destavano
poi alcuni ottimi, o almeno assai lodevoli, che avevano dalla natura
ingegno da ci, e altrimenti avrebbono intorpidito nell'ozio e
nell'oscurit. Fra tanti coltivatori della poesia buoni, mediocri, e
cattivi non  strano, che parecchi si applicassero a tradurre i poeti
antichi, e quindi che sia maggiore il numero de' volgarizzamenti di
questi, che degli scrittori di prosa. Pochi poi dovevano esser coloro,
che traducessero gli scrittori Ecclesiastici, perch ci naturalmente
conveniva agli uomini di Chiesa, e questi sogliono farne uso predicando
o scrivendo, ma raro  che li adoprino in altra lingua, fuorch nella
latina, onde una traduzione poteva sembrar loro di non grande utilit.
Si aggiunga a ci, che molti sono d'avviso non doversi trattare
gli studj sacri in lingua volgare per togliere alla gente idiota
l'occasione di legger ci che gli antichi hanno scritto in Greco o in
Latino. Mi si perdoni questa breve digressione, la quale mi pareva in
qualche modo richiesta dal mio assunto, e ritorno all'argomento.

NOTE:

[218] _Parnasso de' Poeti Classici volgarizzati. Venezia_ 1793. 1803.
T. 41. in 12. Comincia dai Biblici, e termina con Giovenale. Dovevano
seguire altri latini e poi i Francesi, Inglesi, Tedeschi, Spagnoli,
Portoghesi.

[219] _V. Prefazione alle Traduzioni poetiche, o sia tentativi per ben
tradurre_. 8. Verona 1746.

[220] _Riflessioni intorno alla traduzione dell'Iliade del Salvini_.
Parma 1760. in 8. e _Algarotti Opere_. T. 14. p. 381. ediz. Ven. 1794.

[221] _Padova_ 1764. in 8.

[222] _Ces. Op._ T. 28. p. 87.

[223] Ivi Pref. p. V.

[224] Ivi p. 385.

[225] _Riflessioni sulla necessit di studiare gli antichi Scrittori.
Venezia_, 1800. in 8.

[226] _Corso di Lett. Gr. Op._ T. 20. p. 123.

[227] Hist Gr. lib. 6. cap. 4. Erra l'interpetre latino nell'edizione
del Wels, che traduce _in latitudine_. Altrove si pu spiegare cos;
ma qu il contesto mostra, che si dee intendere della profondit. Cos
nell'orazione per la Corona nel decreto de' Bizantini (p. 256. ed.
del R.) dove si dice, che gli Ateniesi soccorsero quella Repubblica
*ploioisin hekaton kai eikosi, kai sit, kai belesi, kai hoplits*:
_navibus centum et viginti, frumento, telis, et legionibus_, come
traduce il Volfio. Ma sarebbe stato un debole soccorso il mandar
_dardi_. Il Sig. Cesarotti pare che si sia accorto di questa difficolt
avendo volgarizzato le due ultime parole, _arme e soldatesca_, e
certo sarebbe stato assai utile il mandar arme d'ogni sorte, ma il
testo nomina soltanto i _dardi_, dunque non si mandarono _armi_ in
generale. Io dubiterei, che *belesi* qu si prendesse per saettatori;
e mi confermo in questo sentimento, vedendo che dopo si nominano gli
_Opliti_, che significa armati, ma pi specialmente si prende per
_soldati di armatura greve_; onde tradurrei _jaculatoribus et militibus
gravis armaturae_. Lascio di ci il giudizio agli eruditi Grecisti.

[228] Op. T. 15. p. 272. 273.

[229] _L'Iliade Lucca_ 1703. in 12. _L'Odissea_, ivi in 12. senza nota
d'Anno.

[230] _L'Iliade Venezia_ 1770. T. 4. in 8. _L'Odissea. Mantova_ 1778.
T. 3. in 8.

[231] _L'Iliade in versi sciolti e la Batracomiomachia in ottave rime.
Venezia_ 1776. T. 2. in 8.

[232] Il Signor Cav. Monti ha poi tradotta l'Iliade in versi sciolti, e
la sua traduzione ha ottenuto un plauso corrispondente alla celebrit
del suo nome. Essa  stata impressa nel secolo presente, e non  mio
officio il parlarne.

[233] _Li due primi Canti dell'Iliade del Marchese Scipione Maffei,
e li due primi dell'Eneide da Giuseppe Torelli tradotti in versi
Italiani, si aggiunge la traduzione di un'elegia di Catullo in Greco
fatta dal Signore Anton M. Salvini. Verona_ 1749. in 8. E prima il solo
primo libro dell'Iliade, e dell'Eneide nelle _traduzioni poetiche, o
sia tentativi per ben tradurre esemplificati col volgarizzamento_ etc.
Ivi 1746. in 8. E di nuovo nelle sue opere T. 19. aggiuntovi il terzo
libro.

[234] _I viaggi d'Ulisse tratti dell'Odissea d'Omero. Venezia_ 1796. in
12.

[235] Algar. Op. T. 9. p. 89. 90. 91. 115. 116. T. 14. p. 247.

[236] Mazza Opere, Parma, 1817. T. 3. p. 196. si veda ancora alla facc.
87.

[237] _V. Pind. Op. Gotting._ ec. 1798. T. 1. _Praef._ p. 51.

[238] _Sassari_ 1772. in 8.

[239] _Patavii_ 1808. T. 3. in 4.

[240] _Cesarotti Op._ T. 17. p. 284.

[241] Ivi T. 18. p. 143.

[242] Altri hanno preso a tradurre Pindaro in questo secolo. Della
bella e dotta versione del signor Mezzanotte abbiamo il primo volume
stampato in Pisa, il quale sar seguitato dagli altri. Questo poeta 
stato poco fa tradotto in parte ancora dai signori Bellini e Bianchi
le opere de' quali non ho vedute. V. _Bibl. Ital. Gennajo_ 1820. p.
22. Non dovrei far parola di me che ho pure tradotte le Olimpiche,
e la terza Istmica. Ma non so trattenermi dal dire, che il mio
volgarizzamento (tranne la tredicesima Olimpica, che  inedita) fu
sventuratamente malmenato dallo stampator Veneto nel tomo 15. del
Parnasso de' poeti classici volgarizzati, avendo egli tralasciati
intieri versi, mutate o tolte parole a capriccio, e commessi parecchi
errori tipografici. Forse riparer un giorno a tanta rovina.

[243] _Sette in Tebe. Vineg._ 1794. in 8. _Prometeo legato._ Ivi 1795.
in 8. Il P. Caballeros _Bibl. Script. soc. Jesu, suppl._ II. _p._ 65.
attribuisce per errore queste due traduzioni all'Ab. Marotti.

[244] _Roma_ 1754. in 8. Su questa traduzione il P. Pietro Lazeri
Gesuita scrisse una _lettera a Monsignor Michelangelo Giacomelli_
stampata nel _Giorn. de' lett. di Roma_. 1754.

[245] _Roma_ 1752. in 4. e 1756. in 8.

[246] Roma 1757. Vi  unito il testo Greco con ottime annotazioni che
lo illustrano.

[247] _Brescia. Bertoni_ 1806. in 4. Il chiarissimo editore signor
Alessandro Verri nelle note ne ha indicati alcuni errori, ma non tutti.

[248] _Giorn. de' Lett. di Firenze_ T. 7. p. 2. Art. 6.

[249] _Filottete. Siena_ 1791. in 4. _Sofocle volgarizzato. Vol. primo
Siena_ 1791. in 8. Contiene le Trachinie, e i due Edipi. Il Secondo
volume non si  stampato.

[250] _Elettra, Edipo, e Antigone di Sofocle, e il Ciclope dramma
satirico d'Euripide dall'original testo Greco nuovamente tradotto
dall'Ab. Francesco Angelini Piacentino con un saggio di sue poesie
Italiane, Latine, Greche ed Ebraiche_ etc. _Roma Salvioni_ 1752. in
8. Non ho veduto questo libro e il giudizio che ne do  fondato sugli
squarci riportati nel Giornale di Modena T. 26. Art. 7. A queste si
aggiungono le seguenti. _L'Elettra del Lazzarini_ fra le sue opere
Venezia 1736. _Il Filottete_ del Sig. Tommaso Farsetti _Venezia_ 1767.
_L'Edipo_ (del Conte Agostino Piovene) _Venezia_ 1711. La _Morte
d'Ercole_ (cio le Trachinie) di Tommaso Farsetti fra le sue Opere
_Venezia_ 1764. Le _Trachinie_ di Francesco Boaretti nel Tom. II. del
Parnas. de' Clas. Volg.

[251] Roma 1763. in 8. con poche annotazioni in fine.

[252] _Anecd. ex MSS. Codd. eruta_ T. 3. in principio.

[253] _Lett. de' suoi viag._ T. 3. p. 276.

[254] La traduzione del Giacomelli era nella libreria del Cardinale
Zelada e pass poi in Ispagna. Io dubito che a questa alluda
l'Invernizzi nella prefazione al suo Aristofane dove parlando
delle traduzioni di questo Autore dice, _quod aetate nostra vir
quidem litteratissimus nec vulgaris poeta infelici tamen successu
tentavit cujus in quatuor Comoedias conatus extant Rom manuscripti
in ornatissima Zeladiana Bibliotheca_. Se qu si  voluto parlare
del Giacomelli si dovr dire che la sua opera si stendesse a sole
quattro commedie, e saranno certamente quelle che non sono imbrattate
d'oscenit.

[255] _Milano_ 1731. in 4.

[256] _Londra_ 1739. in 4.

[257] _Lucca_ 1794. in 12.

[258] _Colle_ 1782. T. 2. in 8.

[259] _Parn. de' Cl. volg._ T. 14. p. 214.

[260] Il chiarissimo Signor Giovanni Caselli ha poi vinto il de Rogati
colla sua bella traduzione stampata egregiamente a Firenze dal Piatti
in f. in quest'anno 1819 col testo Greco come ho detto altrove. Alcune
odi tradusse ancora Costantino Ridolfi che non ho vedute Caballeros
suppl. 2. p. 89.

[261] _Venezia_ 1780. in 12.

[262] Modena 1781. in 8.

[263] T. 23. p. 316.

[264] _Torino_ 1729. in 8.

[265] _Dell'Europa di Mosco_ v'ha anche una traduzione di Vincenzo
Corazza Ferrara 1736.

[266] _Poesie di Greci scrittori recati in versi Italiani. Brescia,
Bettoni_ 1808. _in_ 4. Cito questa edizione, quantunque sia fatta nel
secolo presente, perch vi sono unite tutte le sue traduzioni. Parecchi
anni sono egli mi disse, che meditava di recar in Italiano la Cassandra
di Licofrone, ma forse no 'l fece.

[267] _Venezia_ 1751.

[268] Dell'Antologia preparava una versione in versi Latini Biagio
Ugolini, come si legge nelle Lett. del Bjoerns. T. 3. p. 182.
Dell'Iliade del Cunich abbiamo tre edizioni di Roma, di Vienna, e di
Padova, e due dell'Odissea del Zamagna di Siena, e di Padova. Pi altre
cose minori hanno tradotte in bei versi latini questi due celebri
Exgesuiti, che tralascio, ma possono vedersi indicate dal P. Raimondo
Diosdado _Caballero Bibl. Script. soc. Jesu_, suppl. I. p. 123. e segg.

[269] Romae. 1795. in 4.

[270] Ib. 1818. in 4.

[271] _Fabbroni Vit._ T. 8. p 45.

[272] _Milano_ 1753. in 8. Non avrei voluto veder qu attribuita a
Demostene l'orazion funebre, che Dionisio d'Alicarnasso, Libanio, e
Fozio negano che sia di lui.

[273] _Venezia_ 1751. in 8.

[274] _Siena_ 1720. in 8.

[275] _Venezia_ 1780. Il Conte Cornelio Pepoli e il Sig. Onofrio
Gargiulli lo trasportarono in versi, il primo in Venezia 1763. in 8.
e il secondo nel _Parnas. de' Classici volgarizzati_ T. 15. e 35. Non
conosco la traduzione del Tognaccini se non perch la trovo nominata in
una lettera, la quale il celebre Signor Canonico Domenico Moreni si 
compiaciuto d'indirizzarmi.

[276] _Verona_ 1772. 1773. T. 5. in 4.

[277] _Venezia_ 1787.

[278] _Verona_ 1785. in 4. Mi sia qu permesso di ricordare le belle
traduzioni, che il chiarissimo Sig. Cav. Canonico Ciampi Professore
di lingua Greca nell'Universit di Varsavia ha fatte di tre opuscoli
di Plutarco, cio del _tardo gastigo della Divinit. Pistoja_ 1801.
_dell'educazione de' figliuoli_. Ivi 1806. e _l'ammonizione ai
Maritati. Pisa_ 1801. e _del Convito di Senofonte, Venezia_ 1801.
e finalmente di quella parte di Romanzo di Longo sofista, che era
inedita, e M. Curier ha tratta da un codice della Laurenziana di
Firenze. Esse sono posteriori all'epoca prescritta a questo mio
ragionamento; ma non ho potuto astenermi dal farne parola pel merito
del traduttore, e per la molta stima, che ho di lui. Le sue versioni
sono eleganti ed esatte. Le prime sono corredate d'annotazioni
eruditissime dirette o ad illustrare le storie, le favole, e gli
antichi costumi, a cui alludono quegli scrittori, o ad esaminare le
varianti proposte dai precedenti editori, e a proporne delle nuove
molto lodevoli. Nell'ultima egli ha preso ad imitare lo stile del Caro,
e vi  riuscito con somma felicit, e perci nella nuova edizione del
volgarizzamento dello stesso Caro fatta dal Molini il 1811. essa vi 
stata con gran ragione inserita a preferenza di quella, che altri aveva
scritta meno lodevolmente.

[279] _Delle opere di Luciano filosofo tradotte dalla Greca nella
Italiana favella, Parti_ 4. _Londra_ (Venezia) 1764. 1767. T. 4. in 8.
Del Gozzi sono il Sogno e il Timone nel primo Tomo, e il Maestro di
Rettorica nel quarto. A questi fece il Lusi qualche piccola mutazione
per renderli pi conformi al testo, e principalmente all'edizione del
1743.

[280] _Venezia_ 1761. in 4. Della traduzione del Salvini ho gi parlato
di sopra.

[281] _Trevigi._ 1764. in 8.

[282] _Verona_ 1739. in 8.

[283] _Verona_ 1779. T. 4. in 8.

[284] _Firenze._ 1711. in 4.

[285] _Firenze._ 1732. in 4.

[286] _Venezia_ 1796. in 8.

[287] _Venezia_ 1800. in 8.

[288] _Napoli_ 1794. in 8.

[289] Hor. Ep. Lib. 2.




                         _Scrittori in Greco._

                               ~CAPO~ X.


Per compimento di ci che della lingua Greca per me si doveva dire
resta ora solamente, che di coloro i quali in Greco hanno scritto,
faccia onorevole ricordanza. Pochi nomi per posso qu ricordare; ma
fra questi uno solo domanderebbe lungo discorso. Della Greca traduzione
delle Orazioni concistoriali di Clemente XI. ho dato un cenno
parlando della lingua Ebraica. Una sola Omela dello stesso Pontefice
trasport in Greco Biagio Garofolo, che non ho veduta[290]. Anton
Maria Salvini, che tanto scrisse si esercit ancora in questa parte.
A esortazione del Marchese Maffei prese a tradurre in versi Greci le
favole di Fedro, ma non le termin. Termin bens la traduzione di
Catullo[291], della quale per abbiamo alle stampe solamente l'elega,
che quel poeta aveva tradotta da Callimaco, e di cui l'original testo
Greco  perduto. Il Salvini tien qu pure il suo metodo di tradurre
letteralmente, e con ci appunto mostra quanto possedesse la lingua
Greca. A me sembra per che la fedelt troppo scrupolosa e servile non
sia qu commendabile, perch non pu aver quello scopo, che egli si
era proposto nelle versioni Italiane. Chi vuol rendere in versi Greci
quell'elegia dovrebbe, se non m'inganno, adoperarsi d'indovinare il
modo, con che la scrisse Callimaco, e dovrebbe inserirvi que' pochi
frammenti dell'originale, che sono fino a noi pervenuti. A maggiore
impresa, e pi difficile si accinse il P. Carmeli, che nel 1757. stamp
un Greco poema in quattro libri in lode di Lorenzo Morosini intitolato
*Then agora*, cio _il Concilio degli Dei_ e a me rincresce che non
solamente non ho potuto vederlo, ma n pure m' riuscito d'averne
verun'altro indizio. Il Canonico Checozzi Vicentino tradusse i Salmi
in versi greci, come ci assicura il Lazzarini[292]. Di quest'opera
rimasta inedita non parla il P. Zaccaria nel suo elogio[293] n il
dizionario storico stampato a Bassano nel suo articolo, e invece
parlano di _molte sue poesie Latine e Greche_ unite a quelle del
Volpi. Essi per errarono, perch il Checozzi ivi non ha che un solo
epigramma Greco colla versione latina. Ma quello che pi d'ogn'altro
ha scritto in questa lingua  il Cardinale Michel'Angelo Luchi troppo
immaturatamente rapito alla Chiesa ed alle lettere. Le sue lodi sono
maggiori di quello che io potessi dir qu, e sono state esposte dal
signor Canonico Luigi Ciolli nell'orazion funebre da lui detta in
Subiaco ai 2. d'ottobre del 1802. e l'anno medesimo stampata in Roma
dal Lazzarini. Molte sono le opere sue, fra le quali settantacinque
son quelle scritte in Greco tutt'ora inedite oltre agli Esapli, di
cui ho gi parlato, e tutte si conservano nella Vaticana. Voglionsi
a queste aggiungere due dialoghi stampati, uno sulla vita rustica, e
l'altro sulla necessit, che i giovani hanno d'applicare allo studio,
e far buon uso del tempo[294]. Egli scriveva queste operette in Greco
sopra argomenti d'ogni genere, affinch i giovani studiosi di questa
lingua trovassero in esse raccolte le principali voci, e modi di
dire usati dagli scrittori, onde minor difficolt incontrassero nel
leggere l'opere degli antichi, di che gli si dee saper molto grado. Ma
lasciam finalmente questa lingua, della quale troppo a lungo forse ho
favellato, e a quelle facciam passaggio, che nacquer da lei.

NOTE:

[290] _Clementis XI. homilia in SS. Apostolos Petrum et Paulum ex
Latino in Graecum versa a Blasio Caryophilo. Neapoli_ 1704.

[291] Zacc. Stor. Lett. d'Ital. T. 14. p. 275.

[292] _Estro poetico armonico di Girolamo Ascanio Giustiniani_ T. 1. p.
12.

[293] _Ann. Lett. d'Ital._ T. 1. P. II p. 221.

[294] *Hyper tou gergikou biou dialogos*. (_De Vita rustica dialogus_)
_Florentiae apud Caj. Cambiagi_ 1796. in 8. *Dialogos pros tous neous
parainetikos*. (_Dialogus hortatorius ad Juvenes_) Ibid. 1798. in 8.




                             _Della lingua
                               Etrusca._

                              ~CAPO~ XI.


Dalla lingua Greca crede ormai la maggior parte degli eruditi, che
provengano l'Etrusca, e la Latina. Nel parlar della prima terr una
via diversa da quella, che ho calcata parlando delle altre lingue.
Per queste ho procurato, quanto era in me di raccogliere i nomi de'
principali scrittori Italiani, che le hanno illustrate, e le opere
loro ho esaminate secondo che la tenuit del mio ingegno me lo ha
permesso. Per l'Etrusca posso esser pi breve. La storia di questa
lingua si raccoglie abbastanza dal Giornale de' Letterati, che per
opera d'Apostolo Zeno, e poi del P. Pier Caterino suo fratello si
stampava in Venezia, dal Gori nella lunga prefazione premessa alla
difesa dell'alfabeto Etrusco, e credo inutile il ripeter ci che ivi
si legge minutamente descritto. Dopo la pubblicazione di questi libri
pi altre opere di autori Italiani sono uscite in luce, e fra queste
sono principalmente degne d'osservazione quelle del Passeri _Picturae
Etruscorum in vasculis etc. Romae_ 1767. 1775. T. 3. in fog. e _in
Thomae Dempsteri libros de Etruria Regali paralipomena. Lucae._ 1767.
in fog. Abbiamo nella prima _linguae Oscae specimen singulare, quod
superest Nolae in marmore musaei. Seminarii_, l'alfabeto Etrusco
dell'Ab. Amaduzzi[295], una tavola Eugubina, cio la seconda del
Dempstero illustrato dal Passeri, e tre brevi lessici di parole
Ebraiche, dalle quali si derivano altre simili voci Etrusche o Latine,
delle parole Etrusche, che si hanno negli scrittori o ne' monumenti
antichi, e di quelle delle tavole Eugubine. L'Amaduzzi con molte parole
dette solamente l'alfabeto del Gori; e dovendo io parlare del secondo
stimo inutile il far qu parola di lui. Del sistema del Passeri dir a
suo luogo. Altre opere ancora han veduta la luce dopo la _difesa_ del
Gori, che saranno da me ricordate, dove torner pi in acconcio.

Furon parecchi, che ne' passati secoli con diligenza raccolsero gli
antichi monumenti Etruschi, e si adoperarono di legger le parole,
che vi si vedono scolpite. Vane per furono per lungo tempo tante
fatiche ed era riserbata al secolo decimottavo la gloria di gittare i
primi fondamenti di questa parte dell'antiquaria, e poi sollevarla a
cos alto segno, che niuno da principio ardito avrebbe sperar tanto.
Il Francese Bourguet[296] fu il primo, che trov il vero metodo per
conoscer l'alfabeto di quella nazione; il che fece prendendo le tavole
di Gubbio pubblicate dal Dempstero, e confrontando le due prime scritte
in Latino colla quarta scritta in Etrusco; giacch si era avvisto,
che molte voci e molti sensi si ripetevano in questa; i quali con
piccola variazione si contenevano in quella. Imperfetto  quel suo
alfabeto; ma merita molta lode, perch con esso addit agli altri
la strada per farne uno migliore. Il Gori seguit le sue tracce, e
condusse quell'alfabeto pi vicino alla perfezione[297]. Contro gli
si oppose il Marchese Maffei[298] uomo d'acuto ingegno e d'erudizion
grande, ma troppo amante di contradire agli altrui divisamenti. Dopo
questi Girolamo Zannetti propose un sistema nuovo asserendo, che le
lettere Etrusche erano Gotiche e Runiche, e che tutti i monumenti,
i quali noi chiamiamo Etruschi erano stati posti dai Goti invasori
dell'Italia[299]. Se pure non fu quello (come pare) uno scherzo fatto
per deridere gli antiquarj, che con tenue profitto intorno ad essi si
affaticavano per intepetrarli.

Stabilito l'Alfabeto volle il Bourguet spiegar le tavole Eugubine,
e si valse in ci della lingua Greca ed anche delle Orientali, ma
specialmente della Caldea; e credette di ravvisare in esse preghiere
rituali a Giove, e ad altre Divinit per ottenerne il favore nelle
disgrazie e desolazioni delle campagne e degli armenti; onde le chiam
_Litanie Pelasgiche_[300]. L'Olivieri rimase da prima abbagliato da
quell'erudizione etimologica, e segu le sue pedate, spiegando il
Bronzo Lespiriano[301]. Il Gori per giudic non doversi ricorrere
alle lingue Orientali, ma principalmente alla Greca, e talvolta ancora
alla Latina antica, e quindi con nuove etimologie prese a spiegare
una tavola Eugubina, che  la seconda del Dempstero[302], nella quale
trov egli pure preci e lamenti non molto dissimili da quelli del
Bourguet. All'opposto il Lami voleva, che si spiegasse l'Etrusco col
latino principalmente; n si ricorresse al Greco se non se rade volte;
e con questo metodo spiegando una tavola, che  la seconda presso
il Dempstero vi trov la fuga de' cittadini di Gubbio dalla citt
loro presa dai nemici, messa a sacco, e devastata[303], i lamenti de'
fuggitivi, e le loro preghiere a Giove vendicatore. Il Passeri imit
il Lami servendosi molto della lingua latina; ma nella spiegazione
delle tavole fu pi cauto degli altri, perch non s'impegn a una
traduzion letterale[304]. Un sistema affatto diverso da questi tennero
il Mattei, che ricorse alla lingua Ebraica[305], e il Mazzocchi, che
i nomi delle citt Etrusche deriv unicamente da questa, e da altre
lingue Orientali[306]. Il P. Bardetti segu molto da vicino le vestigie
del Lami, e solamente nuove etimologie v'aggiunse derivate dalle lingue
Settentrionali[307]. Tutti poi questi scrittori errarono, perch nel
derivare le etimologie bast loro una somiglianza, qualunque essa
fosse, delle parole Etrusche colle Greche Latine e simili. Anzi a
taluni bast ancora la somiglianza di due o tre sole lettere. Oltre a
ci spesso ne' loro libri si trova incertezza di metodi, incostanza
nelle decisioni, e nulla in somma, che debba appagare i desiderj degli
eruditi.

All'Ab. Luigi Lanzi era riserbato di terminare le dispute in questa
parte dell'antiquaria[308]. Egli si procacci copie esatte delle
principali iscrizioni; stabil il vero alfabeto; col soccorso
dell'antica lingua latina e de' pi antichi dialetti della Greca,
e con diligenti osservazioni su certi nomi determin l'ortografia;
raccolse le pi antiche voci Greche e latine da' lessicografi dagli
scoliasti e dagli antichi grammatici; trasse profitto dalle figure
protesi, aferesi, ed altre simili frequenti presso il volgo, e dal
volgo passate agli scrittori, e principalmente ai poeti; lo trasse
dall'etimologia giudiziosamente adoperata, e dall'analogia. Questi
unitamente alla storia de' primi abitatori dell'Italia sono i
fondamenti della sua grand'opera, de' quali egli fa uso colla maggiore
avvedutezza. Fra il sistema del Gori, che quasi tutto riduceva alla
lingua Greca, e quello del Lami, che riduceva quasi tutto alla Latina,
egli tiene una via media, la quale sembra pi sicura. In questa guisa
pot indagare gli articoli, i nomi, i pronomi, i nomi numerali, i
verbi, le proposizioni, gli avverbj, le congiunzioni, e la sintassi
di questa lingua perduta. Spiega da prima le iscrizioni pi brevi,
poi le maggiori, e finalmente le celebri tavole Eugubine. Giunto il
lettore al termine dell'opera se addietro si volge, e porta lo sguardo
sul lungo cammino gi fatto in mezzo a tanti scogli, a tanta oscurit,
appena crede d'esser pervenuto a quel segno, a cui da principio
creduto avrebbe impossibile di pervenire. Gli eruditi principalmente
hanno adottato il sistema del Lanzi, e se v'ha alcuno, che ricusi
d'arrendersi, e speri di poter derivare dalle lingue Orientali
l'etimologia di qualche parola, non pu per, e credo che non potr
mai formare per questa via un altro sistema cos saldamente fondato e
connesso in tutte le sue parti.

NOTE:

[295] _Alphabetum Etruscorum secundis curis illustratum et auctum._ Lo
aveva pubblicato prima nel 1771. colle stampe di Propaganda.

[296] _Saggi di Diss. dell'Accad. di Cort._ T. 1. p. 1. e seguenti e
_Bibl. Ital._ T. 18. p. 1. e seg.

[297] _Mus. Etr._ T. 1. in. Prol. p. XLIX.

[298] Si vedano le sue _osservazioni letterarie_. Lascio stare quello
affatto arbitrario proposto da Andrea Adami nella _Storia di Volseno
antica Metropoli della Toscana_ etc. _Roma_ 1737. T. 1. p. 31. E
quelli non dissimili ai numeri 23. e 25. dell'_indice de' caratteri
con gl'inventori e nome di essi, esistenti nella stamperia Vaticana e
Camerali_ etc. _Roma_ 1628. in 8. Ben' vero per, che in questo libro
anche riguardo a qualche altro alfabeto si mostra molta imperizia,
dandosi il Siro per Fenicio, e in questo il _Kof_, e _lo Scin._ sono
male espressi.

[299] _Nuova trasfigurazione della lettere Etrusche._ 1751. in 4.

[300] _Bibl. Ital._ T. 14. p. 1. _e saggi di Dissertaz. dell'Accad. di
Cort._ T. 2. p. 33.

[301] _Accad. di Cort._ T. 2. p. 1.

[302] _Mus. Etr._ T. 1.

[303] _Lett. Gualfond. Firenze_ in 12.

[304] _Lett. Roncagliesi nella Raccolta del P. Caloger e Paralipomena
in Dempsterum._

[305] _Degl'Itali Primitivi nella storia Diplomatica, indi nelle
Osservazioni Letterarie._

[306] _Saggi di Diss. dell'Acc. di Cort. T._ 7.

[307] _Della lingua de' primi abitatori d'Italia._

[308] _Saggio di Lingua Etrusca e di altre antiche d'Italia per
servire alla storia de' popoli delle lingue e delle Belle arti. Roma
Pagliarini_ 1789. T. 3. in 8.




                         _Della lingua latina.
                             Grammatici._

                              ~CAPO~ XII.


Ho gi detto, che dalla Greca lingua  nata la Latina[309]; laonde
ragion vuole, che si parli ora di questa dopo avere pel mio instituto
detto abbastanza dell'Etrusca, che ebbe la stessa origine. E qu non
abbiano a sdegno i dotti miei leggitori se alla loro memoria richiamo
sulle prime tenuissimi oggetti, cio i libri de' teneri fanciulli,
che cominciano a dar opera agli studj. Sono questi i fondamenti di
quel letterario edificio, che deve un giorno inalzarsi, e se piccola
ed umile  l'opera, non  per piccola l'utilit, cui s fatti libri
cercano procacciare. Parlando per degli elementi della lingua
Latina sar brevissimo. Alessandro Zorzi Veneziano scrisse _del modo
d'insegnare ai fanciulli le due lingue Italiana, e Latina_[310]. Egli
riduce le declinazioni, e le conjugazioni a certe tavole, colle quali
si debbono facilmente imparare i nomi, e i verbi. Quindi il maestro dee
trarre dai migliori scrittori Latini dei dettati, ne' quali la sintassi
corrisponda esattamente all'Italiana, e su questi si addestrer il
principiante senza fatica. Per gl'idiotismi poi, per certe figure
grammaticali, e per altre simili difficolt, che ad ogni passo
s'incontrano, egli si riserba d'istruire il discepolo praticamente
nell'atto stesso della traduzione. Con queste, ed altre simili
industrie egli spera, che un fanciullo di sei anni possa applicarsi
alla lingua Latina con profitto, e si vuole, che ne abbia fatta la
prova. Io per non sono punto sollecito, che un fanciullo cominci a
sei anni a studiare il Latino; ma vorrei, che, quando lo comincia, si
avvezzasse a ragionare alquanto, e non fosse ammaestrato con s fatti
metodi meccanici, i quali se giovano, perch diminuiscono la fatica,
nocciono, perch intorpidiscono la riflessione, e l'ingegno. Il metodo
migliore , siccome io giudico, quello di Ferdinando Porretti, (e sar
questa la prima grammatica, di cui parler) che imit la grammatica
celebre del P. Emanuele Alvarez Gesuita. Chiari sono e precisi i
precetti, ottimi gli esempj, naturale  l'ordine, e se v'ha qualche
neo si potrebbe agevolmente emendare. A cagion d'esempio vorrei,
che parlando dei verbi non fosse trascurato il modo _potenziale_, e
il _concessivo_, che da tutti i moderni scrittor di Grammatica si
tralascia. Non lo trascur per il loro gran maestro Alvarez, perch
raro non ne  l'uso negli antichi autori. Reputo poi inutile di
aggiugner qu il novero delle molte altre Grammatiche venute alla luce
in Italia nel passato secolo, le quali non essendo notabili per qualche
pregio parmi, che non richiedano d'essere ad una ad una nominate con
noja soverchia di quelli che leggono, e mia.

La seconda Grammatica, di cui ho deliberato di parlare  quella
d'Agostino Maria del Monte. Egli provvide prima ai fanciulli con
alcune illustrazioni dell'Alvarez, e le stamp in Roma col titolo
d'_Emanuele elucidato_, che basti d'aver nominato. Maggior opera
poi intraprese scrivendo un'ampia grammatica pe' maestri, cui chiam
_Latium restitutum_[311]. Le parti tutte quante di questa facolt vi si
vedono esposte diffusamente con molta copia d'esempj, secondo il metodo
dell'Alvarez, che a mio giudicio  ottimo. Le regole sono chiare, gli
usi diversi di molte voci, che ne' Latini scrittori s'incontrano, vi
son notati, i modi di dire meritevoli d'osservazione vi sono accennati
minutamente.

Ma torniamo ancora per poco fra i libri elementari dei fanciulli.
Maurizio Francesconi compil un Dizionarietto acconcio al bisogno de'
principianti, ed un altro ne fece il P. Mandosio Gesuita; ma il celebre
Tiraboschi, che li trovava alquanto difettosi, prese a correggere il
secondo, e ad accrescerlo; il che fece per modo, che riusc un'opera
affatto nuova, e questa fu la prima fatica dell'immortale autore della
storia della Letteratura Italiana, e di pi altre opere, che portarono
poi la sua gloria a quell'alto segno, a cui la vediamo pervenuta. Ma
questo Dizionario serve solamente all'et pi tenera, che si trattiene
fra gli elementi primi della lingua Latina. L'Ab. Pasini volle, che
del necessario ajuto non mancassero n pure quei giovanetti, che
qualche maggiore progresso hanno fatto in questo studio, e compil un
ottimo Dizionario in due parti diviso, che servisse nel tempo stesso a
tradurre dai Latino in Italiano, e dall'Italiano in Latino. Giudiziosa
 la scelta delle parole, che sono tutte di tersa Latinit, copiosi ma
non soverchi gli esempj tratti da' buoni scrittori per mostrar l'uso
delle diverse voci, e i modi di dire pi eleganti.

Ma usciamo finalmente dagli studj puerili. Il Dizionario di Ambrogio
Calepino tante volte stampato, ed accresciuto in guisa, che egli
non avrebbe potuto pi riconoscerlo come opera sua, aveva tuttavia
bisogno di molte cure, e Iacopo Facciolati ve le impieg ajutato
in ci da Egidio Forcellini, che stato era suo discepolo, e dal P.
Lagomarsini Gesuita. Lo stamp egli di nuovo, molte cose aggiungendo,
altre levandone con fatica grande di parecchi anni. Quantunque
per la diligenza da lui usata fosse molta, e moltissima fosse
la dottrina, che in questa lingua aveva il nuovo editore, la sua
edizione riusc imperfetta, e Gio. Francesco Corradini dall'Aglio
vi fece un supplimento non senza molta mordacit[312]. Con migliore
e pi utile divisamento il Gallizioli deposta ogni malignit sempre
ingiusta e biasimevole prese a supplire ai difetti del Facciolati,
e procurando una nuova impressione di quel Dizionario l'accrebbe
di moltissime voci Latine, e di molte delle lingue Orientali, e in
questa guisa lo condusse presso alla perfezione[313]. Ma la gloria
di dare a questa lingua un Lessico in tutte le sue parti compiuto,
era riserbata ad Egidio Forcellini[314]. Egli v'impieg trenta anni,
e la perfezione dell'opera corrisponde egregiamente alla lunghezza di
questo tempo. Niuna altra nazione pu vantare un Dizionario Latino
cos pregevole: anzi tutti quelli, che l'hanno preceduto gli sono
di gran lunga inferiori. Si hanno qu raccolte le voci Latine tutte
quante, i diversi loro significati, il modo di usarle; e gli esempi
accennano ci che appartiene ai secoli migliori, e si pu usare volendo
scrivere puramente, e ci che  de' secoli posteriori, e vuolsi
evitare. Ma per ci che riguarda le voci da evitarsi abbiamo ancora
un altro Dizionario compilato per opera del P. Marchelli[315]. Egli
 stato parco in quest'indice, che dopo il _Lexicon Latinae linguae
antibarbarum_ del Noltenio, e dopo l'opera del Vossio _de vitiis
latini sermonis et glossematis latino-barbaris_ avrebbe agevolmente
potuto rendere molto pi copioso. Ma l'autore ha voluto provvedere al
commodo de' giovani studiosi, cui la copia soverchia riuscita sarebbe
rincrescevole; e piuttosto ha abbondato nella critica con maggior loro
vantaggio. Un altro vocabolario in parte di cattiva latinit, ma pur
necessario prepar il Baruffaldi di quelle voci che nel vecchio, e
nuovo Testamento, nel Rituale, nel Martirologio, e in altrettali libri
ecclesiastici s'incontrano, che  rimasto inedito[316].

Ma lasciando la Latinit barbara, e quella che i riti sacri hanno
necessariamente introdotta, altre opere devo aggiungere, che in
qualche modo appartengono ai Dizionarj. Tali sono in primo luogo
le _animadversiones criticae_, colle quali il Facciolati emend il
Dizionario Latino Francese del Danet. Al genere stesso ridur si pu
l'aurea operetta del Gesuita Tursellini _Particulae latini sermonis_.
Essa appartiene al secolo XVII.; ma poi nel seguente il Facciolati la
prese tra mano, l'accrebbe, la miglior a vantaggio del Seminario di
Padova[317], al quale tante opere eccellenti dobbiamo; o per dir meglio
nulla ha dato quel Seminario, che non sia eccellente.

Non son mancati alla lingua Latina i Dizionarj spettanti alle arti. Tre
ne ha dati il P. Carlo d'Aquino, cio quelli dell'arte militare[318],
dell'architettura[319], e dell'agricoltura[320]. E Vincenzo Cavallucci
insegn, come latinamente si esprimano le voci degli animali[321].
A questa classe riduco ancora le sigle. Molti avevano nei passati
secoli raccolte e interpetrate le sigle latine, e principalmente si
era reso celebre in ci Sertorio Orsato. Ma l'antiquaria  una facolt
vastissima, nuove iscrizioni vengono alla luce, e quindi nuove sigle
si trovano, o le antiche si debbono spiegare diversamente da quello
che si era fatto; onde era necessario, che se ne desse una nuova
compilazione. Il Marchese Maffei nel Museo Veronese l'aveva promessa;
ma poi non l'esegu. Il chiarissimo signor Giovan Domenico Coleti si
accinse all'opera, e raccolto quanto in s fatto genere si ha nelle
grandi collezioni lapidarie, o altrove pot trovare, tutto riun, e lo
pubblic nella _Raccolta Ferrarese d'opuscoli_ T. 14. e seguenti. Egli
stesso previde subito che altri vi avrebbe fatto qualche supplimento.
_Deerunt_ (dice nella prefazione) _fortasse aliqua? Non inficior: erit
aliquando, qu augeat, quum. Quicquid sub terra est in apricum proferet
aetas._ Il supplimento lo ha poi fatto l'Abate Rubbi nel gi citato
Dizionario d'antichit, dove  inserita l'opera del signor Coleti con
parecchie aggiunte di lui. Ma  da dolersi, che sia rimasta interrotta
l'impressione di quel Dizionario, che non oltrepassa la lettera M,
e perci fino a questo segno solamente giungono ancora le sigle del
Rubbi. Avrei desiderato, che il Coleti ugualmente che il Rubbi non
avessero tralasciate le illustrazioni, colle quali l'Orsato accompagn
le sue sigle, ed altre ne avessero aggiunte, ed erano bene da ci. Ma
la grettezza degli stampatori, come sovente avviene, imped forse una
cosa tanto opportuna. A queste compilazioni di sigle una se ne dee
aggiugnere non mai impressa. Il signor Conte Polcastro pronipote di
Sertorio Orsato coll'Ab. Gennari prese a perfezionare l'opera citata di
quel suo bisavolo, correggendo qualche errore, in cui egli era caduto,
ed accrescendola di cinquemila segni; ed in questa fatica ebbe gran
parte ancora il signor Gianantonio Mussato. Il Cesarotti ne parla in
una Relazione Accademica del 1786.[322] e dopo quest'epoca non si
 pi fatto parola dell'opera loro, n so se essi abbiano reputato
inutile il pubblicarla, da che si cominciarono a stampare le sigle del
sig. Ab. Rubbi. Vuolsi pur ricordare il Lessico lapidario, che il Gori
meditava di fare[323], e il _Lexicon vestiarium sacrum et profanum,_
che forse aveva gi fatto[324]. Porr qu pure quasi appendice dei
Lessici la _Calligrafia Plautina_, e _Terenziana_ del Ricci[325], alla
quale si potrebbe aggiungere quella d'Angelo Rocca[326] e qualche
altro libro di simil genere. Sopra tutto si deve aggiungere il Lessico
Ciceroniano compilato gi dal Nizolio fino dal secolo sestodecimo, ed
accresciuto poi di molto dall'instancabile Facciolati[327]. Egli per
non impieg in quest'opera tutta quella diligenza, che era necessaria;
talch non poco rimarrebbe a fare a coloro che dopo lui volessero
assumere lo stesso incarico.

Chiuder finalmente la serie de' Grammatici con uno scrittore
d'etimologie. Notissimo  il lessico etimologico latino del Vossio.
Il Mazzocchi ne procacci una nuova impressione in Napoli, cui fece
molte aggiunte[328]. Il Vossio trae gran parte delle sue etimologie
dal Greco e il Mazzocchi dall'Ebraico. Egli era assai dotto in questa
lingua; ma troppo facilmente a dir vero gli pareva di scoprirne le
vestigie anche dove non sono. Ne ho dato un cenno nel primo capo di
questa parte; e lo stesso giudizio credo, che si debba fare anche di
questa per altro ingegnosa fatica di quel grande erudito.

NOTE:

[309] Si veda l'Etimologico del Vossio, e _Schedii Proleg. in Etymol.
Lennepii et Index Etymologicus vocum Latinarum_, che  in fine
dell'Etimologico del Lennep. Il Passeri aveva scritto _de Hebraismo
Latinorum_; (_Govi Symb. Litt. Flor._ T. 5. p. 69.) ma nulla si 
pubblicato di lui su questo argomento, n credo, che si potesse fare
cosa di molto pregio. Si veda ci che ho detto di sopra parlando del P.
Ogerio.

[310] _Ferrara_ 1775. in 8.

[311] _Latium restitutum, seu latina lingua in veterem restituta
splendorem opera et industria Augustini Mariae Savonensis Romae._ 1720.
e di nuovo ivi 1752. T. 3. in 8. Vi  in principio una critica della
Minerva del Sanzio, ovvero di Francesco Sanchez, che egli attribuisce
allo Scioppio con questo titolo _Scioppii Minerva Sanctiana impugnatur
atque refellitur_, e fu ristampata dal Kappio a Lipsia il 1723.

[312] _Lexicon Latinum criticum Io. Francisci Corradini de Allio
in quo nov latin voces etc. qu in thesauris lingu latin etc.
desiderantur, prsertim in Calepino Patavino septem linguarum, cujus
errores ingenii et eruditionis, fictiti voces, qua latin minime sunt,
latin quae barbarae non sunt, in calce notantur. Venetiis_ 1742. in 4.

[313] _Ambrosii Calepini dictionarium septem linguarum curante Iacobo
Facciolato. Editio a Cl. Io. Baptista Galliciolo a mendis quam plurimis
expurgata linguarum Orientalium millenis ac millenis vocabulis suis
locis adaucta, et insuper articulis ad octo fere millia ex magnorum
Lexicorum fontibus et * signatis locupletata. Venetiis_. 1778. T. 2. in
fol.

[314] _Totius Latinitatis Lexicon consilio et cura Iacobi Facciolati
opera et studio gidii Forcellini Alumni Seminarii Patavini lucubratum.
Patavii typis Sem._ 1771. T. 4. in f.

[315] _Index criticus vocum ab iis, qu latine scribere velint,
vitandarum auctore Ioanne Marchelli S. I. Mediolani_ 1753. in 4.

[316] _Vocabolario manuale d'alcune voci latine, o d'altro linguaggio
straniero, stravaganti, e d'oscuro significato, le quali si trovano ne'
libri del vecchio, e nuovo Testamento, nel Messale, nel Breviario, nel
Martirologio Romano nel Concilio Tridentino, nel Rituale, e in altri
simili libri ad uso de' Chierici. Zaccaria St. Lett._ T. 14. p. 357.

[317] _Patavii_ 1715. in 12.

[318] _Lexicon militare. Rom_ 1724. _Additiones ad Lexicon militare_
ib. 1727. in 4.

[319] _Vocabularium architecturae edificatoriae cum indice vocum
Italicarum. ib._ 1734. in 4.

[320] _Nomenclator agriculturae_ ib. 1736. in 4.

[321] _Lexicon vocum, quae a brutis animantibus emittuntur opera et
studio Vincentii Cavallucci Parisiis_ 1790.

[322] _Cesar. Op._ T. 17. p. 250.

[323] _Zacc. Ann. Lett. d'Ital._ T. 2. p. 482.

[324] _Symb. Litt. Flor._ T. 5. p. 70.

[325] _Firenze_ 1735. in 8.

[326] _I Luoghi occulti della Lingua Latina_ fra le sue opere T. 1. p.
404.

[327] _Lexicon Ciceronianum Marii Nizolii ex recensione Alexandri
Scoti, nunc crebris locis refertum, et inculcatum. Accedunt phrases
et formulae linguae latinae ex commentariis Stephani Doleti. Patavii_
1734. in fol.

[328] _Gerardi Ioannis Vossi Etymologicum linguae latinae cura Alexii
Symmachi. Mazzochii Neapoli_ 1762. 1763. T. 2. in fol.




                        _Edizioni degli Autori
                      Classici, e commentatori._

                             ~CAPO~ XIII.


Usciamo finalmente dalle noje Grammaticali, e passando a cose alquanto
maggiori vediamo qual vantaggio abbian recato gl'Italiani alla lingua
latina procurando nuove edizioni de' classici scrittori. Quella di
molti Poeti fatta dall'Argelati in Milano, ed accompagnata da versione
Italiana, la quale chiamer prima collezione Milanese, e la collezione
di tutti gli stessi poeti pubblicata in Pesaro niuna illustrazione
presentano, e perci non debbono aver qu luogo. Celebri sono le
edizioni Cominiane; ma debbono la celebrit loro alla nitidezza della
stampa, ed alla correzione, non a nuovi comenti; se poche se ne
eccettuino delle quali parler fra poco. Anche il Loschi co' torchj
del Bettinelli stamp nitidamente gran parte de' classici latini con
poche annotazioni, le quali per non sono quasi altro che un succinto
compendio di quelle de' precedenti comentatori. Parecchi Poeti latini
con versione Italiana furono pubblicati dai Monaci di S. Ambrogio di
Milano poco innanzi alla fine del secolo, e questa edizione sar da me
chiamata seconda collezione Milanese. In essa i chiarissimi editori
accompagnarono il testo d'alcuni autori con pregevoli annotazioni di
sobria, ma utile erudizione, e di giudiziosa critica. Lasciando per
queste grandi Collezioni parler piuttosto dei particolari scrittori,
e di Cicerone prima d'ogni altro. Le opere di questo grande Oratore, e
Filosofo prese a pubblicare lo stampator Porcelli di Napoli, ed  da
dolersi, che la sua ottima edizione non sia compiuta[329]. Quanto v'ha
di meglio nelle edizione del Manuzio, del Grevio, del Vesburgio, del
Davis, del Pearce, e in una parola di tutti gli editor precedenti, con
parecchie altre collezioni inedite si trova qu raccolto. Sono alcuni,
ai quali dispiacciono quei lunghi commenti, che nell'edizione de'
Classici usurpano la maggior parte d'ogni facciata, concedendo appena
poche linee al testo. Questi forse si dorranno dell'editore Napoletano,
che  stato copiosissimo nel raccogliere annotazioni. Ma qu la copia
non  inutile, anzi  giudiziosa molto, e mal si apporrebbe chi volesse
fargli per ci querela. De' commentatori, che qu si vedono, io debbo
nominar quelli soltanto, che sono Italiani, e vissero nel secolo
decimottavo. In primo luogo vuol essere ricordato Gasparo Garatoni,
che parecchie egregie note somministr, ora interpetrando alcuni
luoghi pi oscuri, ed ora presentando nuove varianti utilissime. Il
secondo  Marc'Antonio Ferrati, che nelle sue Latine epistole[330]
non poco giov all'intelligenza del testo, ma non fu sollecito di
consultar manoscritti per emendarlo. Jacopo Facciolati  il terzo, che
le due orazioni _pro P. Quintio e pro Sex. Roscio Amerino_ pubblic
in Padova,[331] e poi in Venezia i libri _de officiis_ e quello di
Quinto Cicerone de _petizione consulatus_[332], corredando queste
opere d'ottime sue note, che nell'impressione del Porcelli si vedono
almeno in parte ristampate. Molto pi di questi, e pi d'ogni altro
illustratore di Cicerone fatic intorno alle opere sue il Gesuita
Lagomarsini. Egli impieg ben trent'anni a collazionare trecento
codici, e trarne le varianti, che in ventisei volumi trascrisse[333].
Ma sventuratamente il frutto di tanta fatica  forse perduto.[334]
Certo  almeno, che dopo la morte del Lagomarsini, e dopo che con grave
danno della Chiesa, e delle lettere furono soppressi i Gesuiti niuno
ha pi fatta menzione di quella sua opera, e l'editore Napoletano di
Cicerone, che tanta diligenza adoper per la sua edizione n pure ha
fatta parola di lui[335]. Egli aveva altres dai Codici Fiorentini
raccolto gran numero di varie lezioni per gli autori delle cose
rustiche, e in molti luoghi aveva emendata l'edizion Gesneriana, e ci
che egli scrisse e radun intorno a questa si conserva nella libreria
del Collegio Romano[336]. E giacch  caduta menzione degli autori
delle cose rustiche mi viene in acconcio di parlar qu del Morgagni,
e del Pontedera. Poco fece il primo in questa parte, ma quel poco 
ottimo. _Morgagni paucae nimis observationes ingenium suave atque
eruditionem egregiam medici peritissimi totae spirare mihi visae sunt_
dice lo Schneider accuratissimo editore di questi scrittori[337]. Ma
il Pontedera non solamente gl'illustr bene, ma gl'illustr anche
molto. I precedenti editori Gesner, ed Ernesti erano stati verso lui
alquanto ingiusti, e v'ha chi asserisce ancora essersi il primo non
poco arricchito delle spoglie dell'Italiano Filologo[338]. Il che mal
sofferendo l'amico suo Andrea Marano, e facendone con lui amichevole
lagnanza il Pontedera si risolvette finalmente di apprestare un'edizion
nuova di Catone, Varrone, e Columella. Fu allora che da lui pregato il
Lagomarsini raccolse le varianti, delle quali ho fatto parola. La morte
interruppe poi il suo disegno, ma non fu inutile ci che egli aveva
apparecchiato, perch un dotto Padovano raccogliendo le sue carte
inedite le stamp non sono ora molti anni[339].

A questi succedano due medici illustrati dal principe de' moderni
anatomici, cio Celso, e Sammonico. Una bella edizione ne fece uscire
dai celebri torchj Cominiani Giambattista Volpi ricca di due lettere
sopra il primo, ed una sul secondo[340] del Morgagni, il quale per
non cess con ci di lavorare intorno alle opere di quegli autori. Ma
alcuni anni dopo le sue lettere Celsiane aggiunsero al numero di otto,
ed a due quelle intorno a Sammonico[341]. Molto fece quel grand'uomo
in quest'opera per correggere ed emendare il testo, e v'impieg tutta
la sua dottrina medica, che era somma, e la sua cognizione nella
lingua latina che era pure grandissima; ed in ci l'ajut ancora il
latinissimo Facciolati, che gli somministr quindici belle osservazioni
da lui ivi inserite. Rest per molto a farsi, ed altri medici
chiarissimi si affaticarono intorno a Celso. Leonardo Targa _dotto
medico Veronese, e pieno della pi bella letteratura_[342] intraprese
il viaggio di Firenze e di Roma per consultar codici, e col soccorso
di questi ne dette un'ottima edizione in Verona nel 1769.[343] Anche
Lodovico Bianconi ebbe in animo di far lo stesso, e ve l'ebbe lungo
tempo, perch molto amava Celso, e frutto del suo amore furono le auree
sue lettere dirette al Tiraboschi. Collazion molti codici Romani,
Parigini, Modenesi, Milanesi, Bavaresi, e mand da Dresda a Firenze un
suo Segretario per collazionarne altri. Qual fosse l'esito delle sue
carte, e come all'impresa medesima si accingessero il Lupacchini medico
dell'Aquila e il Mariotti di Perugia si pu vedere nelle citate lettere
p. 262. 263.

Difficil cosa era il dare una buona edizione di questo scrittore,
perch richiedeva pazienza molta, e molta cognizione di medicina. Ma
pi difficile era il far lo stesso per Vitruvio, l'opera del quale
con molti errori ci  stata tramandata per la negligenza ed ignoranza
de' copisti, ed a correggerli si richiede profondit di dottrina
nell'architettura. La possedeva il Poleni, che pens di darne una
nuova edizione, ma con danno grave della Repubblica delle lettere non
l'esegu. Qual sarebbe riuscita per le sue cure si pu facilmente
congetturare dalle sue _Exercitationes Vitruvianae Patavii_ 1739. T.
2. in 4. e dal giudizio, che Apostolo Zeno ne d. Egli (il Poleni)
dopo molti anni sta tutto ancora applicato nell'illustrare Vitruvio,
sopra il quale ha fatte fatiche incredibili, collazionandone non solo
tutte le edizioni, e le versioni, che ne abbiamo alle stampe, ma ancora
molti antichi codici, che da varie parti gli sono stati inviati, e
corredando l'opera sua di bellissime annotazioni: talch sono persuaso,
che la pubblicazione di quest'opera sar per fare onore non solamente
a lui, ma all'Italia, ed al secolo in cui viviamo[344]. Lo fece poi
il Galiani ristampando il testo latino, che accompagn con traduzione,
note, e varianti[345]. Fece egli cosa utile molto, e lodevole; non
tanto per che abbia tolta l'occasione di desiderare un'altra edizione
pi accuratata, e meglio illustrata. All'architettura appartiene ancora
l'opera di Frontino su gli acquedotti di Roma, che il Poleni ristamp
corredandola d'un egregio comento, che niente lascia a bramare[346].

Gratissimo dono fece al pubblico l'Abate Giovenazzi d'un frammento
medito di Tito Livio, che ha il solo difetto d'esser troppo breve: ed
egli lo ha reso ancor pi prezioso accompagnandolo con eruditissime
annotazioni[347]. Alla scoperta di cos insigne monumento paragonar si
potrebbe in qualche modo, bench molto inferiore di pregio, la nuova
edizione di Sesto Rufo, e di Publio Vittore de _regionibus urbis_,
che il Gori nel Tomo quinto delle sue simbole Fiorentine promise,
in cui il testo non solamente esser doveva emendato, e corredato di
note, ma ancora accresciuto. Egli per non esegu la sua promessa, e
difficilmente mi posso persuadere, che gli accrescimenti dovessero
esser molto considerabili. Chiuder il novero degli scrittori di
prosa lo storico Sallustio. Molto egli deve a Gaetano Volpi, che
una nitidissima edizione dette delle sue opere dopo averle con
diligenza collazionate con ottimi codici, e le illustr con eccellenti
annotazioni[348].

Non parler qu delle _disquisitiones Plinianae_ del Conte della Torre
di Rezzonico, le quali appartengono piuttosto alla storia letteraria,
che al mio argomento. N dir pure d'alcune edizioni d'autori classici
accompagnate dalla traduzione Italiana, che mi torner in acconcio di
ricordare, ove de' traduttori terr discorso. A parlar de' poeti mi
condurr naturalmente l'_Apocolocyntosi_ di Seneca, mordace Satira
mista di prosa, e di versi. Il Guasco ristampandola la corred di molte
e belle annotazioni, e di parecchi pregevoli monumenti[349], con che
quell'operetta, che dopo le cure de' precedenti editori era tuttavia
alquanto oscura,  adesso chiara abbastanza. Un piccolo saggio, ma
lodevole diede ancora il Vannetti del suo valore nell'illustrazione
degli antichi scrittori, comentando una scena di Terenzio[350]. Ma
passiamo a cose maggiori. Non molta fatica fu impiegata intorno a
Virgilio. Le opere sue di propria mano trascritte da Turcio Rufo
Aproniano, che fu console il 494. giunsero fino a noi non offese
dal tempo, e quel codice prezioso si conserva nella Laurenziana.
Il Foggini lo pubblic nel 1741. pe' torchj del Manni con ottimo
divisamento, ed  questa edizione per la singolare antichit del
manoscritto la migliore illustrazione, che si potesse desiderare.
Orazio ebbe nell'Abate Francesco Dorighelli un buono interpetre,
che da' precedenti comentatori scegliendo il meglio, ed aggiungendo
le sue spiegazioni ha dato prova non mediocre di giusto criterio e
di erudizione[351]. Forse alcuno potrebbe accusarlo di soverchia
parsimonia nelle note, ma dove tanti editori sono in ci copiosi
eccessivamente merita scusa quello, che per evitare tale difetto
inclina alquanto al difetto opposto. Fra gl'illustratori d'Orazio si
dee collocare il Signor Cesarotti per le _Osservazioni_ che si leggono
nel tomo trentesimo delle sue opere. Riguardano queste due oggetti
diversi. Alcune sono filologiche ed hanno in mira di spiegare alcuni
luoghi, che desiderano qualche dilucidazione, altre sono critiche, ed
indicano le maggiori bellezze, o riprendono i difetti, ne' quali a
suo giudizio  caduto il principe de' lirici Latini. Molti forse non
vorranno adottare certe sue spiegazioni, come nel principio della prima
ode, dove propone con una nuova punteggiatura una nuova spiegazione. E
basti questo cenno solo per brevit, giacch l'opera  nelle mani di
tutti. Che dir poi delle critiche? Nel primo libro l'ode 13. (secondo
altri 12.) _Quem virum_ ec. _non  che un accozzamento d'elogi che
vanno a terminare in Augusto senza proporzione, disegno ed economia_,
ed in essa _l'auritas quercus  un espressione assai ardita, e che a'
tempi nostri si direbbe non a torto secentistica._ Nella 16. (ovvero
15.) al v. 3. _in vece che Nereo incatenasse i venti a loro dispetto
non sarebbe stato meglio l'immaginar che i venti s'arrestassero da
se? Cos feci nella mia traduzione._ La chiusa poi  _languida_, e il
Signor Cesarotti con ammirabile ingenuit ci assicura, che egli ha
fatto assai meglio traducendo, _Per te fellon fia cenere_, come ho
accennato di sopra. La 21. (oppure 20.) _ un biglietto che non vale
la pena d'esser posto in versi_. La 24. e la 27. _sono cose da nulla,
la_ 39. _ una vera inezia_. Nel lib. 3. l'ode 4. _cos vantata_ a
lui _pare una fanfaronata poetica piena di luoghi comuni nella quale
si  incastrato un episodio mitologico senza appicco, e che in fondo
ha pi di borra, che d'interesse o di sostanza_. La 9. _alzata alle
stelle generalmente_ a lui pare _una puerilit priva di naturalezza,
di interesse, e di grazia_. Anche, nella lingua Latina egli vuole che
abbia peccato Orazio ora usando qualche espressione, che sente _del
comico_, come _uxorius amnis_ Lib. 1. od. 2. la quale per egli avr
creduta poetica[352], ora adoperando altre espressioni non adattate,
come nella 14. (ovvero 13.) al v. 8. _lentis penitus macerer ignibus_,
dove il critico c'insegna che _lentus_ vuol dire arrendevole, ed Orazio
forse avr creduto che avesse ancora altri significati, e fra gli altri
quello di _diuturno_ e per ci non male esprimesse la qualit d'un
fuoco, che lentamente lo tormentava; e in questa opinione sar stato
anche Tibullo, quando disse _lento torquet amore_ Lib. 1. El. 4. v. 81.
Su queste ed altre simili critiche non far veruna riflessione, poich
qualunque leggitore sapr farla da se, e senza pi parler d'un'altro
illustratore d'Orazio assai diverso, cio del Cavaliere Clementino
Vannetti. Egli nelle sue osservazioni sopra questo poeta[353] parlando
di pi, e diverse traduzioni delle sue opere, nel volgarizzamento d'una
epistola, nelle lettere sopra il Sermone Oraziano imitato dagl'Italiani
e sulle poesie didascaliche di lui ingiustamente condannate dallo
Scaligero, nella descrizione della sua Villa, e nel giudizio sopra
l'Orazio Bodoniano si pu chiamare un perpetuo comentatore; ma un
comentatore molto giudizioso ugualmente se ne spiega i concetti, o se
ne accenna le bellezze.

Un ampio comentatore hanno avuto nel Volpi Catullo, Tibullo, e
Properzio[354]. Egli considera il testo e lo emenda come giudica
opportuno, non per con quella insaziabile avidit di mutar sempre
per cui certi editori hanno guastate, e guastano le opere de'
classici; spiega ingegnosamente i luoghi alquanto oscuri, e sparge
a larga mano gran copia di erudizione forse soverchia, raccogliendo
i luoghi simili d'altri autori, il che non  senza utilit per
l'imitazione ove si faccia parcamente. Parecchi anni prima aveva egli
data un'altra edizione degli autori medesimi pregevole anch'essa, e
forse pi comoda, perch ivi le note sono pi brevi, e perci meno
ricche d'erudizione[355]. Anche Gio. Francesco Corradini dell'Aglio
dette un'edizione di Catullo con diffuso comento, che non ha ottenuto
molto plauso[356]. Mordace l'abbiam veduto nel suo Lessico contro il
Facciolati, e tale  pure in quest'opera contro tutti gl'interpetri che
lo precedettero, e contro il Volpi massimamente. Raro  che approvi le
spiegazioni e l'emendazioni altrui, e vuol che si seguano le lezioni
di certo suo codice, il quale a dir vero ne ha alcune assai buone, non
per quante egli vorrebbe. Lodata  l'edizione delle favole di Fedro;
che con buone annotazioni, e buona traduzione dette il Padre Trombelli,
ripetuta poi molte volte per soddisfare al desiderio comune[357]. Un
altro poeta, alquanto pi recente di questi, cio Rutilio Numaziano si
dovea pubblicare dal Gori colle illustrazioni di Giovanni Targioni[358]
ma l'edizione non si  poi eseguita. N pure si sono stampati mai i
comenti dal P. Alessandro Politi delle Scuole Pie preparati a Lucrezio,
Catullo, Marziale, ed altri poeti Latini, di cui ho fatto parola in
altro luogo.

Ho detto di sopra, che tra i papiri d'Ercolano se n' trovato uno solo
Latino, e questo non ci presenta che poche linee.  un poema anonimo
sulla guerra d'Alessandria, che termin colla battaglia d'Azio e colla
morte di Cleopatra. I pochi versi, che si sono potuti leggere, sono
stampati a Napoli, ma non sono ancora l renduti pubblici. Il Sig.
Morgenstern per avendone ottenuto un esemplare lo ha indirizzato
all'Accademia di Gottinga con un suo commentario, e M. Millin lo
ha ristampato nel _Magasin Encyclopdique Ianv._ 1812. Noi dobbiamo
render grazie all'editore Tedesco d'aver procurato di spiegare alquanto
questi laceri avanzi dell'antichit; ma la sua industriosa fatica non
appartiene al mio argomento. I versi latini per dell'anonimo autore
di niuna utilit possono esser fuorch per la paleografia, giacch
nell'edizione Napoletana si vedr la forma degli antichi caratteri, i
quali (come si dice) vi sono esattamente delineati.

De' Padri delle Chiesa, e d'alcuni altri scrittori ecclesiastici Latini
si sono altres fatte edizioni di gran pregio. Perch lasciando stare
certe Venete ristampe, che solamente ripetono ci che prima si aveva,
v'ha il S. Leone Magno del P. Cacciari[359] e dei Ballerini[360], S.
Girolamo del Vallarsi[361], Venanzio Fortunato del Cardinal Luchi[362],
Lattanzio del P. Eduardo Franceschini[363], Sulpizio Severo del P.
Girolamo da Prato[364], le Complessioni di Cassiodoro del Marchese
Maffei[365], S. Zenone de' Fratelli Ballerini[366], Lucifero di
Cagliari de' fratelli Coleti[367], S. Gaudenzio del Gagliardi[368],
Rufino del P. Cacciari[369], e del Vallarsi[370], S. Paulino del
Mandrisi[371], S. Pier Grisologo del P. Paoli[372], S. Massimo del P.
Bruni[373], e Cresconio del Foggini[374].

NOTE:

[329] _M. Tullii Ciceronis opera cum notis variorum. Neapoli Typis ac
sumptibus Ioseph Mariae Porcelli_ 1777. e seg. in 8. Dovevano essere
trentasei volumi.

[330] _Patavii_ 1738. in 4.

[331] _Patavii_ 1713. in 8.

[332] _Patavii_ 1732. in 8. e di nuovo _Venetiis_ 1744. in 8. Vi 
unita la traduzione Italiana.

[333] _Bjoernst. Lett. de' suoi viaggi_ T. 3. p. 23.

[334] Ne abbiamo solamente un saggio nell'orazione contro Pisone dal
Lagomarsini stampata con questo titolo. _M. Tullii Ciceronis oratio in
L. Pisonem ex editione Jacobi Gronovii cum omnibus omnium Florentinorum
MSS. Codicum ec. variis lectionibus ec. Character Scripture duodecim
Codd. MSS. ec. Venetiis typ. Albriziniis_ 1741. E nell'anno medesimo
stamp a Firenze _specimen editionis operum M. Tullii Ciceronis.
Caballeros Bibl. script. Soc. Iesu, Supl._ I. p. 170.

[335] Alle illustrazioni di Cicerone s'aggiunga _Loci Graecorum
auctorum a Cicerone interpretati, sive Lexicon Ciceronianum
Graeco-Latinum. Augustae Taurinorum._ 1743. in 8. Nulla posso dire di
questo libro, che non ho veduto, n so se sia una ristampa del lessico
Ciceroniano Greco-Latino stampato da Enrico Stefano il 1577. Il P.
Zaccaria _Stor. Lett._ T. II p. 409. dice, che il Canonico Guenzi
stamp, e coment le partizioni oratorie di Cicerone, ma di questa
edizione non ho contezza.

[336] _Nuovo Dizionario Stor. Ediz. di Bassano alla v. Lagomarsini_
e alla v. _Pontedera_ (Giulio). Una parte per almeno  nella
Magliabechiana di Firenze secondo il P. Caballeros _Bibl. Script. Soc.
Iesu, Suppl._ II. p. 54.

[337] _Praef. in Script. R. R. edit. Lips._ 1794. T. 1. p. VII.

[338] Caronelli Apotegmi agrarj p. XVII.

[339] _Iulii Pontederae epistolae et disertationes, opus posthumum
prefatione et notis auctum ab Iosepho Antonio Bonato Publ. Bibl. Pat.
Praefecto. Patavii_ 1790. T. 2. in 4. Di qu lo Schneider ha prese
quelle annotazioni che stamp col titolo: _Iulii Pontederae curae
posteriores_ e che si vedono nell'ultimo volume dell'edizione citata di
Lipsia.

[340] _Aur. Corn. Celsi de medicina libri octo. Patavii Cominus_ 1722.
_in_ 8. _L. Sereni Sammonici de medicina praecepta saluberrima._ ib.
1722. in 8.

[341] _Io. Bapt. Morgagni in A. Corn. Celsum et L. Ser. Sammonicum
epistolae decem. Patavii Cominus_ 1750. in 8.

[342] _Bianconi Lett. sopra Celso_ p. 258.

[343] E di nuovo _Lugd. Bat._ 1785. in 4.

[344] _Zeno Lett._ T. 5. p. 154. Lett. del 1735.

[345] _L'Architettura di M. Vitruvio Pollione colla traduzione
Italiana, e comento del Marchese Berardo Galiani Napoli_ 1758. in fo.

[346] _Sex. Iulii Frontini de aquaeductibus urbis Romae commentarius
antiquae fidei restitutus, atque explicatus opera, et studio Io.
Poleni. Patavii_ 1722. _in_ 4.

[347] _Titi Livii historiarum libri XCI. fragmentum Rom_ 1773. in
4. e di nuovo ad Amburgo, a Napoli, e a Lipsia. Il P. Caballeros
Bibl. Script. Soc. Iesu, Suppl. II. p. 40. cita del Giovenazzi
_dissertationes de versibus Plauti MSS._ ed ivi a p. 116. alcune sue
illustrazioni sopra Properzio, e sopra gli antichi Poeti Cristiani.
Le seconde non sono stampate; ma le prime si possono dire pubblicate,
perch il Santenio nell'impressione di Properzio fatta in Utrecht il
1780. confessa d'averne fatto molto uso.

[348] _C. Crispi Sallusti, quae extant ex optimis codicibus castigata.
Accedunt Iulius Exsuperantius ec. cum notis et epistola ec. cura et
studio Cajetani Vulpii Patavii_ 1722.

[349] _L. Annaei Senecae Apocolocyntosis sive ludus in mortem Claudii
Caesaris a Francisco Eugenio Guasco illustratus. Vercellis_ 1787. in 4.

[350] _Clem. Vannetii commentariolus in scenam_ III. _actus_ I.
_Heavtontimortimenon P. Terentii Venetiis._ 1781. in 4.

[351] _Patavii_ 1780. T. 3. in 8. Questa  l'edizione pi abbondante, e
pi corretta.

[352] Anche Virgilio adoper la stessa voce dicendo:

........_Tu nunc Carthaginis altae Fundamenta, locas pulchramque
uxorius urbem Exstruis. Aen. Lib._ 4. _v._ 265.

E pure Virgilio non viene accusato d'usare uno stile comico.

[353] _Rovesto._ 1792. T. 3. in 8.

[354] _Patavii_ 1737. 1755. T. 4. in 4. Del Volpi si ha ancora: _Liber
de Satyrae Latinae natura et ratione ec. item paraphrasis perpetua et
commentarius uberrimus in X. satyram Iuvenalis. Patavii._ 1744. in
8. Ed  veramente amplissimo questo commentario che in 248. facciate
spiega una satira sola.

[355] _Patavii_ 1710. T. 2. in. 8.

[356] _Venetiis_ 1738. in f. Il P. Anton Maria Lupi Gesuita scrisse
annotazioni sopra Catullo, (_Fabbroni vit._ T. 15. p. 53.) che sono
inedite.

[357] _Milano_ 1752. in 12. Vi sono altre edizioni anteriori a questa,
che non ho vedute.

[358] Vedi le simbole Fiorentine del Gori T. 5. p. 68. Il signore
Chardon de la Rochette Mel. T. 1. p. 355. dico che D. Pasquale Baffi
Napoletano aveva preparata di Fedro _une edition bien soigne_, ma le
sue carte si sono perdute alla sua morte.

[359] _Rom_ 1751.--1753. T. 3. in f.

[360] _Venetiis._ 1752. T. 3. in f.

[361] _Veron_ 1734. 1740. T. 10. in f.

[362] _Rom._ 1787.

[363] _Romae._ 1754. T. 14. in 8. _Ejusdem de mortibus persecutorum
notis illustr. a Io. Andrea Patern Castello Venetiis._ 1766. in 8.

[364] _Veron_ 1741. 1754. T. 2. in f.

[365] _Florentiae._ 1721. in 8.

[366] _Veronae_ 1739. in 4. E di nuovo _Augustae Vindelicarum._ 1758.

[367] _Venetiis_ 1778. in f.

[368] Patav. Comin. 1720. in 4. E di nuovo August. Vind. 1757.

[369] Romae 1741. in 4. gli opuscoli.

[370] _Veronae_ 1745. edizione non terminata di tutte l'opere.

[371] _Venetiis_ 1736. in f. Bisogna aggiungervi tre Carmina natalitia
stampati poi dal Mingarelli, Anacd. Fasc. Romae 1736.

[372] _Venetiis_ 1750. in f.

[373] Romae 1784. in f.

[374] _Flavii Cresconti Corippi de laudibus Iustini Augusti minoris
libri_ IV. _ac carmen panegyricum in laudem Anastasii Quaestoris et
Magistri cum notis variorum. Romae_ 1777. in 4. Il Foggini promise di
dare ancora _Bellum lyricum libris octo e Bella syrtica del medesimo
Autore_.




                             _Traduzioni._

                              ~CAPO~ XIV.


Ma passiamo alle traduzioni, delle quali tal  la copia, che mi vedo
costretto a tralasciarne molte. Cominciamo dai poeti, e fra questi
da Plauto. Il Cavalier Lorenzo Guazzesi volgarizz l'Aulularia, e
l'Ab. Angelo Teodoro Villa il Curculione ambedue egregiamente. Il P.
Brunamonti, il P. Carmeli, e l'Ab. Domenico Ferri ne tradussero alcune
commedie con lode, ma il Napoletano Nicol Eugenio Angelio diede la
versione di tutte. Il signor Napoli Signorelli trova nell'Angelio una
particolare accuratezza ed intelligenza de' due idiomi[375], n in ci
lo contradir. Credo per che meritino maggior lode il Guazzesi, il
Villa, e gli altri test nominati, ed approvo i Monaci Milanesi, che
nel loro Plauto hanno poste le traduzioni di questi, e solamente per
l'altre commedie hanno prese quelle dell'Angelio. Luisa Bergalli[376],
Monsignor Forteguerri[377], e l'Ab. Francesco Bellaviti[378]
volgarizzarono Terenzio. Il Forteguerri merita plauso, se si ha
riguardo alla difficolt di trasportare nella nostra lingua i sali, le
grazie, e certi modi spiritosi e concisi de' Comici Latini: il che si
deve osservare ancora riguardo ai traduttori di Plauto. Della Bergalli
poi, e del Bellaviti non posso dar giudizio, perch non mi  riuscito
di vedere le loro traduzioni. Non minor difficolt forse s'incontra
nel trasportare il poema filosofico di Lucrezio: ci non ostante
con ammirabile felicit la super Alessandro Marchetti, la versione
del quale  celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi[379].
Commendando per l'opera del Marchetti io intendo dire, che belli sono
i suoi versi, e che fedelmente ha espressi i sensi dell'Autore, ma
biasimo solennemente i sentimenti d'irreligione e d'Epicureismo, che la
Chiesa ha in lui condannati, e da' quali doveva la sua penna tenersi
pi lontana, come n'era lontano il suo cuore. Questo rimprovero ha
meritato ancora, e l'ha meritato assai pi l'Ab. Raffaele Pastore, la
versione del quale non ho veduta[380].

Quantunque grande sia la difficolt, che si prova nel tradurre i poeti
nominati fin qu, assai maggiore per a mio giudizio la presentano
Virgilio, ed Orazio. Ci non ostante, o che la stessa difficolt
dell'impresa abbia animato alcuni colla speranza di superarla, o
che gli abbia allettati la familiarit, che tutti abbiamo fin
dall'adolescenza con questi poeti, essi hanno avuto maggior numero di
versioni che gli altri. La Buccolica ne ha avute tre, una in terza
rima, unitivi dov'era opportuno altri metri, del Marchese Prospero
Manara[381], la seconda del P. Ambrogi Gesuita[382], la terza del P.
Soave[383]. Non dispiacerebbero quelle degli ultimi due, se non si
fosse letta quella del primo. La traduzione del Manara  opera egregia;
e credo quasi che se Virgilio avesse voluto esprimere in versi Italiani
i suoi sentimenti non lo avrebbe potuto fare in altro modo. Maggior
numero di volgarizzamenti vanta la Georgica. Sette ne sono a me noti
in questo secolo. La prima  del Modenese Cantuti in versi sdruccioli,
che basti d'aver nominati. Degli altri sei uno  in ottava rima del
Conte Lorenzo Tornieri[384] e cinque in versi sciolti, cio del P.
Ambrogi[385], del P. Soave[386], di Lodovico Antonio Vincenzi[387],
del Manara[388], e dell'Abate Clemente Bondi[389]. Il Tornieri 
elegante, ma dalla tirannia della rima spesso  strascinato, anzi
che tradurre, a dir cose, che in Virgilio non sono. Il P. Soave  di
soverchio abondante di epiteti; l'Ambrogi, il Manara, e il Vincenzi
sono fedeli, corretti nello stile, ma forse un poco troppo timidi
seguaci dell'originale, e perci appunto non aggiungono alla maest
Virgiliana; il Bondi non  fedele abbastanza, e anch'egli non si pu
sollevare fino alla maest del poeta latino. Anche l'Eneide ha avuti
i suoi volgarizzamenti per opera dell'Ambrogi, e del Bondi, de' quali
credo, che dar si debba il giudizio medesimo, che ho dato poco fa delle
loro Georgiche.

Maggiore  ancora il numero de' traduttori d'Orazio. Parecchi ne
sono a me noti, fra' quali due inediti, o al meno promessi. Lascio
il Calabrese Ierocades, che  di tutti il pi malvagio. Lascio il
Genovese Caprio ed Ottavio dalla Riva[390], de' quali non ho veduto
n pure alcun saggio, onde far congettura del merito loro. Giuseppe
de Necchi d'Aquila[391], e Gio. Pezzoli[392] hanno usato il verso
sciolto, ed anche per ci solo non saprei commendarli. Ma oltre a
questo il Pezzoli scrivendo ad uso dalle scuole e quindi traducendo
letteralmente non ha potuto conservare la forza dell'originale, e
l'Aquila non ha saputo conservarla, quantunque non abbia n pure il
pregio della fedelt. Lo stesso si dica di Girolamo del Buono, che ha
la sua traduzione nella prima Raccolta Milanese. Questi volgarizz
ancora i sermoni e le Epistole, l'Egloghe e la Georgica di Virgilio,
e i Fasti d'Ovidio, il che  rimasto inedito, come dice il Fantuzzi
negli scrittori Bolognesi; n  gran danno. Non molto migliore  il
Savelli[393] per certa sua fiacchezza di stile, che troppo  lontana
dallo stile d'Orazio. Francesco Corsetti dopo aver plausibilmente
tradotte le satire e le Pistole[394] volle tradurre anche le odi, che
morendo lasci imperfette. L'Abate Bertola le stamp poi e ne suppl
pi di trenta, che mancavano, senza avvertire quali sono aggiunte da
lui[395], ed alcune, non per molte, ve ne ha di bellissime; ma la pi
parte non sono fedeli, e mancano di quella forza, e concisione, che
tanto si ammira nell'originale. I miglior traduttori d'Orazio sono
a mio giudizio il Pallavicini notissimo a tutti, l'Ab. Venini, che
contrasta con lui, e molte volte lo vince, il Borgianelli, il Bramieri,
il Cassola, ed il Cesari[396]. Ciascuno di questi volgarizzatori
meritano molta lode, si sono adoperati d'accostarsi all'originale
con ogni sforzo, e se non hanno potuto ottenere il loro intento non
si debbe attribuire a difetto d'ingegno, ma alla qualit dello stile
Oraziano, che non pu essere uguagliato traducendo. Il Pallavicini, e
il Borgianelli fra questi hanno tradotti anche i sermoni, meno per
felicemente delle odi. Luigi Ceretti altres, e il P. Soave[397] e il
P. Pagnini[398] tradussero alcune odi, ed alcune pure il Bal Gregorio
Redi, che sono fra le sue opere, ma non le ho vedute. Finalmente il
Vannetti tradusse un'epistola, e due nuove versioni annunzi[399],
cio del signor Ab. Godard, e del signor Roberto Sanseverino: ma il
Sanseverino non so se veramente abbia pubblicata l'opera sua, e l'Abate
Godard non si  fino ad ora determinato di pubblicare la sua versione.
Alcune per delle odi per lui volgarizzate ho sentite leggere nella
Romana Arcadia dove ottennero molto plauso, e n'erano degne. Delle
versioni della Poetica non fo parola, perch non posso annoverare tutte
le cose pi minute, e solamente indicher quella del Metastasio, non
osando per darne giudizio, perch a me non appartiene il giudicare ci
che ha scritto un uomo cos grande[400].

Catullo, Tibullo, e Properzio[401] sogliono unirsi nelle edizioni,
n io li separer adesso ricordando la versione che ne fece il Sig.
Agostino Peruzzi nel _Parnasso de' Poeti Classici d'ogni nazione
trasportati in lingua Italiana_. Noi dobbiamo commendarlo doppiamente,
e per la sua traduzione, che  assai pregevole, e per la modestia,
che non ha voluto offendere. Il chiarissimo signor Ab. Rubbi loda in
lui _l'armonia del verso, la prontezza della rima, la nobilt dello
stile negli argomenti sublimi, e la morbidezza negli amatorj_, ed io
confermo le sue lodi. Non pu piacermi per l'uso de' metri lirici nel
volgarizzamento delle elegie. Oltre a ci mi pare di scorgere talvolta
nella sua opera qualche indizio di soverchia fretta, per cui alcuni
tratti sono meno felici del rimanente. Ne recher due soli esempi.
In Catullo egli usa l'espressione _amare alla follia_[402], la quale
dubito che non sia Italiana: e in Properzio trovo questi versi.

  _Sul sasso assisa a piangere
  S'udia sue piaghe nuove
  Da far pietate a Giove[403]._

Il testo dice, _Vulnera vicino non patienda Jovi_, il che significa
l'opposto. L'amorosa ferita della Vestale Tarpea, che amava Tazio
nemico di Roma, ed era in procinto di tradir la patria, non poteva
eccitar piet, ma collera in Giove. Pi felice nella scelta del
metro fu Francesco Corsetti, ed inclinerei ancora a giudicarlo pi
felice nell'eleganza, e nell'esattezza; ma poche Elegie di Tibullo e
Properzio, e quella d'Albinovano abbiamo da lui con altre cose, che non
appartengono a questo luogo[404]. Di Ovidio son molti i traduttori;
io per per non tesser qu un lungo, e nojoso catalogo di nomi, mi
contenter di ricordar solamente quelli che per la celebrit loro e
pel merito delle loro versioni debbono essere preferiti; cio Girolamo
Pompei per l'Eroidi, Giov. Batista Bianchi pe' Fasti per le Tristezze e
per le Pistole scritte dal Ponto, un Anonimo, che si nasconde salto il
nome Arcadico d'Eschilo Acanzio pe' Rimedj d'amore, l'Ab. Pellegrino
Salandri per l'Invettive contro Ibi, pe' Lisci, e per la Pescagione,
e l'Abate Angelo Teodoro Villa per la consolazione a Livia, e per la
Noce, oltre alle tre lettere d'Aulo Sabino[405].

Coetaneo d'Ovidio fu Fedro liberto d'Augusto, e il P. Trombelli
interruppe i gravi suoi studj per tradurne lodevolmente e illustrarne
con buone annotazioni le favole[406], siccome ho detto, alle quali
fece precedere quelle d'Avieno e di Gabria[407]. Ma parlando di questi
poeti siamo gi passati ad un'et meno felice per la lingua Latina. Ci
non ostante non furono trascurati ancora gli scrittori di questi tempi
e de' seguenti. Lucano fu volgarizzato dal P. Gabriele M. Meloncelli
Barnabita in ottava rima[408], e dal Signor Cassoli in versi sciolti
nella seconda Raccolta Milanese. Pi assai del primo  lodevole il
secondo. Egli  buon poeta, e se considerar si potesse l'opera sua
separatamente dall'originale meriterebbe plauso. Difficile impresa 
il tradurre Lucano, perch se si vuole esser fedele si arrischia di
ritrarre nel nostro volgare i suoi difetti, e se questi si vogliono
evitare si arrischia di trascurare alcune bellezze, che in lui sono
grandissime, e talvolta sono di tal natura, che difficilmente si
trasportano in altra lingua. Dubito che il signor Cassola abbia urtato
nel secondo scoglio. Vediamo il principio della sua versione.

  La civil di Farsaglia orrida guerra
  E il fren lentato ai rei delitti io canto,
  E un popol forte, che la man vittrice
  Arm contro se stesso, e sciolti i nodi
  D'ogni amist le consanguinee schiere
  Con l'intere del mondo armate forze
  Gareggianti alla pubblica rovina
  E tutte contro lor rivolte a zuffa
  L'Aquile, i dardi, e le Romane insegne.

Non aggiungo qu il testo Latino perch  nelle mani di tutti. Ora io
non trovo nella versione il _plusquam civilia_, delle quali parole
Floro Lib. 4. Cap. 2. fa quasi il comento, come osserv gi il
Gronovio. _Il fren lentato ai rei delitti_ dice molto meno che _jusque
datum sceleri_. Tralascio per brevit le osservazioni, che gli altri
versi domandano, e solamente aggiungo che poco dopo questi versi il
traduttore si dee riprendere ancora per un fallo assai maggiore, dove
egli dice l'opposto del testo. In Lucano Lib. 2. v. 20. leggiamo, _Gens
si qua jacet nascenti conscia Nilo_, e il traduttore, _Se v'ha gente
sulla foce del Nilo_ in vece di dire _alla fonte, o alle fonti_[409].

Alle versioni di Lucano succedano quelle assai commendabili
dell'Argonautica di Valerio Flacco fatte da un'anonimo nello seconda
Raccolta Milanese, e da Marc'Antonio Pindemonte[410], e poi la Tebaide
di Selvaggio Porpora, cio del Cardinale Bentivoglio[411]. Questa
 celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi. Non debbo per
tacere l'autorevol giudizio d'Apostolo Zeno, che nelle annotazioni
alla Biblioteca del Fontanini dice: nel _volgarizzamento del Cardinal
Bentivoglio Stazio  sempre Stazio, con altro abito, ma col medesimo
aspetto sublime senza gonfiezza, grande senza sproporzione, soave senza
mollezza_ ec. Anche l'Achilleide e le selve del Poeta medesimo ebbero
i lor traduttori, la prima in Orazio Bianchi, e le seconde nell'Abate
Biacca non affatto spregevoli, ma non paragonabili col traduttore della
Tebaide. L'ebbero il Tragico Seneca in Benedetto Pasqualigo[412],
Calpurnio, e Nemesiano in Tommaso Giuseppe Farsetti[413] e Claudiano
in Nicola Beregani[414]. Fra i poeti di questa et, che hanno avuto
in sorte ottimi volgarizzamenti debbono porsi Giovenale, e Persio.
Tali non li chiamo per la versione ed illustrazione, che di molte
satire del primo ha fatte il celebre Cesarotti, e pel saggio d'altra
versione d'un'anonimo, che il chiarissimo signor Ab. Rubbi ha dato nel
suo Parnasso de' Classici volgarizzati, perch queste appartengono
al secol presente; ma bens per quella del Silvestri[415]. D'ambedue
questi Satirici fece egli una parafrasi, piuttosto che una traduzione,
in modo per che il sentimento  accuratamente presentato nel nostro
volgare. E siccome egli era dotto antiquario, la sua parafrasi 
accompagnata da un comentario erudito, in cui illustrandosi il testo
molte cose spettanti all'antichit si espongono copiosamente. Due altri
volgarizzamenti ebbe Persio. Il primo  il Salvini[416], di cui ho
gi indicato abbastanza il modo di tradurre: l'altro  il Soranzo, la
versione del quale non ho veduta. Ma basti ormai de' Poeti; giacch
credo inutile il diffondermi ricordando le minori lor produzioni.

Primo fra gli scrittori di prosa esser dee Cicerone, e prima fra le
sue opere sia quella, in cui mostrando quale esser debbe il perfetto
oratore mostr qual era egli stesso. Il P. Cantova Gesuita poteva aver
luogo onorato fra gli editori, come ora glielo do fra i volgarizzatori.
A lui dobbiamo i tre libri dell'Oratore di belle note arricchiti, e
d'una egregia versione[417]. Le note in parte sono scelte da quelle
dei miglior commentatori, in parte sono sue; e s l'une che l'altre
sono giudiziose, ed utili all'intelligenza. La versione  fedele
senza esser servile, elegante, e scritta con purit di lingua. Il P.
Cantova volgarizz ancora dodici orazioni di Cicerone, che mi duole
di non aver vedute. Di queste tre altri traduttori sono a me noti,
cio il Bordoni[418], il P. Alessandro Bandiera[419] de' Servi di
Maria, e il P. Leonardo Giannelli de' Chierici Regolari della Madre
di Dio[420]. Non esaminer qu la fatica primo, perch i pregi
degli altri due tutto a se richiamano il mio discorso. Anche il
Giannelli poteva essere da me annoverato fra gli editori per ogni
maniera di copiose illustrazioni rettoriche, critiche, ed erudite,
colle quali accompagna l'opera sua. Egli poi traducendo esprime i
sentimenti dell'originale con maggior precisione che il Bandiera non
fa, abbondando ancora di parole ove ha giudicato, che la maggior
copia di queste giovar potesse al suo intento: ed il Bandiera  stato
forse pi sollecito del Giannelli di rappresentare nel suo volgare la
dignit, l'armonia, e l'eleganza di Cicerone. N bast al P. Bandiera
di darci tutte le orazioni nella nostra Lingua, ma volgarizz ancora
l'epistole familiari[421] l'epistole al fratello Quinto[422], i tre
libri degli Officj[423] e finalmente le vite di Cornelio Nepote[424].
Ed i Libri degli Officj ebbero ancora tre altri volgarizzalori, cio
Gianagostino Zeviani[425] Matteo Facciolati[426] e il Marchese Luigi de
Silva[427], ed uno n'ebbero l'epistole familari nell'Ab. Ciliari[428]
che tradusse pure i libri di Celso sulla medicina[429]. Due storici
furon tradotti, cio Sallustio e Cornelio Nepote, il primo dal P.
Pietro Savi Gesuita[430] dal Dottor Giovan Battista Bianchi[431], e
dal Conte Vittorio Alfieri[432], e il secondo dal P. Bandiera e dal
Soresi[433]. Non ho veduto il volgarizzamento del Savi, ma se dalle
altre Opere sue si pu dedurre una probabile congettura, vuolsi credere
che meriti lode, e certamente sar scritto puramente, perch egli era
scrittor purissimo. Commendabile  la traduzione del Bianchi, ma troppo
resta offuscata da quella dell'Alfieri; che di molto supera tutte le
precedenti. Altre forse avranno stile pi nobile, e numerose, saranno
altre pi costantemente fedeli, ma per energia d'espressione, e per una
certa aria originale parmi, che non ceda la palma a veruna[434]. Il P.
Bandiera poi nel volgarizzar Cornelio Nepote  stato elegante e fedele,
onde dobbiamo sapergli grado di questa, come dell'altre sue letterarie
fatiche. Pu contrastare con lui il Milanese Soresi, principalmente
per la fedelt; ma non cos facilmente crederei, che lo superasse per
l'eleganza.

Minor materia porgono al mio ragionamento l'et seguenti. Nulla posso
dire delle lettere di Plinio il giovine trasportate nel nostro volgare
dal Canonico Gio. Antonio Tedeschi[435], che non ho vedute. Maggior
fatica intraprese Lorenzo Patarol, che le orazioni tutte panegiriche
degli oratori Latini volle darci corrette nel testo, illustrate da
annotazioni, e spiegate in Italiano, ed a tutti i tre officj d'editore,
di comentatore, e di traduttore sodisfece lodevolmente[436]. I codici
Veneti, Vaticani, e Fiorentini, le edizioni precedenti, e il proprio
ingegno gli somministraron il modo di rendere il testo pi emendato,
che prima non era. Ma per ci che spetta alla traduzione, se altri lo
avevano preceduto nel volgarizzare il panegirico di Plinio, intatta
era la strada riguardo agli altri, ed altrettanto era ingrata per
la rozzezza degli oratori. Al Patarol succeda il P. Marco Poleti
Somasco, che l'Ottavio di Minucio Felice diede tradotto, e d'opportune
annotazioni lo corred[437].

Ma savio ed util consiglio sopra molti da me in questo capo noverati
fu quello di trasportare nella nostra lingua i latini scrittori di
agricoltura, il che si esegu a Venezia colle stampe del Pepoli[438].
Non dir della Georgica di Virgilio tradotta dal P. Soave, di cui ho
gi fatta parola. Il Bordoni tradusse tre libri della storia naturale
di Plinio, cio il diciassettesimo co' due seguenti; e di ci credo che
debba recarsi quel giudizio, che vuolsi dare delle orazioni di Cicerone
per lui volgarizzate. Gli altri traduttori parmi che sieno stati
solleciti di spiegar chiaramente il testo; ma non tutti hanno posta
bastevol cura d'aggiugnere all'eleganza di quelli antichi. Piace Catone
con quella sua semplicit; ma non mi piace ugualmente nella traduzione
del Compagnoni. E s'incontrano talvolta in questa parole che non reputo
Italiane pure, ma Lombarde. Oltre a ci egli non di rado distende
con molte parole i concetti dell'originale; il che quanto convenga a
un traduttor di Catone, altri sel veda. Pi felici a parer mio son le
versioni di Giangirolamo Pagani, che trasport nella nostra lingua
Varrone e Columella, se si riguarda l'eleganza, e la castigatezza della
lingua; poich quanto allo spiegare il testo n a lui fo rimprovero,
n al Compagnoni. Le annotazioni poi (giacch ne sono in copia fornite
queste opere) sono in ambedue ricche d'erudizione; ma quelle del Pagani
vogliono ancora esser lodate per buona critica intorno alla emendazione
del testo.

NOTE:

[375] _Storia de' Teat._ T. 6. p. 233. Edizione del 1790.

[376] _Venezia_. 1733. in 8.

[377] _Urbino_ 1736. in f. col testo Latino a fronte a le figure delle
maschere ricavate da un MS. della Vaticana.

[378] _Bassano_ 1758. in 8.

[379] _Londra_ 1717. in 8.

[380] _Filosofia della natura di T. Lucrezio Caro e confutazione del
suo Deismo e Materialismo dell'Ab. Raffaele Pastore. Londra_ 1776. T.
2. in 8.

[381] _La Bucolica di P. Virgilio Marone in rime italiane. Parma in_ 8.
_Senza_ indizio d'anno.

[382] Colle altre Opere di Virg.

[383] Nella seconda Raccolta milanese.

[384] _Vicenza_ 1780.

[385] Colle altre opere di Virgilio e separatamente _Roma_ 1758. in 12.

[386] Nella seconda Raccolta Milanese de' Poeti Latini.

[387] Modena Anno VI. della Repubblica Francese.

[388] _Parma_ 1801. opera postuma.

[389] _Vienna._ 1800.

[390] _Le odi di P. Orazio Flacco espresse in varj metri da Octavio
dalla Riva. Verona_ 1746. in 8.

[391] _Milano_ 1779.

[392] _Bergamo_ 1789.

[393] Non posso indicare il luogo e l'anno della stampa, non avendo ora
l'opera sotto gli occhi. La vidi alcuni anni sono, e ne do il giudizio
che ne formai leggendola in parte.

[394] Le prime furono stampate a Siena il 1759. e le seconde ivi il
1764.

[395] _Siena_ 1778.

[396] La prima edizione del Pallavicini  di Lipsia del 1736. L'Orazio
del Venini  nella seconda Raccolta Milanese, e corretto in Milano,
1791.; e nel Parnasso de' Classici  quello del Bramieri. Francesco
Borgianelli stamp le odi in Venezia il 1736. Il Cassola a Reggio nel
1786. e ne fece poi una seconda edizione miglior della prima, che non
ho veduta. Il Cesari stamp prima in Verona 12. Odi nel 1788. che
pubblic di nuovo con altre diciotto in Bassano il 1789.

[397] Atti dell'Accad. It. T. I. p. XXXV. e CXXVIII.

[398] Sono fra le sue Poesie unite a Teocrito Mosco, e Bione.

[399] _Osservazioni intorno ad Orazio_ T. 1. p. 93. L'epistola dal
Vannetti volgarizzata  ivi p. 163.

[400] Tralascio quelli che poche cose hanno volgarizzate, come il
Frugoni, l'Ab. Civetti, ed altri.

[401] Le opere loro furono tradotte da Raffaele Pastore. Venezia 1776.
in 12. da Guido Riviera, ivi 1761. T 2. in 8. Nella prima Raccolta
Milanese v'ha Tibullo, e Properzio di lui, e Catullo di Parmindo
Ibichense, cio Francesco M. Biacca. Non parlo della traduzione del
primo, perch non l'ho veduta; n di quelle del Riviera e del Biacca,
perch avendo cominciato a leggerle non mi ha sofferto l'animo di
terminarle.

[402] _Parnasso citato._ T. 20. p. 335.

[403] Ivi T. 36. p. 112. Prop. Lib. 4. El. 4.

[404] _Elegie scelte di Tibullo Properzio ed Albinovano tradotte in
terza rima da Oresbio Agreo P. A._ ec. _Lucca_ 1745. in 4. Giulio
Cesare Becelli tradusse Properzio, ma la sua traduzione  insoffribile.

[405] Le altre traduzioni d'Ovidio a me note sono le Eroidi del Conte
Giulio Bussi, dell'Ab. Cesare Frassoni, e di Marc'Aurelio Soranzo; le
Tristezze di Francesca Manzona Giusta; l'Epistole scritte dal Ponto
del P. Massimiliano Giusti Barnabita; gli Amori e i Rimedj d'amore di
Giuseppe Baretti; l'Arte d'amare di Filippo Sacchetti; le Metamorfosi
di Fabio Maretti. Si vedano le due Raccolte Milanesi, e il Parnasso
dell'Ab. Rubbi.

[406] _Venezia_ 1735. in 8. Felice  pure la versione anonima che
abbiamo nella prima Raccolta Milanese.

[407] _Venezia_ 1725. in 4.

[408] _Roma_ 1707. in 4.

[409] La traduzione di Lucano del Signor Cristoforo Boccella non
appartiene al mio argomento essendo impressa nel secolo decimonono. E
gi mi riuscirebbe malagevole il darne giudizio per l'amicizia che a
lui mi unisce.

[410] _Verona._ 1776. in 8.

[411] _Roma_. 1729. in f.

[412] _La Medea, l'Edipo, la Troade l'Ippolito di Seneca, e l'Ippolito
d'Euripide. Venezia_ 1750. in 8.

[413] _Venezia_ 1761. in 8.

[414] Nella prima Raccolta Milanese

[415] _Venezia_ 1758. T. 3. in 8.

[416] _Firenze_. 1726. in 8.

[417] _Milano_ 1771. T. 3. in 8.

[418] _Le orazioni scelte di M. Tullio Cicerone tradotte in lingua
Italiana ed arricchite di note dall'Ab. Placido Bordoni. Venezia_ 1795.
T. 3. in 8.

[419] _Orazioni di M. Tullio Cicerone in volgar Toscano recate_ ec.
_Venezia_ 1750. T. 7. in 8.

[420] _Orazione in difesa di Sesto Roscio d'Ameria Lucca_ 1789. in
8. _Orazione in favore della legge Manilia. Ivi_ 1789. _Le quattro
Catilinarie_ Ivi 1790. in 8. _Orazione a favore di Milone_ Ivi 1794.
in 8. Anche il P. Michele Angelo Bonotto tradusse alcune orazioni di
Cicerone e le stamp in Venezia il 1789. in 8. ma non le ho vedute.
La sua traduzione per dei libri della Repubblica di Platone da lui
stampata in Venezia non mi fa concepire grandi speranze di questa, se
pure si pu giustamente dall'una trar congettura dell'ultra.

[421] _Venezia_ 1762. T 2. in 8. Il P. Anton Maria Ambrogi Gesuita
tradusse le lettere scelte Roma, 1780. e Venezia, 1800.

[422] _Venezia_ 1744. in 8.

[423] Ivi 1754. T. 2. in 8.

[424] Ivi 1743. in 8.

[425] _Verona_ 1737. in 8.

[426] _Venezia_ 1750. in 32.

[427] _Firenze_ 1756. in f.

[428] _Venezia_ 1740. in 8. non sono per tutte.

[429] _Ivi_ 1747. T. 2. in 8. Haller _Bibl. Chir._ T. 1. p. 43.

[430] Torino 1763. E' la congiura di Catilina solamente.

[431] Venezia 1761. in 8.

[432] Fra le opere postume.

[433] Bassano 1802. in 8. Questa  la quarta edizione. Le altre che non
ho vedute sono del secolo decimottavo.

[434] Ho notata questa versione perch fu scritta nel passato secolo,
ed ho taciuto di quella bellissima del signor Abate Nardini, perch
giudico, che sia stata fatta in questo secolo.

[435] _Roma_ 1717. in 8.

[436] _Panegiricae orationes veterum_ etc. _Venetiis_ 1708. in 8.

[437] _Venezia_ 1756. in 8.

[438] Ivi 1792. e seguenti.




                        _Scrittori in Latino._

                              ~CAPO~ XV.


Questi diversi modi d'illustrar la lingua Latina somministrano (come
fin qu s' veduto) parecchi uomini chiarissimi, de' quali si pu a
gran ragione gloriare l'Italia nostra; ma quello di che essa si pu
ancor pi gloriare  lo scrivere latinamente. Lo scriver bene in Latino
 cos proprio degl'Italiani, che Marc'Antonio Flaminio volendo lodar
Filippo Obermayer gli disse, che niun Italiano pi di lui si accostava
a Tibullo.

  Natus Vindelicis Philippus oris
  Sed tam cultus et elegans poeta,
  Tam dulcis lepidusque, ut Italorum
  Nemo sit proprior tuo Tibullo[439].

Hanno i Francesi gli Spagnoli i Portoghesi, hanno le altre Nazioni
Europee i loro scrittori Latini puri ed eleganti; ma debbono
confessare, che per copia, e dir ancora per isquisitezza di gusto,
coll'Italia non possono contrastare. Non  difficile il dar ragione
di ci; ma questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio scopo.
Dir piuttosto, che se dal rinascimento delle lettere l'Italia ha
avuti sempre uomini sommi in questo genere, non ne ha mancato n pure
nello spazio di tempo, che appartiene a questo mio ragionamento.
Ma sono alcuni, i quali pretendono, che or non si possa col solo
studio de' buoni scrittori Latini scriver com'essi in questa lingua;
ed altri asseriscono, che non sia necessario di scrivere come essi
scrivevano. Fu tra i primi l'Algarotti siccome abbiamo veduto, e
il D'Alembert, che aveva forse qualche motivo per non esser molto
amico della lingua Latina. Anche un certo Paolo Zambardi prese
a sostenere questa opinione[440]. Mostra egli che ignoriamo ora
qual fosse la vera pronunzia della lingua Latina, il che niuno gli
negher. Come  impossibile il pronunziare bene il Latino vorrebbe
l'autore far credere, che fosse impossibile ancora l'intenderlo bene.
Quest'errore per non contro il Zambardi, perch il suo libro fu
presto dimenticato, ma contro il D'Alembert combatt vittoriosamente
il Cavaliere Clementino Vannetti in una lettera, che egli aggiunse
alla vita dell'Ab. Zorzi da lui scritta in Latino e lo combatt in
doppio modo, cio colle ragioni e coll'esempio, perch la vita e la
lettera sono scritte in guisa, che avrebbero ottenuto plauso anche
dall'antica Roma. Lo stesso e con ugual lode fece Girolamo Ferri di
Longiano in alcune lettere da lui unite al suo commentario intorno
alla vita ed alle opere del Cardinale Adriano Castelli stampato a
Faenza il 1771. La seconda opinione  del signor Cesarotti. Quella
divisione di secol d'oro di secol d'argento e di ferro non piace a
lui, e la stima volgar pregiudizio de' grammatici, e vuole anzi che
si usino indistintamente parole, e modi d'ogni secolo, e se cos
piace parole nuove non adoperate mai dagli antichi. Quindi egli us
la voce _flexilitatem_[441], che non si trova negli scrittori latini,
e difese il Flaminio, che adoper la parola _floricomum_, nuova
anch'essa. Egli dice, che aveva l'anima di bronzo quel latinista che
os rimproverare all'elegantissimo Flaminio questo vocabolo; che questi
rispose sensatamente al Zanchi sull'uso di conciar voci nuove in lingua
Latina; confessa che la sua opinione fu combattuta, da varj critici,
e passa generalmente per un paradosso; che si potrebbe per piantarla
sopra una base pi salda, ma converrebbe avanzar qualche teoria, che
parrebbe un paradosso pi grande, ed  meglio tacere contentandosi
d'errar col Flaminio[442]. Non essendo piaciuto a questo celebre
scrittore di pubblicare la sua teoria io mi terr all'opinione comune,
che chi vuole aver nome di scrittore elegante d'una lingua morta non
deve coniare nuovi vocaboli. Con quale autorit potr io confermare
quest'opinione? Con quella dello stesso Flaminio. _Mi sar grato_
(scriveva egli ad Ulisse Bassiano) _che m'avvisiate dove Cicerone usa_,
satis superque facere alicui; _perch quantunque io reputi questa
locuzione esser rarissima, nondimeno essendo ella di Cicerone, non
lascer d'usarla, purch io possa mostrare il luogo a chi mi volesse
riprendere; ma non ardirei gi d'usar_ reputo _in luogo di_ puto: _se
nol vedessi usato in questo modo da Cicerone, o da qualche altro_, qu
sit bonus latinitatis auctor[443]. Il Flaminio dunque quando aveva
agio di riflettere non voleva usare espressione, che non fosse usata
da' buoni scrittori. Gli avvenne per talvolta d'usar qualche voce non
pura, e _floricomus_ non  l'unica. Egli stesso ne d la ragione in
quella lettera medesima, dicendo all'amico, che non si dee fidare del
suo giudizio, perch da molti anni il suo studio versava tutto _nella
Scrittura Santa, in S. Bernardo, ed altri simili, i quali siccome sono
elegantissimi nelle sentenze, cos sono barbari nelle parole: e come
si dice a Casa mia_, chi pratica al molino s'infarina; per _ cosa
molta verisimile, che io m'inganni spesso_ in hoc genere. Le quali
parole giovano assai a mostrare non affatto irragionevole il dubbio di
taluni, che Marc'Antonio Flaminio non sempre fosse purissimo latinista,
quantunque fosse poeta elegantissimo. Queste parole ricordano nel tempo
medesimo, che altri pu essere elegante nelle sentenze, e rozzo nelle
parole, e che all'apice della perfezione giunge quello scrittore, che
non contento della prima qualit evita con ogni studio la seconda.

D'ambedue queste qualit furon solleciti nella lingua latina alcuni
preclarissimi ingegni nel secolo decimottavo, i quali tutti se volessi
qu annoverare sarei infinito. Bastino pochi. Stay Cunich e Zamagna
Ragusei di patria, Italiani di domicilio, furono egregi poeti. Il primo
espose in bei versi Lucreziani prima la filosofia Cartesiana, poi la
Neutoniana; e gli altri due oltre a pi altre cose minori fecero le
traduzioni, delle quali ho gi fatta parola. Quel bizzarro ingegno di
Monsignor Sergardi, che sotto nome di Settano scrisse parecchie satire
appartiene ugualmente al secolo decimosettimo, e al decimottavo. Egli
o scherzi con Orazio, o si sdegni con Giovenale sempre  ammirabile.
Ebbe un comentatore forse troppo copioso, ma erudito, ottimo latinista,
e degno di lui, cio il P. Leonardo Giannelli Chierico Regolare della
Madre di Dio[444]. A questi poeti si debbono aggiungere il Volpi, il
Farsetti, l'Ab. Taruffi, Giuseppe Aurelio di Gennaro, i Gesuiti Noceti,
Bassani, Mazzolari, Giovenazzi con pi altri raccolti in un aureo
libretto di versi latini di quell'insigne Religione, il P. Guglielmini
delle scuole Pie, parecchi che hanno i loro versi tra le poesie latine
degli Arcadi. Taccio d'altri molti per esser breve, ma non posso tacere
del Sig. Ab. Gagliuffi Professore chiarissimo dell'Accademia Genovese,
che o scriva versi meditati, o li dica all'improvviso  sempre
maraviglioso, e di Giovacchino Salvioni singolare anch'egli (quantunque
assai meno colto del Gagliuffi) nell'improvvisar latinamente.

Ai poeti succedano gli scrittori di prosa. Elegantissime sono le
orazioni del P. Paolino Chelucci Lucchese, e del P. Alessandro Politi
ambedue delle Scuole Pie. Loderei pur molto le orazioni di Gio.
Vincenzo Lucchesini, se la sua storia non richiamasse a se tutta la
mia considerazione[445]. Eleganza, e nobilt di stile, gravit nelle
sentenze, diligenza nelle descrizioni con molta purit di lingua sono
le doti che io scorgo in quest'opera, la qual sola basta a renderlo
immortale. Illustre storico altres fu Giulio Cesare Cordara Gesuita,
che fu parimente poeta satirico acre, e veemente[446]. E ancor pi
illustre fu Guido Ferrari pur Gesuita, che le Guerre del Principe
Eugenio di Savoja in Italia e in Ungheria descrisse egregiamente[447];
e molte altre cose pubblic in questa lingua. N meno celebri sono
Jacopo Facciolati[448], Francesco Maria Zanotti, il Lagomarsini
Gesuita, Monsignor Fabbroni, Jacopo Bacci[449], Jacopo Garatoni[450],
con altri molti che potrei ricordare. Ma sopra tutti, e sopra quanti
furono ancora pi insigni scrittori del secolo XVI. io credo che si
debbano porre i due fratelli Castruccio, e Filippo Buonamici. Quando
io leggo i libri _de bello Italico_, e pi ancora il Commentario
_de rebus ad Velitras gestis_ del primo parmi, che se Giulio Cesare
risorgesse, e prendesse a descrivere quei fatti non li descriverebbe
diversamente; e Filippo nel suo dialogo _de claris Pontificiarum
epistolarum scriptoribus_ parmi, che si accosti tanto a Cicerone, che
nulla pi. Se la materia dai due fratelli trattata non ci avvertisse,
che gli autori sono de' tempi nostri, il modo, con cui  scritta ci
farebbe credere, che essi appartengono al miglior secolo di Roma. Il
plauso, che quelle opere levarono fu sommo, e si vide in alcune scuole
d'Italia, di Olanda, e d'Inghilterra spiegarsi ai giovanetti le opere
di Castruccio[451] insieme con Cicerone Cesare Sallustio e Livio. E
quando io vedo, che una sola citt in poco pi d'un mezzo secolo ha
prodotto un Lucchesini, un Bacci, e due Buonamici io chiamo gloriosa
questa Citt; e dico che in questa si sono ricoverate quasi in propria
sede le lettere Latine.

Ma non  sola Lucca ad aver questo vanto. Bologna altres merita molta
lode, giacch in questa, come in molte altre parti della letteratura
si rese celebre nel passato secolo. In fatti i Zanotti, i Manfredi, i
Beccari, i Ghedini, i Taruffi pareva che non potessero mai dimenticar
le grazie e l'eleganza della lingua latina, come ne fanno testimonianza
le opere loro. La stessa lode deesi ancora attribuire alla Compagnia di
Ges, che tanti insigni Latini scrittori ha prodotti, de' quali pochi
ne ho ricordati per saggio di quel moltissimo, che dir potrei. I meriti
suoi in questa parte della letteratura sono in breve, ma bastevolmente
accennati da Monsignor Filippo Buonamici, dove parlando del Lagomarsini
dice: _Hyeronimus Lagomarsinius latini sermonis et amantissimus et
peritissimus, ejusque homo societatis, quae latinarum litterarum
fugientem jam gloriam omni scriptorum genere retinere quodammodo
conatur_[452].

NOTE:

[439] _Flam. Carm. Lib._ 1. _Carm._ 18.

[440] _Osservazioni critiche intorno alla moderna lingua Latina.
Venezia_ 1740. in 8.

[441] _Cesar. Op._ T. 31. p. 10. Si veda ivi l'annotazione.

[442] _Cesar. Opere._ T. 1. p. 82.

[443] _Flam. Op._ p. 294. edit. Comin. 1743. Si veda tutta quella
lettera.

[444] _Ludovici Sergardii antehac Q. Sectam Satyrae argumentis,
scholiis enarrationibus illustratae. Lucae_ 1783. T. 3. in 8. Vi 
aggiunto il quarto volume contenente le altre sue opere.

[445] _Io. Vincentii Lucchesini historiarum sui temporis ab
Noviomagensi pace Tomi tres. Romae_ 1725. 1738. in 4.

[446] _Cordara Opera. Venezia_ 1804. T. 3. in 8.

[447] _De rebus gestis Eugenii Principis a Sabaudia bello Italico.
Mediolani_ 1752. _De rebus gestis Eugenii ec. bello Pannonico. Romae_
1748.

Ambedue queste opere furono tradotte in purissima lingua Italiana dal
P. Pietro Savi Gesuita. Tutte le sue opere furono poi stampate in
Milano in sei volumi il 1791.

[448] Il Facciolati scriveva purissimamente in latino ma non vestiva i
pensieri alla foggia latina.

[449] _Ethicorum libri quinque auctore Jacobo Antonio Bacci Seminarii
Lucensis Rectore. Lucae_ 1760. T. 3. in 4.

[450] Ho ricordato altrove le sue annotazioni sulle opere di Cicerone
scritte egregiamente. Qu deve esser citato _de vita_ Eustachii Zanotti
Gasparis Garantonii commentarius. Romae 1785. in 8.

[451] Non so se si continui a spiegarle nelle scuole, ma so, che
si continua a farne nuove impressioni. Il Dussdorf. nel 1779. fece
stampare in Dresda il Commentario _de rebus ad Velitras gestis_.

[452] _Phil. Buon. de claris Pontif. Epist. Scrip. inter ejus Op._ T.
1. p. 77. _edit. Luc._ 1784.




                             _Iscrizioni._

                              ~CAPO~ XVI.


Un altro genere d'illustrazione ci offrono finalmente le iscrizioni.
Se io volessi qu far parola de' raccoglitori, e degl'interpetri delle
antiche iscrizioni mi si aprirebbe davanti un campo troppo vasto da
percorrere. Molto mi somministrerebbono da dire le grandi raccolte
del Gori, del Maffei, del Muratori, del Donati; molto il P. Lupi, il
P. Bonada, il P. Corsini, il Rivautella e il Ricolvi, l'Olivieri, il
Mazzocchi, il Martorelli, l'Oderici, il Passionei, il P. Zaccaria, il
del Signore, gli editori degli _Aneddoti_ stampati a Roma, l'Avvocato
Cantini, e tanti altri. Fra una messe cos abbondante sceglier due
soli scrittori, che illustrando iscrizioni hanno illustrata l'antica
lingua del Lazio. Sar il primo Matteo Egizio pel suo Commentario sul
celebre Senatus-Consulto de' Baccanali[453]. Il Langlet dice, che esso
piacer a quegli eruditi, _qu aiment les citations prodigues_[454].
Ma il principal difetto dell'Egizio non consiste nella moltitudine
delle citazioni, le quali a coloro sogliono dispiacere sopra ogni
altro, che vogliono mentire impunemente. Gli attribuirei piuttosto a
difetto quella soverchia copia d'erudizione, che stanca il lettore,
bench paziente. Essa per nella sua opera  piena d'ottime notizie, e
niente lascia a desiderare per la spiegazione di quel decreto, e per
l'illustrazione dell'antica lingua latina, nella quale  scritto. L'
altro  Monsignor Gaetano Marini, del quale non dubito d'asserire,
che niuno lo super, anzi niuno l'uguagli in questa parte difficile
dell'Antiquaria. Fanno di ci piena testimonianza le sue opere
immortali sopra gli Atti de' Fratelli Arvali, e sulle iscrizioni di
Casa Albani[455]. Ma non basta il raccogliere e spiegare le iscrizioni
antiche; bisogna ancora assai volte far nuove iscrizioni per tramandare
alla posterit le memorie de' nostri tempi. Alcuni sperano di meritare
i sommi onori in questo genere, perch hanno tratta qualche parola
o qualche espressione dai sepolcri degli Scipioni, o dai frammenti
d'Ennio e di Pacuvio; ma sono in errore. Quale esser debba lo stile
delle iscrizioni l'insegn l'_Ex-Gesuita_ Abate Morcelli in un'egregia
sua opera[456], nella quale per qualsivoglia genere dette gli opportuni
precetti, ed in altra opera somministr gli esempj da lui stesso
composti con ammirabile felicit[457], onde  divenuto regola ed
esempio in questa parte delle latina letteratura.

NOTE:

[453] _Senatus-Consulti de Bacchanalibus, sive en vetustae tabulae
musaei Caesarei Vindobonensis explicatio, auctore Matthaeo Aegyptio.
Neapoli_ 1729. in f.

[454] _Langlet Meth. pour etud. l'Hist._ T. 14. p. 340. _ediz._ 1772.
in 12.

[455] Egli lasci manoscritta ancora un'ampia collezione d'iscrizioni
cristiane e di figuline, ed i volumi, che contengono questo tesoro
d'antiquaria, sono ora nella Vaticana.

[456] _Stephani Antonii Morcelli de stilo inscriptionum latinarum libri
tres. Romae_ 1781. in 4.

[457] _Inscriptiones Commentariis subjectis Ibid._ 1783. in 4. Possono
gareggiare col Morcelli in questo genere il P. Guido Ferrari, che le
sue iscrizioni stamp in Milano il 1765., e l'Abate Luigi Lanzi, che
parecchie ne pubblic in Firenze. Non parlo poi de' viventi signori
Canonico Schiassi di Bologna ed Abate Zannoni di Firenze elegantissimi
scrittori di questo genere.




                             _Delle lingue
                        Samaritana, e Siriaca._

                             ~CAPO~ XVII.


Dopo avere a lungo ragionato di quelle lingue, che dall'Ebraica
ebber origine, ma ne serban le tracce pi oscuramente,  tempo
ormai che passi all'altre, che ad essa con pi stretti vincoli sono
congiunte[458]. Tali sono la Samaritana, la Siriaca, ed altre. Poca
materia mi somministra la prima. Il P. Giorgi in pi e diverse sue
opere ha mostrato quanto in essa fosse profondo; ma siccome l'ha fatto
per incidenza, non mi tratterr parlando di lui. Far bens onorata
menzione del Sig. Abate de Rossi, che in tutte le lingue Orientali
 cos grande. Per pi e diverse occasioni scrisse componimenti in
questa e in altre lingue Orientali che ho ricordati altrove. Un celebre
codice poi della libreria Barberini di Roma gli offerse nuova occasione
di mostrare il suo valore in questa lingua[459]. Il Bianchini, il
Bjoernstahel, e il Hvviid avevano dati saggi di quel codice; ma
parecchi errori avevan commessi, che il Signor de Rossi emend, ed
alle altre mancanze loro suppl dottamente.

Meno breve sar parlando della lingua Siriaca. Il Zanolini, di cui ho
gi fatta menzione, parlando della lingua Ebraica, si esercit ancora
nella Siriaca. Egli dette in luce la Grammatica di questa lingua[460]
e il Lessico[461], in cui per ebbe in animo di provvedere solo ai
principianti, onde il suo lessico serve soltanto all'intelligenza della
version Siriaca del nuovo Testamento, n si estende pi oltre. Ma cose
di molto maggior momento ci si offrono da altri. Tali sono le opere
degli Assemani, e del P. Benedetti Gesuita, Siri Maroniti di nascita ed
Italiani per domicilio. La Biblioteca Orientale Clementino-Vaticana di
Giuseppe Simonio Assemani  opera classica ed  grave danno, che non
sia compiuta[462]. Molti sono gli antichi monumenti Siriaci, che qu
si vedono pubblicati per la prima volta, come pur molte ed egregie son
le notizie alla storia letteraria appartenenti, ed alla Ecclesiastica,
esposte dal dotto autore. N meno commendabile  la collezione
degli atti de' Martiri Orientali, e Occidentali di Stefano Evodio
Assemani[463], e l'edizione delle opere di S. Efrem Siro cominciata dal
P. Benedetti e dopo la morte di questo da lui condotta a fine[464].

Che se vantarsi non pu l'Italia d'aver data a questi la nascita, pu
ben vantarsi d'averla data a un de Rossi e ad un Bugatti illustratori
anch'essi chiarissimi di questa lingua, de' quali debbo ora parlare.
Mancava la traduzione dei Settanta alle profezie di Daniele, e a questo
difetto si era supplito con quella di Teodozione. Qualche frammento ne
aveva raccolto il Montfaucon ne' suoi Esapli, ma questi non facevano,
che accendere vie pi il desiderio di averla tutta. Trovavasi questa
in Roma in un codice della libreria Chigi, del quale avevano fatta
parola parecchi letterati. Fra questi il Mazzocchi avendone ricevuto
un piccolo saggio ne conobbe il pregio ugualmente, che qualche
difetto, cui indic nella sua Diatriba _de Graeco Prophetarum codice
Chisiano_[465]. Il Bianchini per, che aveva in animo di ristabilire
i Tetrapli d'Origene aveva tratta copia del Daniele Chigiano. Morto
lui senza aver potuto eseguir l'opera meditata il P. de Magistris
determin di pubblicare il Daniele, siccome fece con molto corredo
d'erudizione, e di dottrina[466]. In questa edizione oltre alla
versione dei Settanta si ha un'erudita prefazione; copiose, e belle
note, in cui colle traduzioni Siriaca, Araba, Copta ed Etiopica, e
cogli altri libri da essi tradotti si illustra il loro Daniele, la
traduzion di Teodozione colle varianti tratte da un Codice Vaticano,
e il confronto di questa con quella dei Settanta; una interpetrazione
di Daniele di S. Ippolito Martire, e Vescovo di Porto, una parte
del libro d'Ester in Caldaico Greco e Latino; il prologo di Cosmo
Indopleuste sui Salmi, un frammento di S. Papia Ierapolitano sul canone
delle S. Scritture; ed alcune dissertazioni dell'editore su varj punti
d'erudizione Ecclesiastica, le quali perci non riguardano lo scopo
del mio ragionamento. Non pu negarsi molta lode al P. de Magistris;
ma si dee confessare nel tempo stesso, che i pregi di quel codice sono
scemati alquanto da parecchi errori, ed omissioni, che vi si vedono.
Oltre a ci  da notarsi, che esso  munito de' segni Origeniani, ma vi
sono confusi. Avventuratamente  nella libreria Ambrogiana di Milano
un insigne codice Siro-Estranghelo dell'ottavo o nono secolo, in cui
fra l'altre cose si ha la versione Siriaca di Daniele fatta appunto su
quella de' Settanta. Lo vide il celebre Signor Ab. de Rossi, e ne diede
al pubblico un saggio[467]. Consiste questo nel primo Salmo (giacch
ivi son pure i Salmi) cui un la version Siriaca, che chiamano,
semplice, coi fonti d'ambedue, cio l'Ebraico di questa, e il Greco
di quella e le versioni latine, ed una dissertazione sulla rarit, e
pregi di quel manoscritto, degna di cos insigne scrittore, quantunque
sia lavoro fatto in somma fretta. Ma troppo poco era un saggio pel
desiderio universale. Il chiarissimo Signor Dottor Bugatti, che era
uno de' Bibliotecarj dell'Ambrogiana si accinse a dare la versione
tutta di Daniele[468], e quella de' Salmi. Non ho veduta la seconda,
che non  ancor pubblicata, quantunque sia gi tutta impressa,
tranne la prefazione. La prima  opera utilissima, perch per essa e
coll'edizion Romana si ha esattamente la versione de' settanta quale
era ne' Tetrapli d'Origene. E' poi ancora opera classica perci che
l'editore v'ha aggiunto. Nella prefazione ha scoperta l'origine di
quella confusione, che siccome ho detto, si vede ne' segni Origeniani
nell'edizion di Roma. Ivi e nelle dottissime annotazioni d alcuni
squarci dell'inedita versione Siriaca di Giacomo Edesseno; emenda gli
errori dell'edizione Romana, e del codice Chigiano, come pure d'alcuni
scrittori, ed illustra il testo Siriaco di questa versione, e in tutto
mostra d'esser uno de' pi dotti critici, che vanti l'et presente.
Parecchie altre osservazioni vi si leggono pure Bibliche, e di storia
letteraria le quali tralascio d'indicare, perch non appartengono al
mio argomento.

Baster poi l'indicar solamente l'epistola del P. Agostino Giorgi
su le versioni Siriache del Testamento nuovo, che l'Alder stamp a
Coppenaghen il 1790. nella sua opera su questo argomento. Potrei far
parola ancora delle belle dissertazioni del lodato pi volte signor Ab.
de Rossi sulla lingua propria di Cristo e degli Ebrei nazionali della
Palestina da' tempi de' Maccabei[469], e del rito nell'adorazione della
Croce usato dalla Chiesa Siriaca d'Antiochia, che il Cardinal Borgia
illustr nel suo _Commentario de Cruce Vaticana_[470]. Le tralascio
per perch propriamente non appartengono al mio instituto. E pel
motivo medesimo parlando della lingua Greca non ho ricordata l'opera
del Signor Domenico Diodati de _Christo Graece loquente_[471], che 
quella appunto, cui il signor Ab. de Rossi si  proposto di confutare
in quelle sue dissertazioni. Laonde senza pi alla lingua Araba far
passaggio.

NOTE:

[458] _Meminerimus, quas nominibus discerpsimus Hebraicam, Phoeniciam,
Samaritanam, Chaldaicam, Arabicam, Aethiopicam linguam, non totidem
linguae esse, sed unius, quam communi nomine Orientalem recte dixeris,
propaginem, ac dialectos. Michaelis in notis ad Lovvth de S. Poes.
Hebr. apud Ugol._ T. 31. p. 194.

[459] _Specimen variarum lectionum sacri textus et Chaldaica Estheris
additamenta cum latina versione et notis ex singularii codice Pii VI.
Accedit appendix de celeberrimo codice tritaplo Samaritano Bibliothecae
Barberinae. Romae_ 1782. in 8.

[460] _Antonii Zanolini Grammatica Institutio linguae Syriacae.
Patavii_ 1742. in 8.

[461] _Lexicon Syriacum cum auctoris disputatione de lingua Syriaca,
versionibus Syriacis, et de Maronitis. Patavii_ 1742. in 4. Sopra ho
mostrato come questo scrittore fu plagiario del Buxtorf, e d'altri
nella Grammatica e nel Lessico Caldeo-Rabbinici. Dubito, che la taccia
medesima si sia meritata anche in queste opere. Certo  almeno, che
quello che dico qu nella prefazione alla p. VII. intorno alle Versioni
Siriache  preso dal Filologo Ebreo del Leusden.

[462] _Bibliotheca Orientalis Clementino-Vaticana, in qua MSS. codices
Syriacos, Arabicos, Persicos, Turcicos, Hebraicos, Aethiopicos,
Graecos, Aegiptiacos, Ibericos, Malabaricos jussu et munificentia
Clementis XI. ec. ex Oriente conquisitos etc. recensuit ec. Romae_
1719. 1728. T. 4. in f.

[463] _Acta SS. Martyrum Orientalium, et Occidentalium. Romae_ 1748. T.
2. in f. Si aggiunge il _Codex Liturgicus_, ed altre opere di questi
instancabili e dottissimi scrittori.

[464] _Romae_ 1732.--46. T. 6. in fol. Il cognome del P. Benedetti era
Ambarach, che in Siriaco significa Benedetto.

[465] Opuscoli del P. Caloger T. 37.

[466] _Daniel secundum LXX. ex Tetraplis Origenis nunc primum editus e
singulari Chisiano codice annorum supra DCCC. Romae typis Prop. Fid._
1772. in f.

[467] _Specimen ineditae et hexaplaris Bibliorum versionis
Siro-estranghelae cum simplici atque utriusque fontibus Graeco et
Hebraeo, cum duplici latina versione, ac notis, ac diatriba de
rarissimo Codice Ambrosiano. Parmae_ 1778. E di nuovo stampato
dall'Eichornio a Lipsia nell'anno stesso, e poi dal Tyohsen a Rostock
nel 1793.

[468] _Daniel secundum editionem LXX. Interpretum ex Tetraplis
desumptam ex Codice Syro-Estranghelo Bibl. Ambr. Syriace edidit, latine
vertit, praefatione notisque criticis illustravit Cajetanus Bugatti
ec. Mediolani_ 1778. in 4. Dopo avere scritte queste cose, una bella
lettera m' pervenuta del Sig. Abate Amadeo Peyron, del quale ho gi
parlato altrove. Egli con profonda dottrina mi ha indicati i pregj
principali dell'opera del Bugatti, e parecchi errori commessi dal
Norberg nel suo Geremia ed Ezechiele, e dallo Spohn nello _Jeremias ex
collatione septuaginta Interpretum_. Mi parla altres degli atti de'
Martiri dell'Assemani, e mi indica qualche errore della traduzione,
come nel T. 2. p. 68. dove si legge _Maximianus Imperator anno post
susceptum Imperium_, e si doveva dire _anno quarto Regni Numeriani_. In
generale mi avverte, che non  da fidarsi sempre di quella traduzione,
la quale talvolta  troppo ristretta, talvolta  diffusa troppo.
L'Assemani non era molto perito nella lingua Latina, e traducendo
rozzamente consegnava la sua versione a non so qual latinista, perch
l'acconciasse in miglior foggia. Questi che nulla sapeva di Siriaco
pensava solo ad essere elegante, e nulla era sollecito della fedelt.
La cosa and assai meglio per l'opere di S. Efrem, nelle quali la
traduzione  pi ristretta e fedele. A me rincresce di non poter
qu aggiungere la stessa lettera; ma questa contiene qualche tratto
Siriaco, ed a me mancano i caratteri di questa lingua.

[469] _Roma_ 1782. in 8.

[470] _Romae_ 1779. in f.

[471] _Neapoli_ 1767.




                             _Delle Lingue
                           Araba, e Turca._

                             ~CAPO~ XVIII.


Alla lingua Araba appartengono in parte alcune delle gloriose fatiche
degli Assemani, delle quali ho parlato di sopra; e ad esse vuolsi
aggiungere un breve compendio della Grammatica Arabica di Giuseppe
Simonio, che non  per di molto momento[472]. Dagli Assemani non si
debbono separare l'amico loro P. Benedetti, di cui ho parlato altrove,
e il pronepote di Giuseppe Simonio signor Ab. Simone Assemani dotto
Professore di lingue Orientali nell'Universit di Padova. Il primo
tradusse dall'Arabo le opere di Stefano Aldoense Patriarca d'Antiochia
sulla liturgia, e sull'origine de' Maroniti[473]. Il secondo pi e
diverse cose ci ha date, e tutte pregevolissime, le quali domandano
ora il mio discorso. Prima per che io dica di queste debbo far parola
d'una turpe, e troppo celebre impostura per lui gloriosamente scoperta
innanzi ad ogni altro[474]. Nel 1784. si pretese d'aver trovato il
Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi in un
manoscritto del Monastero di S. Martino di Palermo. Un certo Abate
Vela Maltese Professore di lingua Araba ne fece la traduzione, e il Re
di Napoli ne fece fare la stampa. Il 1786. furono mandati i primi fogli
di quell'edizione al Professore Assemani, il quale per la cognizione
grandissima, che ha di questa lingua, come prima ne ebbe lette poche
linee vi scorse errori s gravi e tali incongruenze, che dette di quel
Codice giudizio sfavorevole. Conferm egli il suo giudizio, quando
gli fu inviata una seconda, e pi diligente impressione di quei primi
fogli, i quali disse non essere intelligibili, tranne qualche linea
scritta in lingua Maltese piuttosto che in Arabo. Ma il Signor Olao
Tichsen Professore a Rostock dette una sentenza contraria, e dichiar
autentico il Codice. Nella diversit delle due opinioni si prest
fede al Professore straniero pi che a quello abitante in Italia, al
giudizio conforme alle concepite prevenzioni pi che al contrario,
e l'opera fu mandata in luce e dedicata al Re colla prefazione e le
note del signor Airoldi[475]. N qu si arrest l'Abate Vela, ma
vant un commercio di lettere con Marocco e nuovi Manoscritti. Si
cominci un'altra opera intitolata il Consiglio di Egitto, di cui pure
l'Assemani avutone un saggio dette giudizio non diverso dal primo. Si
volle allora por fine a' contrasti. Fu chiamato da Vienna il dotto
signor Giuseppe Hager, che recatosi a Palermo, e veduti que' codici
pronunzi esser questi una narrazione dei detti e fatti di Maometto
guasta e interpolata, affinch niuno potesse rilevarne il senso, e la
parte leggibile scritta era in lingua Maltese. Scoperta finalmente
cos l'impostura trionf la dottrina del Professor Padovano, e lo
sciagurato Vela fu condannato alla carcere[476].

Ma l'Assemani dette ancora pi altri non equivoci segni delle profonde
sue cognizioni in questa lingua. Tale  il _saggio sull'origine
culto letteratura e costumi degli Arabi avanti il Pseudo-profeta
Maometto_[477]. Altri prima di lui avevano trattato questo argomento,
tra' quali giova qu ricordare il suo grande prozio Giuseppe Simonio
Assemani in una dissertazione sull'origine, e religione di questa
nazione, che egli aggiunse alla sua traduzione della Cronica Orientale
di Benrahebo. Ma ci che si era detto prima di lui  qu esposto
pi brevemente, e molte altre pregevoli notizie vi sono, che quegli
scrittori o non conobbero, o dimenticarono. Non meno commendabile di
questo libro  il Catalogo dei codici Orientali della Veneta libreria
Nani[478]. Le opere in essi contenute sono indicate con diligenza, e
se ne pubblica ancor qualche parte, come alcuni Calendarj, le vite
d'alcuni antichi Filosofi, e la serie de' Monarchi Persiani, Arabi, e
Turchi. Egli vi aggiunse la illustrazione delle monete Cufiche[479],
e d'alcune tessere di vetro corredate d'iscrizione cufica, che
quella nobile famiglia conserva; e qu non solo illustra dottamente
le une, e l'altre, ma d altres la storia della Zecca Arabica, la
quale mostra aver avuta origine nell'anno 76. dell'Egira, cio 695.
dell'era volgare, e parla delle otto Dinastie de' Principi, alle quali
le monete Naniane appartengono[480]. Mi rincresce, che non ho veduto,
n in altro modo ho avuta bastante notizia della sua opera sul globo
Celeste Cufico del Museo Borgiano, di cui perci non posso parlare. Per
lo stesso motivo debbo contentarmi d'indicar solamente la grand'opera
del signor Canonico Rosario Gregorio intitolata, _Rerum Arabicarum
quae ad historiam Siculam spectant ampla collectio_. E forse pi altre
opere a me ignote avr somministrate la Sicilia, dove gli Arabici
studj si coltivano con molto ardore. Se per son costretto a tacer di
questo, ricorder almeno l'epistola breve, ma dottissima del celebre P.
Agostino Giorgi al signore Hvviid, nella quale delle versioni Arabiche
del Vecchio Testamento parla con molta erudizione[481]. Debbo altres
far onorevole rimembranza della Romana Congregazione che dicesi di
Propaganda, la quale mentre con ogni studio si adopera per diffondere
i lumi dell'Evangelio fra i popoli pi remoti, con questo intendimento
fa comporre grammatiche e lessici delle lingue orientali o in esse fa
tradurre pi e diverse cose spettanti alla nostra Cattolica Religione.
Non ebbero altra origine la breve Grammatica arabica dell'Assemani
di cui sopra ho parlato, e le traduzioni in questa lingua d'una
dichiarazione copiosa della Dottrina cristiana del 1770. d'un esercizio
divoto alla Vergine santissima addolorata del 1763. d'un Breve del
Pontefice Pio VI. ai Maroniti dei 17. Luglio 1779. e della Teologia
Morale del P. Antoine del 1797.

Per la lingua Saracena posso citar solamente una breve ma bella
epistola _in saracenicum Theodosii Distichon_ del Signor Abate de
Rossi, che si legge nell'Appendice romana della storia bizantina. Si
tratta ivi d'un distico scritto nel decimo secolo in una lingua antica
molto, che ha sofferte grandi alterazioni, e scritto da un Greco,
il quale probabilmente non la sapeva, e con caratteri Greci che non
possono mai rappresentar gli Arabici. Bisognava dunque indovinare, e
la divinazione richiedeva le cognizioni grandi dell'autore. La sua
spiegazione per non piacque al P. Giorgi, che gl'indirizz una pi
lunga lettera ripiena anch'essa di Arabica erudizione, nella quale
propone una spiegazion diversa. Chi de' due ha ragione? Si tratta come
ho detto d'indovinare, e perci credo, che difficilmente gli uomini pi
dotti potranno decidere. Dir per solamente, che la spiegazione del de
Rossi  pi naturale.

Questa epistola mi conduce naturalmente a far parola della lingua
Turca, della quale molto si  reso benemerito il chiarissimo signore
Abate Giambattista Toderini colla sua opera della Letteratura
Turchesca[482]. Le scienze, gli ameni studj; le Accademie, le
Biblioteche, la storia tipografica di Costantinopoli dal 1726. fino
al 1786. tutto vi  accuratatamente, e copiosamente descritto.
Troppo dovrei diffondermi se dovessi indicare le cose tutte, che in
quest'opera si trovano, degne d'essere specialmente commendate. Basti
solo il ricordare il Catalogo della Biblioteca del Serraglio, che niuno
ha mai potuto ottenere, ed egli avendolo destramente fatto trascrivere
lo ha qu pubblicato in lingua Turca, ed Italiana.

Le lingue Turca, e Greca volgare volle insegnare il P. Bernardino
Pianzola Minor Conventuale, ne raccolse le prime regole, e ne fece
brevi dizionarj[483]. Ma troppo mancanti sono i suoi Dizionarj e troppo
scarse le sue regole grammaticali. Oltre a ci inopportunamente egli
ha adoperate le nostre lettere, che non possono supplire alle lettere
turche, e per la lingua Greca debbono produrre molti equivoci.

Alla lingua Turca far succeder la Kurda; non perch le sia affine, ma
perch si parla nel Kurdistan provincia al signor Turco tributaria,
n avrei altro luogo dove potessi acconciamente favellarne. Essa
trae l'origine dalla Persiana, ma col proceder degli anni, si  in
tal guisa alterata, che si  formata una lingua nuova. Era questa
ignota all'Europa, e il primo che ne abbia data la grammatica ed il
Vocabolario  stato il P. Maurizio Garzoni Domenicano, che stette
l Missionario per ben diciott'anni[484]. Non pretende l'autore, che
l'opera sua sia perfetta, e che altri non possa un giorno migliorarla.
E chi potrebbe esiger tanto, quando egli  il primo a dettar leggi di
quella lingua non solamente fra i nostri, ma fra il popolo stesso, che
la parla?

NOTE:

[472] _Rudimenta Linguae Arabicae cum Catechesi Christiana. Romae typis
S. Congr. de Prop. Fid._ 1732. in 4.

[473] _Fab. Vit._ T. 11. p. 185.

[474] _Cesar. Relaz. Accad. nelle sue opere_ T. 18. p. 358. e
_seguenti_.

[475] _Codice Diplomatico di Sicilia sotto il Governo degli Arabi.
Palermo_ 1789. e segg. T. 6. in 4.

[476] Oltre all'opere del Cesarotti citate, dalle quali  preso tutto
questo racconto,  da vedersi una Relazione su questi codici di
Monsignor Adami Arcivescovo d'Aleppo nell'_Allgemeinen litterarischen
Anzeigen_ 1793. (indicatore letterario Tedesco) e nell'_Allgemeine
Bibliothek der biblischen litteratur_ 1794.(Biblioteca Tedesca della
letteratura biblica) e pi copiosamente nel _fundgruben des Orients_
(Miniere dell'Oriente) T. 1.

[477] _Padova nella stamperia del Sem._ 1787. in 8.

[478] _Catalogo de' Codici Manoscritti Orientali della Biblioteca
Naniana. Vi si aggiunge l'illustrazione delle monete Cufiche del Museo
Nanian. Parte I. e II. Padova nella Stamp. del Seminario_ 1787. 1788.
in 4.

[479] Delle monete degli Arabi ha parlato egregiamente ancora il
dottissimo Signor Abate Caluso nella Biblioteca Oltramontana Vol. 3.
del 1793. dando ragguaglio d'un'opera dell'Alder.

[480] A questo dotte scrittore dobbiamo ancora _l'illustrazione della
Patena Mistica creduta di S. Pier Grisologo, la quale si conserva nella
Chiesa Cattedrale d'Imola. Padova nella Stamperia del Sem._ 1804. in 4.
Essa non appartiene al tempo, che forma lo scopo di questi miei fogli.
Pure non posso tacere, che quella Patena non si era n pure potuta
spiegare dal Mazzocchi; n de uno de' vecchj Assemani. Il Tiebsen aveva
riconosciute in essa lettere Cufiche, ma l'aveva spiegate in un modo
sicuramente erroneo, e il nostro scrittore che pure le ravvisa tali, le
spiega in maniera felicissima.

[481] E' unita allo _specimen ineditae versionis Arabico-Samaritanae
Pentateuchi e cod. MS. Bibl. Barberinae Romae._ 1778. in 8.

[482] _Venezia presso Giacomo Storti_ 1787. T. 3. in 8. L'Abate
Cournand la tradusse in Francese e la stamp a Parigi il 1789. ma
lasci il catalogo della libreria del Serraglio in lingua Turca.

[483] _Dizionario, Grammatiche e Dialoghi per apprendere le lingue
Italiana, Greca Volgare, e Turca ec. Padova_ 1789. T. 3. in 4. edizione
seconda corretta ed accresciuta.

[484] _Romae Typis S. Congr. Prop. Fid._ 1788. in 8.




                             _Delle Lingue
                      Etiopica, Persiana, Copta,
                        Fenicia, e Palmirena._

                              ~CAPO~ XIX.


Fra le lingue, che dall'Ebraica provengono, o hanno con lei qualche
affinit, tre ne rimangono, che tuttora sussistono, cio l'Etiopica,
la Persiana, e la Copta, e due che sono perdute, cio la Fenicia;
e la Palmirena. Per l'Etiopica quasi nulla s' fatto in Italia. La
sacra Congregazione di Propaganda fece tradurre in questa la dottrina
Cristiana[485], e fece pi volte stampare l'alfabeto[486]. Si debbono
render grazie a quella Congregazione, che ha ordinate quelle due
operette, e ne ha fatta la spesa: l'autor loro per non  Italiano, ma
Etiope, cio Monsignor Tobia Giorgio Ghbragzerio Vescovo Adulitano.
L'Abate Amaduzzi nella prefazione, che secondo il suo costume aggiunse
all'alfabeto, d un breve saggio della storia di questa lingua, e
parla della differenza, che v'ha fra questo, e quello del Ludolf.
Qualche illustrazione di questa lingua abbiamo ancora dal P. Agostino
Giorgi nel suo alfabeto Tibetano, dove mostra la somiglianza, che 
fra le lettere Etiopiche ed Amhariche, e quelle del Tibet, ed accenna
l'utilit che dalla prima si pu trarre per intendere parecchie
voci Tibetane. Poco pure somministra la lingua Persiana. In primo
luogo debbo ricordare l'alfabeto impresso pe' torchi di Propaganda,
e preceduto anch'esso da una storica prefazione dell'Amaduzzi[487].
In secondo luogo si dee far menzione della Grammatica pubblicata
dallo Zanolini. Ma dir taluno, costui, che abbiam veduto pi volte
plagiario, tale forse fu pure in quest'opera? S, e la sua Gramatica
altro non  che quella di Lodovico de Dieu stampata il 1639., siccome
me ne fa avvertito il chiarissimo Signor Peyron.

Molto pi ricca messe per coglier potremo per la lingua Copta, o
dell'Egitto. Il P. Kircher aveva data le grammatica di questa lingua,
commendabile al tempo suo; ma la contezza che ora se ne ha, ci fa
conoscere quanto essa  manchevole ed erronea. La Congregazione di
Propaganda volle una nuova grammatica, e giudic, che atto a bene
eseguirla esser dovesse un nazionale pi d'uno straniero. Laonde ne
addoss l'incarico a Raffaele Tuki, che gi da molti anni viveva in
Roma, dove prima l'insegnava nel Seminario di Propaganda, e poi fu
eletto a Vescovo Arsenovense. Egli si accinse all'impresa; ma l'esito
non corrispose alla pubblica aspettazione[488]. Non pu negarsi, che
molti utili precetti non vi siano, e pregevoli avvertimenti. Utile
altres  la copia grande d'esempj, che vi si vedono raccolti de' due
dialetti Memfitico, e Tebaico, il secondo de' quali si  conosciuto per
lui, e prima della pubblicazione di quest'opera era ignoto. Tale per
 la confusione di quella sua Grammatica, tanti gli error tipografici,
che difficilmente potr esser utile ad apprendere questa lingua.
Egregiamente  riuscito in questo intento il celebre signor Abate
Valperga Caluso, che in poche carte sotto il nome di Didimo Taurinense
ha dati i principali e pi necessarj precetti della lingua Copta[489].
L'ordine, la chiarezza e la precisione, con che quest'uomo sommo gli
ha espressi, fanno un vero contrapposto alla Grammatica del Tuki,
e formano l'elogio dell'autore, che sapeva mostrarsi sempre grande
qualunque fosse l'argomento, che da lui si prendesse a trattare. N qu
si hanno solo gli elementi Grammaticali, ma nell'epistola al lettore se
ne legge la storia, e si indica ci che i moderni eruditi hanno fatto
per illustrarla.

Altri pure hanno esposta se non la storia, almeno l'origine di questa
lingua. Domenico Diodati nella sua opera _de Christo Grece loquente_ p.
6. e seguenti aveva stabilito che gli Egiziani a tempo di Tolomeo Lago
parlavano Greco, e che la lingua Copta nacque fra loro dall'invasione
degli Arabi. A questo errore si oppose validamente il signor Abate de
Rossi[490] provando, che  la lingua stessa de' Faraoni, quantunque
alterata molto dai Greci che occuparono l'Egitto. Qualche cosa disse
pure su questo argomento il dotto P. de Magistris nel suo Daniele p.
371. e seguenti.

N di pi lunga e pi seria confutazione abbisogna l'errore del
Diodati. Se per altri volesse pure confermar maggiormente la contraria
sentenza, che  la sentenza universale, potrebbe trar profitto dalla
bell'opera del Signor Ignazio Rossi sulle etimologie di questa
lingua[491], di cui parler fra poco. Un altro opuscolo d'Etimologie
Egiziane scrisse il Passeri derivate dalla lingua Ebraica[492]. Ma
troppo scarso  questo, e in parte le sue derivazioni sono alquanto
arbitrarie, come se ne potr convincere chiunque voglia solamente
paragonarle con quelle del Rossi.

Ad illustrare questa lingua molto contribuirono la Congregazione
di Propaganda, il Cardinale Borgia, e la Veneta famiglia Nani. Vi
contribu quella Congregazione coll'ordinare al Tuki oltre alla
Grammatica la pubblicazione dell'Eucologio Alessandrino[493], e poi il
Salterio, e il Diurno pure d'Alessandria[494], le quali opere tutte
videro la luce in Copto, ed Arabo. Il Cardinal Borgia vi contribu
coll'aprire le ricchezze del celebre suo museo. Egli da ogni parte
raccoglieva i pi rari e pregevoli monumenti antichi, e codici d'ogni
maniera di lingue Orientali, che spesso faceva illustrare da uomini
eruditi. Da questi il Ch. Federigo Munter di Coppenaghen stamp un
saggio delle versioni di Daniele Memfitica, e Sahidica, e alcuni
frammenti dell'epistole di S. Paolo a Timoteo[495]. Le quali edizioni
ho volute indicare, perch mentre si d lode allo straniero dottissimo
editore, si commendi altres quel Porporato, amplissimo Mecenate
degli studj Orientali, che le promosse. Ma se il Munter  forestiero,
Italiano  il P. Agostino Giorgi, che due altre opere di questo genere
pubblic ripiene di dottrina, e d'erudizione, le quali provengono pure
dal Museo Borgiano. E' la prima un frammento del Vangelo di S. Giovanni
in dialetto Tebaico preso da un codice del quarto secolo[496]: contiene
l'altra la narrazione de' miracoli di S. Coluto, e parte degli atti
del Martirio di S. Panesniu[497] da un Codice dello stesso secolo.
Lascio stare l'erudizion Teologica Liturgica e di storia Ecclesiastica,
che qu si vede grandissima: lascio l'invettiva contro il P. Paolino
da S. Bartolommeo, che abbiamo nella seconda opera p. CCI.--CCCV. e
che meglio era il togliere, e parlo solo di ci che spetta al mio
argomento. Il frammento del Vangelo di S. Giovanni  scritto in un
terzo dialetto, che era ignoto prima di questa edizione. Conferma egli
nella prima opera l'opinione del signor Ab. Caluso, che la primitiva
lingua dell'Egitto sia affine dell'Ebraica, di che si vedono alcuni
vestigj anche adesso, non ostante la molta corruzione, che ha sofferta:
parla dei dialetti Memfitico, e Tebaico, e del terzo ora scoperto,
e mostra la differenza, che  tra loro: chiama questo Barmarico, o
Psammirico, o Ammoniaco come proprio degli Ammoni nella Libia: ne
accenna l'origine, e quanto  possibile, le vicende. In questa poi
ugualmente che nella seconda reca molti Egiziani monumenti inediti, e
tutto spiega, e rischiara mirabilmente, talch a ragione il Munter dopo
aver nominati i La Croze, gli Scholtz, i Woide, e gli altri pi solenni
maestri di questa lingua chiama il P. Giorgi _in hac literaturae
orientalis provincia facile principem_[498].

Non si distinse meno la Veneta famiglia Nani. Essa possiede nella sua
celebre libreria parecchi manoscritti Copti, e incaric il P. Luigi
Mingarelli di farne il Catalogo. Egli n pur l'alfabeto conosceva
di questa lingua, e in pochi mesi l'apprese, copi i codici, li
tradusse, e gl'illustr con note[499]. Diligenti sono le osservazioni
paleografiche sopra ogni codice, dotte le annotazioni grammaticali
intorno alle parole, che meritano qualche dichiarazione. Talvolta egli
ha creduto di scoprir qualche errore in altri scrittori, e specialmente
nel P. Giorgi. Questi per che non era molto facile a cedere il campo
ai suoi contradittori, e darsi per vinto, rispose a quelle critiche
nell'edizione de' miracoli di S. Coluto e negli atti di S. Panesniu, e
pare che le sue risposte sieno vittoriose.

Dottissimo in questa lingua  il Signor Abate Ignazio Rossi Exgesuita.
Il P. Caballeros[500] c'insegna che da un testo a penna della libreria
Angelica di Roma egli ha copiata la versione Copta de' Profeti minori
e alcuni frammenti de' medesimi in dialetto Tebaico, vi ha aggiunta
la traduzione Latina, e parecchie illustrazioni. Manca solamente un
benefico favoreggiatore de' buoni studi, che voglia mandare alle
stampe questo suo dotto lavoro. E gi della sua perizia in questa
ed in altre lingue orientali abbiamo una nobile testimonianza nel
suo Etimologico Egiziano[501]. Questo ha veduta la luce nel secolo
presente, ma, essendo apprestato qualche tempo innanzi reputo non
disdicevole al mio istituto il favellarne. Molta  in quest'opera
l'erudizione nelle lingue orientali dalle quali si trae l'etimologia
d'un numero grandissimo di voci Copte. Il che per mio avviso egli fece
con gran ragione ricorrendo massimamente alla lingua araba. Perch se
dell'ebraica si fa grande uso per ispirare molte voci Copte, come non
dovr farsi altres molto uso dell'Araba, la quale ha coll'Ebraica
grandissima affinit? Come non si dovr dir lo stesso dell'altre
orientali, che parimente le sono affini?

La lingua Fenicia e la Palmirena sono perdute, come ho detto e niuno
ignora: ma l'esser perdute presentando una difficolt maggiore, anzi
che scorare, ha animato parecchi uomini dotti del passato secolo ad
illustrarle. Sono fra questi l'Abate de Rossi, e il P. Giorgi, i
quali in ci che alle lingue Orientali appartiene, se l'erudizione
e l'ingegno pu bastare a superar le difficolt, son sicuri di
trionfarne. Il primo in una lettera all'Abate Amaduzzi spieg
un'iscrizione Fenicia[502] scoperta in Cagliari. La spiegazione 
naturale, i supplimenti (giacch la lapida  mancante) sembrano
necessarj; il che  tutto ci che si pu desiderare. Lo stesso  da
dirsi della interpetrazione delle iscrizioni Palmirene fatta dal P.
Giorgi[503]. L'Abate Barthelemy nelle memorie dell'Accademia delle
iscrizioni di Parigi T. 26. dette l'Alfabeto Palmireno, ma poco
felicemente. Felice per  la sua scoperta che quelle lettere sieno
Ebraiche miste alle Siriache. Il P. Giorgi per mezzo del chiarissimo
Danese Adler ottenne un'esatta copia di quelle iscrizioni che i
precedenti illustratori non avevano avuta. Stabilisce, che autori di
esse sono i Magi Sacerdoti del Sole della setta e scuola di Zoroastro.
Aggiunge nuove probabili congetture per provare, che i caratteri
Ebraici e Assiri fossero quegli stessi, in cui da prima furono scritti
i libri Mosaici. Il modo poi di leggere e di spiegare quelle iscrizioni
in molte parti parr a tutti felicissimo, e l'alfabeto, che dal suo
libro si pu raccogliere facilmente, si reputer superiore a quello
del Francese antiquario. Quantunque per io lo commendi altamente per
questo, non so bene se lasci alcuna cosa a desiderare in questa parte.
Meriter forse la taccia di troppo ardimentoso, se pretendo trovar
macchie nelle opere d'un uomo cos grande: ma io dubito, che si possa
qu ravvisare qualche cosa arbitraria s nella lezione, come nella
interpetrazione. Che che sia di ci certo  che il libro  ricco,
di molta erudizione, di sottile avvedimento, e di critica, e la sua
divinazione o  vera, o  prossima alla verit.

NOTE:

[485] _Dottrina Cristiana Etiopica--Araba--Italiana Roma_ 1786. in 4.
Lo stesso traduttore lo trasport anche in lingua Amharica, che  la
volgare del paese.

[486] _Alphabetum Aethiopicum sive Gheez, et Amharicum cum oratione
Dominicali, Salutatione Angelica, Symbolo fidei, praeceptis Decalogi,
et initio Evang. S. Iohannis. Romae_ 1789. in 8.

[487] _Alphabetum Persicum cum oratione Dominicali et Salutatione
Angelica. Romae. Typis S. Congr. de Prop. Fid._ 1783. in 8.

[488] _Rudimenta linguae Coptae sive Aegyptiacae ad usum Collegii
urbani de Propaganda Fide. Romae typis ejusdem S. Congr._ 1777. in 4.

[489] _Didymi Taurinensis litteraturae Copticae rudimentum. Parmae ex
R. Typographaeo_ 1783. in 4.

[490] _Della lingua propria di Cristo. Parma_ 1772. in 8. p. 41. e
seguenti.

[491] _Ignatii Rossii Etymologiae Aegyptiace. Romae_ 1808. in 4. Il
signor Sacy nel _Rapport historique_ gi citato non ha fatta menzione
di quest'opera, n del catalogo della libreria Nani del Mingarelli, di
cui parler fra poco.

[492] _Lexicon Aegyptio-Hebraicum, nempe vocum Aegyptiarum, quae
ex Hebraica lingua derivantur._ Precede, _De Hebraismo Aegyptiorum
dissertatio_ del medesimo. E' nelle simbole Fiorentine del Gori T. 4.

[493] _Euchologium Alexandrinum Copto-Arabicum editum cura Raphaelis
Tuki Episcopi Arsenovensis, cujus partes sunt Missale. Romae_ 1746.
_Pontificale ib._ 1761. _Rituale_ 1763. _Teotochiae_ 1764. T. 5. in 4.

[494] _Psalterium Alexandrinum Copto-Arabicum. ib._ 1749. in 4.
_Diurnum Alexandrinum Copto-Arabicum. ib._ 1750. in 4.

[495] _Specimen versionum Danielis Copticarum nonum ejus caput
Memphitice et Sahidice exhibens. Edidit et illustravit Frid. Munter
Hafniensis. Romae_ 1786. in 8. Ejusdem _Commentatio de indole versionis
Novi Testamenti Sahidicae. Accedunt fragmenta epistolarum Pauli ad
Timoteum ex Membranis Sahidicis Musaei Borgiani Velitricis. Hafniae_
1789. in 4. Alcune opportunissime varianti al primo di questi due libri
ha date il chiarissimo signor Quattremre nelle _Notices et Extraits
des MSS. de la Bibl. ec. de Paris_ T. 8. p. 222.

[496] _Fragmentum Evangelii S. Iohannis Graeco-Copto-Thebaicum saeculi_
IV. _Additamentum ex vetustissimis Membranis Lectionum Evangelicarum
divinae Missae Cod. Diaconici reliquiae, et liturgica alia fragmenta
veteris Thebaidensium Ecclesiae ante Dioscorum ec. opera et studio F.
Aug. Ant. Georgii. Romae_ 1789. in 4.

[497] _De Miraculis S. Coluthi et reliquiis actorum S. Panesniu
Thebaica fragmenta duo ec. opera et studio_ ejusdem. ib. 1793. in 4.
L'opuscolo de' Miracoli di S. Coluto aveva in gran parte veduta la
luce nel 1783. nell'opera intitolata: _Monumenta anecdota ex MSS. Cod.
eruta. Romae, apud Fulg._ T. 4. p. 47. colla traduzione e le note dello
stesso P. Giorgi.

[498] _Spec. Vers. Dan. Copt._ p. 3. Il P. Giorgi aveva cominciata la
traduzione delle profezie di Daniele dalla versione Copto-Memfitica,
ma distratto da altre cure non pot condurla a fine. Egli lo dice
in _Fragm. Ev. S. Joann._ p. 232. e lo ripete il signor Quatrniere
_Notices et extrats de la Bibl._ T. 8. p. 221. Anzi preparava ancora
la traduzione de' Profeti minori secondo l'Abate Caluso, _Dydimi Taur.
literaturae Copticae rudim._ p. 17.

[499] _Aegyptiorum codicum reliquiae Venetus in Bibliotheca Naniana
asservatae. Bononiae_ 1785. in 4. Il P. Cavalieri nella vita del
Mingarelli ci avverte, che egli era presto di stampare la terza parte
di quest'opera, e gi l'impressione era al nono foglio pervenuta,
quando mor. Il manoscritto per era compiuto, e forse sar a Bologna.
Ivi  nella libreria dell'Universit una sua collezione di modi di
dire e di voci Copte Memfitiche, Tebaiche ec. Egli le raccolse avendo
in animo di dare un giorno un'appendice al Lessico Copto del La Croze,
o anche un nuovo Lessico. Il P. Cavalieri c'insegna altres, che il
Mingarelli scrisse una lettera Latina al Canonico Giuseppe Guazzuli, in
cui spieg alcune voci Tebaiche, che ne' suoi Codici Naniani non aveva
potuto intendere.

[500] _Caballeros Bibl. Script. Soc. Iesu, Suppl._ I. p. 246.

[501] _Ignatii Rossii Etymologiae Aegyptiacae. Romae_ 1807. in 4.

[502] _Efemeridi letterarie di Roma_ 1774. p. 348.

[503] _De inscriptionibus Palmyrenis, quae in Museo Capitolino
adservantur interpretandis epistola. Romae apud Fulg._ 1782. in 8. E
nel quarto volume del Museo Capitolino.




                             _Della lingua
                               Armena._

                              ~CAPO~ XX.


Affatto diversa da queste  la lingua Armena, che si vuole esser lingua
madre ed antichissima, quantunque siasi poi molto guasta e corrotta per
l'introduzione di un numero grande di voci straniere e massimamente
de' popoli confinanti, ed i suoi caratteri siano inventati solamente
nel quinto secolo dell'Era volgare. L'Abate Amaduzzi diede un breve
saggio della storia di questa lingua coll'Alfabeto della medesima[504].
Egli ricorda un Dizionario _pentaglotto_, che il P. Gabriele Villa
Cappuccino aveva compilato delle lingue Armena letterale e volgare,
Latina, Italiana, e Francese. Ne usc il prospetto dai torchj di
Propaganda il 1780. ma non so che l'opera sia poi venuta in luce. Ma
a mostrare il valore degl'Italiani nell'Armeno basta l'edizione delle
opere di S. Giacomo Nisibeno del Cardinale Niccol Antonelli[505] che
o si riguardi la cognizione di questa lingua, o l'erudizione nelle
scienze sacre e nell'ecclesiastica storia  tenuta in gran pregio. Ma
una piccola colonia d'Armeni che si ricovera in Italia, da un Governo
Italiano riceve asilo, e protezione, e questa prende a nuova sua patria
dando opera diligente agli studj, non deve esser da me dimenticata.
Un divoto drappello di monaci di quella nazione col loro istitutore
Mechitar il 1702. fuggiti prima dal lor paese poi da Metone in Morea
per vivere con sicurezza nella Cattolica comunione, e nella severa
osservanza della monastica vita si ripararono nell'isoletta di S.
Lazzaro di Venezia, dove molte opere dettero in luce nella loro lingua.
Fra queste vuolsi nominare una bella Bibbia assai migliore di quella,
che un altro Armeno avea pubblicata in Amsterdam il 1672. Lo stesso
institutore Mechitar compil un Lessico dell'antica lingua Armena
lodatissimo, e lo fece uscire da' torchj Veneti in due volumi, e gli
altri suoi Monaci molte opere tradussero elementari di grammatica, di
rettorica di filosofia, e il P. Giovanni da Sebaste la somma di S.
Tommaso[506].

N ha cessato mai questo pio e dotto stuolo di rendersi benemerito
della letteratura Armena, non meno che della Religione. Il signore
Chahan di Cirbied Professore di lingue Orientali a Parigi ci ha dato
recentemente un diligente ragguaglio delle letterarie fatiche da
esso sostenute negli anni passati e lo ha inserito nel _Magazzino
Enciclopedico di M. Millin_[507]. Hanno quei Monaci eretta una
copiosa libreria, ed una stamperia migliore di quante mai furono e
sono per quella lingua, corredata ancora dei caratteri nostri, Greci
ed Arabi. Da' loro torchj uscirono molte traduzioni dal Latino, e
dall'Italiano, alcune grammatiche, le istituzioni della rettorica
dell'Arcivescovo Stefano Acontz, l'aritmetica del P. Aghamalian, e
parecchi libri sull'educazione. Il P. Ciamciam pubblic nel 1786. la
storia dell'Armenia dalla prima sua origine fino al 1784. in tre volumi
in 4. il P. Ingigian nel 1794. la descrizione in prosa e in versi
del Bosforo di Costantinopoli, e il P. Bronian nell'anno medesimo un
trattato di geometria teorica, e pratica. N hanno dimenticati gli
antichi autori, ma nel 1790. dettero in luce le favole di Mikitor Kosch
autore del secolo duodecimo, nel 1792. la spiegazione del _Narek_
libro di preghiere, o piuttosto di conversazione con Dio, nel 1793. la
storia delle guerre tra la Persia, e l'Armenia di Lazaro di Parbo che
visse nel quinto secolo, e nel 1796. l'arte dell'eloquenza, o le _crie_
di Mos di Khorene contemporaneo del precedente scrittore, cui il P.
Zonrabian aggiunse molte annotazioni erudite[508]. N bast ci a quei
prestantissimi Monaci, ma non rade volte hanno inviate in Armenia ed
ovunque si trovano Armeni persone da essi ammaestrate per ispargere
fra que' popoli l'amor delle lettere, e conservarli nell'esercizio
della Religione, e della Cristiana Morale. Stranieri erano e sono
que' monaci, e perci i loro studj propriamente non appartengono a
questo mio ragionamento. Se per ben si considera, le lettere e le
arti si promuovono non solo per opera di coloro che le coltivano, ma
ancora pe' Mecenati, che i coltivatori dell'une e dell'altre accolgono,
e alimentano, ed incoraggiano. Che se gli scrittori di storia
letteraria non credono d'aver bastevolmente descritti i progressi della
letteratura, se de' Mecenati non fanno onorevol menzione, ragion voleva
che io pure parlassi qu del Governo Veneto e del Cardinal Borgia e
della famiglia Nani, per cui tante opere eccellenti relative alle
lingue Orientali hanno veduta la luce. E molto pi vuolsi dir ci della
Sacra Congregazione di Propaganda, alla quale, oltre ad alcune opere,
di cui ho fatto parola si deve la maggior parte di quelle relative alle
lingue Indiane, che ora mi restano da ricordare.

NOTE:

[504] _Alphabetum Armenum cum Oratione Dominicali ec. Romae typis S.
Congr. de Prop. Fid._ 1784. in 8. Gli stessi torchj hanno dato ancora
_Exercitium a Christiano viro quotidie peragendum_ 1709. _Jacopi
Viliotte S. I. explanatio Fidei orthodoxae_ 1711. _Commentaria in
Evangelia_ 1714. _Dictionarium Latino-Armenum_ 1714. _Heliae Ionae
Ductor in ecclesiarum visitatione, quae sunt intra et extra urbem
Romam._ 1725. _Missale Dominicanum_ 1727. _Epistola de erroribus
Eutychianorum_ 1772. _Liturgia_ 1787.

[505] _S. Jacobi Nisibeni opera omnia nunc primum edita, atque ex
Armeno in Latinum sermonem translata. Romae typis S. Congr. de Prop.
Fid._ 1756. in f.

[506] _Giorn. de Lett. d'It._ che si stampava a Venezia T. 30. p. 465.
466. _Amaduzzi Pref. in Alph. Arm._ p. 11.

[507] _Mars._ 1815. p. 194. _et Suiv._

[508] Altre opere pubblicate da questa dotta Colonia ricorda il Signor
Chahan, che appartengono al secolo presente. Nel 1802. si cominci
a stampare una Geografia, di cui si hanno fin qu dieci volumi, e
ne mancano sei per compirla. Il P. Ciaxhciaxcian ha dato in luce un
Dizionario Armeno e Italiano nel 1804., e il P. Gabriele Avedixian un
comentario su le epistole di S. Paolo nel 1812. Oghulluxian Medico
della stessa nazione nel 1806. stamp un'opera su la materia medica,
e nel 1809. un trattato della navigazione molto commendato dai
signori Sacy e Langls in un rapporto da essi presentato alla classe
di letteratura dell'Istituto di Francia. Buonaparte, mentre dominava
col, e in molta parte d'Italia, avendo empiamente aboliti tutti gli
Ordini religiosi, cambi questo Istituto in un'Accademia, chiamandola
Accademia Armena dell'Isola di S. Lazaro, e la divise in tre classi,
cio delle scienze teologiche e morali, delle scienze fisiche e
mattematiche, e della letteratura Armena antica e moderna. Il signor
Ingigian in una lettera scritta da Costantinopoli ai due d'Agosto del
1813. e inserita nel _Magasin Encyclopdique_ di M. Millin, _Iuin_
1814. p. 339. e seguenti, parla di questa Colonia Armena in un modo
molto diverso dal mio. Egli dice, che il P. Mixitar di Sebaste form
il nobil progetto di faticare tutto il tempo della vita sua per la
propagazione degli studj nella sua nazione: che perci abbandon i
monti Pariardes, e and a stabilirsi con un gran numero di discepoli
in un angolo del golfo adriatico a Venezia: che la sua prudenza, ed
il suo spirito penetrante vinse tutti gli ostacoli del tempo suo: che
la sua costanza, ed il suo zelo per introdurre fra' suoi compatriotti
le cognizioni europee colla pubblicazione di molti libri renderono
immortale il suo nome: che sapendo quanto una societ d'uomini
letterati giovar poteva per far nascere in tutti i cuori l'amor dello
studio molto fatic per formar a Venezia un'Accademia Armena, di cui
tutti i membri si adoperassero in comporre e tradurre dei libri nella
lingua natia, e cos contribuissero ai progressi dei lumi nel loro
paese. Ed ecco per opera del signor Ingigian i monaci del P. Mexitor, o
Mixitar trasformati in tanti scolari. Ecco, che egli co' suoi pretesi
scolari non ha altro scopo, che di erudire la sua Nazione, e per ben
riuscirvi lascia la patria, e si stabilisce in un paese lontanissimo.
Ecco, che un sacro Istituto monastico  trasformato in un'Accademia,
n pi si parla del vero fine, che ebbero quei Monaci, abbandonando
generosamente la patria, e fu, siccome ho detto, per conservarsi fedeli
nell'esercizio della Cattolica Religione. Io per, che scrivendo cerco
la sola verit, non ho creduto in questo racconto dovermi dipartire da
ci che ne disse Apostolo Zeno autore allora del citato Giornale, il
quale, come ognun sa, era accuratissimo scrittore, e scriveva nel tempo
stesso e nella Citt, in cui que' Monaci si rifuggirono.




                       _Delle Lingue Dell'Indie,
                            e della China._

                              ~CAPO~ XXI.


Molto debbono all'Italia le lingue Indiane nel secolo, di cui
parliamo. Deesi il primato in questa parte di letteratura al P.
Paolino da S. Bartolommeo Carmelitano Scalzo Missionario all'Indie.
La sacra Congregazione di Propaganda lo sped, e molti anni lo
mantenne all'Indie, essa eccit e promosse i suoi studj, favor e fece
pubblicare la maggior parte e le pi insigni delle sue opere: onde
mentre io fo parola delle molte cose da lui scritte reputo che somma
lode si debba a quei prestantissimi Porporati, i quali essendo suoi
Mecenati giovarono nel tempo stesso alla religione e alle lettere. A
lui dobbiamo la grammatica della lingua Samscrit, che egli chiama
_Samcsrdam_, cio della lingua antica, e come dicono letterata
dell'Indie. Una ne pubblic col titolo di _Sidharubam_[509], che vuol
dire appunto _Grammatica, o notizia delle parole, che si debbono tenere
a mente_. Precede una dissertazione sul nome, origine, eccellenza,
antichit di questa lingua, nella quale altres si sostiene, che 
lingua madre, si mostra quanto sia estesa, e si indicano parecchi
libri in essa scritti, fra' quali si d in fine il _Bhagavadam_ in
quattordici strofe colla traduzione ed alcune note. Ma in questa
grammatica egli segu il metodo delle grammatiche Indiane, ed essa
riusc al maggior segno oscura, e confusa. Perci molti eruditi,
che desideravan pure d'acquistare qualche notizia di questa lingua
si dolevano, che fosse troppo lontana dalle nostre idee, ed egli a
loro preghiera una seconda ne compose intitolata _Vyacarana_[510].
Lunga ed intricata  la grammatica di che fanno uso i Brahmani
nell'India e appena potrebbe racchiudersi in cinque volumi. Quella
parte che tratta delle declinazioni de' nomi, e delle conjugazioni,
e contiene le principali regole intorno alte parti indeclinabili,
s'intitola _Vyacarana_, e perci questo nome il P. Paolino impose
alla sua opera, quantunque essa oltre alle regole, che riguardano
le parti dell'orazione, contenga ancora il trattato della sintassi,
e un Dizionario. Io non so qual giudizio abbiano fatto gli uomini
dotti di questa nuova grammatica. Se a me  lecito di esporre la
mia opinione dir che dobbiamo rendere molte grazie all'autor suo,
perch finalmente ci si apre l'adito ad acquistar qualche idea d'una
lingua, celebre tanto, e tanto difficile. Ma in primo luogo osservo,
che il primo passo da farsi da chi vuole insegnare una lingua  di
offerirne l'alfabeto, e pure il P. Paolino in due grammatiche non ha
voluto darci, non dir un alfabeto compiuto, ma n pure sufficiente per
leggere le opere sue, e convien ricorrere all'Alfabeto Grandonico del
P. Peanio, di cui far parola tra poco. In secondo luogo considero,
che nel suo breve Dizionario non osserva l'ordine alfabetico, ma s
quella incomodissimo delle materie, e le parole tutte sono scritte
colle nostre lettere non colle Grantamiche, delle quali si serve
egli nell'opera. Ora le nostre ventiquattro lettere non possono mai
esprimere i diversi suoni del numeroso Alfabeto Grantamico. A questo
difetto supplisce in piccola parte un'altra bell'opera sua intitolata
_Amarasinha_. Porta questo nome un Dizionario della lingua samscrit
celebre presso i Brahmani, e chiamato cos dal nome del suo autore,
che viveva circa un mezzo secolo innanzi all'era volgare. Questo
Dizionario potrebbe pi presto chiamarsi una raccolta di sinonimi ed
aggiunti. Esso  disposto per ordine di materie, e la prima sezione
del capo primo, la quale sola fu pubblicata dal P. Paolino riguarda il
Cielo, e gli Dei, di cui si danno tutti i nomi co' quali si possono
indicare, e che ne spiegano l'indole, e la natura secondo l'Indiana
Mitologia. Difficile impresa era lo stampare e spiegare anche una sola
parte di questo libro, perch manca ne' codici Indiani ogni distinzione
di periodi, anzi ancora ogni divisione delle parole fra loro; talch
ciascuna linea si trova scritta, come se fosse una parola sola. E il P.
Paolino, bench dotto in questa lingua, non vi sarebbe riuscito senza
il soccorso di un Brahamane, che lo ajut, e senza le opere del P.
Hanxleden Gesuita Tedesco, che nelle lingue Indiane era molto erudito.

N queste sono le sole opere, che egli ci ha date ad illustrazione
della lingua Indiana. A quest'oggetto medesimo tendono il viaggio
all'Indie[511], il sistema Brahmanico[512], il Catalogo de' codici
Borgiani[513], quello de' Codici di Propaganda[514] i proverbj
Malabarici[515], le dissertazioni sugli antichi Indiani[516],
sull'affinit della lingua latina colle Orientali[517] e su quella,
che le lingue Zend, Samscrit, e Tedesca a suo giudizio hanno fra
loro[518], la descrizione delle opere del P. Hanxleden[519], lo
scitismo sviluppato[520], e la spiegazione d'alcuni monumenti del Museo
Nani[521]. Un'altra opera ancora col titolo di Biblioteca Indica[522]
aveva preparata, che non ha per veduta la luce, nella quale e la
storia letteraria dell'Indie, e la mitologia avrebbe illustrata, e
nel tempo stesso molti punti relativi all'antica lingua di quelle
contrade e a' moltiplici suoi dialetti moderni avrebbe rischiarati.
Se la compiesse non so. Compi bens un compendio di Teologia morale
da lui scritto nella volgar lingua del Malabar ad uso di quel Clero,
che per decreto della Congregazione di Propaganda de' 19. Luglio del
1790. doveva stamparsi, n so il motivo per cui quel decreto non ti
esegu[523].

Sono queste le opere del P. Paolino da S. Bartolommeo, che lo hanno
reso celebre fra noi, ugualmente che fra l'estere nazioni. Non  di
questo luogo l'esaminare le sue opinioni intorno alle antichit e alla
mitologia degl'Indiani, in cui ebbe un feroce e dotto avversario nel P.
Agostino Giorgi. Forse ambedue sostennero cause non vere, pretendendo
il primo, che la Greca mitologia e quella ancora di pi e diversi altri
popoli derivi dalla mitologia Indiana, e il secondo, che la mitologia
Indiana sia un'alterazione dell'eresia de' Manichei[524]. Ma se in
questo err il P. Paolino, siccome credo, ebbe comune il suo errore
con pi altri uomini dottissimi nelle cose Indiane, e da altra parte
ci non diminuisce punto la molta lode, che gli si dee per aver tanto
illustrata la lingua Samscrit, e poi ancora altri dialetti, e la storia
letteraria di quelle contrade. Di ci ho detto abbastanza, e debbo ora
far parola d'altri parecchi, che a tempo suo, e prima di lui corsero in
parte il medesimo arringo.

La moltiplicit delle cose, che mi si para dinanzi in questa parte del
mio argomento esige, che io le divida in due classi, e prima faccia
parola di quelle opere, che a Grammatica appartengono, indi di quelle,
che appartenendo alle antichit ed alla mitologia indirettamente
illustrano le lingue, che si parlano nell'India. E prima di tutti
richiama a se il mio discorso il P. Clemente Peanio Piemontese
Carmelitano Scalzo e Missionario. Egli dopo aver diretta la formazione
de' Caratteri della lingua _Grandonica_, o _Grantham_ per la stamperia
di Propaganda, ne descrisse l'alfabeto, e le regole per leggere,
che ivi furono stampate[525] con una erudita prefazione dell'Abate
Amaduzzi. E' questa la lingua, che nel Malabar  usata per le cose
letterarie e sacre, e il suo alfabeto serve comodamente ancora alla
lingua Samscrit. Volgarmente poi ivi si adopra la lingua Tamulica,
intorno alla quale molto si affaticarono i Missionarj Italiani, dandone
e Grammatiche, e Dizionarj[526]. N solamente la grammatica si
illustr per essi; ma pi e diverse opere ancora si scrissero in quella
lingua da' banditor del Vangelo pe' novelli fedeli, ed altre dalle
varie lingue dell'Indie se ne trasportarono alla nostra, onde abbiamo
il Catechismo in lingua Barmanica del P. Gaetano Mantegati[527] alcuni
devoti Inni del P. Beschi, e un Catechismo del Vescovo Vigliotti, la
_compendiaria legis explicatio omnibus Cristianis scitu necessaria_
(1772. in 8.) del P. Peanio, e un trattato de' Sacramenti del Vescovo
Limirense Gio. Battista Multedo Genovese,[528] oltre al compendio di
moral teologia del P. Paolino test citato. Ed a mostrar gli errori
dell'Idolatrica Religione il P. Gaetano Mantegati Barnabita ed ora
Vescovo di Massimianopoli e Vicario Apostolico ne' Regni d'Ava e del
Peg scrisse alcuni dialoghi tra un Khien selvaggio ed un Siamese
Talapoino, ne' quali la religione dei Talapoini si confuta (P. Paol.
Cod. Borg. p. 47.) e contro quella degl'Indiani il P. Giuseppe Maria
di Garignano Cappuccino e Missionario a Nepal alla met del secolo
trapassato uno ne compose in lingua Indostana fra un Cristiano, e un
Gentile Indostano sopra la verit di nostra religione, che al Re di
Nepal fu presentato, e da un altro Cappuccino Missionario, cio dal P.
Marco dalla Tomba fu tradotto in Italiano[529]. E il nome di questo
Missionario naturalmente mi conduce a parlare ora delle traduzioni
d'antiche opere Indiane, siccome ho promesso, delle quali ne ha egli
somministrate parecchie. Imperciocch il poema per lui intitolato
_Salecpuran_, o piuttosto come il P. Paolino vorrebbe, _Balapurana,
o Balagapurana_, il che vuol dire storia del fanciullo, cio del Dio
_Krshna_ l'_Argianaguita_, o canto d'Argiuna, il _Dharmashastra_, o
instituzione alle opere di virt e di piet, in cui le principali
tradizioni dell'Indiana mitologia s'interpetrano moralmente, il
_Mulpanu_, cio libro della radice o del fondamento, che una parte
delle tradizioni medesime spiega fisicamente, l'_Ultercand_, che 
l'ultimo tomo del gran libro _Ramaen_, ossia dell'incarnazione _Ram_,
del Dio _Vishnu_ incarnato in Ram per uccidere il gigante _Raun, o
Ravana_[530]. Queste opere, dissi, quel dotto e paziente Cappuccino
volgarizz. A queste traduzioni vuolsi aggiungere quella, che il P.
Carpani Barnabita e Missionario fece dalla lingua del Peg del libro
intitolato _Kammuva_ sull'instituzione e ordinazione dei Talapoini; il
che  tutto quello che in questo genere  a mia notizia pervenuto[531].

Utili altres alla illustrazione di queste lingue furono que'
Missionarj, che le antichit, gli usi, i costumi, e la religione
presero a spiegare. Sul quale argomento si debbono per me ricordare
le osservazioni del P. Carpani sopra due libri Barmani[532], il
viaggio all'Indie Orientali del P. Marco dalla Tomba[533], e le sue
osservazioni sopra le relazioni del sig. Holvvell Inglese relative
al Bengala, e all'Indostan[534] e le notizie laconiche d'alcuni usi,
sacrifizi, ed idoli nel regno di Nepal del P. Costantino d'Ascoli[535].
Della Mitologia, della letteratura, de' costumi, e degli usi degli
Indiani ha parlato il Signor Lazzaro Papi con accuratezza, con
eleganza, senza preoccupazione di sistema, e con una certa naturalezza
che si concilia la persuasione[536]. L'opera sua non appartiene al
secolo decimottavo, il quale solo debbo qu avere in mira; laonde
contento d'avere in breve accennati i principali suoi pregj non ne dir
pi oltre, e pi tosto rivolger il mio discorso alla lingua del Tibet,
o Tangut, come dicono gli abitanti.

Il celebre P. Agostino Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue
Orientali esortato dal Cardinale Giuseppe Spinelli e da Costantino
Ruggieri Presidente della stamperia di Propaganda pubblic il suo
alfabeto Tibetano[537], e lo corred con tanta profondit di dottrina,
e vastit d'erudizione, che poche altre opere si possono vantare a
quella uguali. Consult egli il P. Cassiano Beligatti, che essendo
vissuto lungo tempo nel Tibet in questa lingua, come in pi altre era
dottissimo. Erra di molto il chiarissimo Presidente dell'Accademia di
Calcutta signor Iones, al quale  piaciuto d'asserire, che l'opera
del P. Giorgi  tratta dalle carte del P. Cassiano[538], accusandolo
falsamente di plagio. Se io domandassi al signore Iones le prove
d'un'accusa cos inconsiderata, niuna ne potrebbe addurre. Ma  inutile
che io lo interroghi, quando la somma dottrina del P. Giorgi, e le
sue opere attestano abbastanza, ch'egli non aveva bisogno di vestirsi
dell'altrui penne per comparire e meritare il plauso dei letterati.
Due specie di scrittura usano i Tibetani. Una serve alle cose della
religione, della letteratura, e della magia, l'altra al privato
commercio. Mostra il P. Giorgi brevemente la seconda, e si diffonde a
lungo sulla prima, come ragion voleva. In fine v'aggiunge il _Pater
noster_, _l'ave Maria_, _il Credo_ i precetti del Decalogo, da lui
tradotti in lingua Tibetana, sei pubblici documenti di privilegi a
favore di que' Missionarj Cappuccini da lui tradotti in Latino, e
finalmente la _Tabula Tibetana e voluminibus non longe a fontibus
Irtis repertis excerpta_ stampata gi negli atti degli eruditi di
Lipsia in quella lingua e dal Bayer trasportata in Latino[539], ed
ora qu dal P. Giorgi pubblicata di nuovo con molte sue erudite
annotazioni. A tutto ci egli ha premessa una lunga dottissima
dissertazione sulla religione, la storia, e la geografia di questo
paese, la quale pienamente fa conoscere quanto in lui fosse vasta
l'erudizione, profonda la dottrina, estesa la cognizione delle lingue
Orientali. L'opera sua, che alla santa Religion nostra era favorevole,
ed impugnava le impudenti menzogne dette dal Beausobre contro i SS.
Padri, e contro S. Agostino massimamente, doveva avere contradittori, e
n'ebbe. Un anonimo affatto ignaro delle lingue Orientali fu il primo,
che poche objezioni gli fece, e di niun momento[540], e a lui rispose
l'Amaduzzi quantunque non palesasse il proprio nome[541]. Il Pauvv fu
il secondo[542], che volle riprenderlo d'avere acremente criticato il
Beausobre, dichiar improbabile la sua cronologia de' Re Tibetani, e
lo tacci d'aver troppo facilmente creduto ai privilegj mostrati dai
Missionarj Cappuccini, che non dubit di chiamare impostori; la quale
ultima ingiuriosa obiezione adottarono ancora gl'Inglesi autori della
storia universale[543]. Lasciamo stare il Pauvv, l'opera del quale 
caduta in quel totale oblio, che meritava. Riguardo agl'Inglesi dir,
che gli originali di quegl'impugnati privilegj furono dal Cardinal
Borgia posti nella Biblioteca di Propaganda. Ora si dice che l'esterior
loro aspetto niuna cosa offera atta a risvegliar qualche dubbio di
falsit; ed  certo che niun dubbio pure risveglia il lor contenuto.
Sarebbe poi stato desiderabile, che questi scrittori non avessero
diffamato come impostori que' Missionarj, non avendo valevoli prove
per farlo; quando non si creda, che co' Missionarj possano gli uomini
onesti tenere un diverso contegno da quello che cogli altri uomini si
dee tenere.

Non molto dopo il P. Giorgi anche il P. Cassiano Beligatti pubblic
il suo alfabeto Tibetano che merita lode, ma non richiede nuove
osservazioni[544]. Dotto altres in questa lingua fu il P. Francesco
Orazio da Penna di Billi nel paese d'Urbino Missionario anch'egli, e
Cappuccino, che per ben venti anni la studi, ed ebbe a maestro un
solenne dottore di quelle contrade[545]. Egli  doppiamente benemerito
della lingua Tibetana, e per la Corografia del Tibet che il P.
Giorgi cita molte volte; e perch invi a Roma le lettere tutte di
quell'alfabeto, che il Cardinal Belluga fece poi fondere in Roma dal
Fantuzzi nel 1738. per la stamperia di Propaganda.

Resta finalmente che si parli per me della lingua Chinese, della quale
poco ho da dire. Due soli scrittori debbo qu ricordare, uno de'
quali  il P. Giuseppe Cer Lucchese de' Chierici Regolari Minori,
e l'altro  il P. Domenico Perroni Napoletano de' Chierici Regolari
della Madre di Dio, di quella Religione cio, ch' nata in Lucca da
Lucchese Fondatore, per opera de' Lucchesi  cresciuta altrove, e
bench fra piccol numero racchiusa pure diede molti uomini chiarissimi
nelle lettere, de' quali la massima parte  Lucchese. Ambedue furono
Missionari alla China. Il Perroni visse col 19. anni, dette opera
diligente allo studio di quella lingua, e compose un Dizionario
Chinese, e latino per comodo delle Missioni, che non  stampato[546].
Il P. Cer stamp a Canton nel 1713. in lingua Chinese un libretto
ascetico pe' Cristiani di quelle parti sulla divozione di S. Giuseppe
colla novena di questo Santo. Di lui, e della sua perizia in questa
lingua parla con lode il P. Viani nel _Diario delle cose operate
alla Cina da Monsignor Mezzabarba_. Se si potesse prestar fede al
P. Norberto si dovrebbe dire, che i suoi nemici si adoperassero di
calunniarlo, e togliergli il credito di questa sua perizia[547]. Ma chi
pu credere alle menzogne di quel troppo celebre apostata impostore?

NOTE:

[509] _Sidharubam, seu Grammatica Samscrdamica ec. Romae ex Typograph.
S. Congr. de Prop. fid._ 1790. in 4.

[510] _Vyacarana, seu locupletissima Samscrdamicae linguae institutio
in usum fidei praeconum in India Orientali, et virorum litteratorum in
Europa adornata. Romae typis S. Congr. de Prop. fid._ 1804. in 4.

[511] _Viaggio all'Indie Orientali. Roma pel Fulg._ 1796. in 4.

[512] _Systhema Brahmanicum Liturgicum Mythologicum, Civile ex
monumentis Indicis Musaei Borgiani Velitris. Ibid. typis S. Congr. de
Prop. Fid._ 1790. in 4.

[513] _Musaei Borgiani Velitris Codices MSS. Avenses, Peguani, Siamici,
Malabarici, Indostani animadversionibus. Historico-criticis castigati
et illustrati ec. Ibid apud Fulgon._ 1793. in 4.

[514] _Examen Historico-Criticum codicum Indicorum Bibliothecae S.
Congr. de Prop. Fid. ibid. Typis ejusdem S. Cong._ in 4.

[515] _Centum adagia Malabarica cum textu originali et versione latina
Ibid. apud Fulg._ 1791. in 4.

[516] _De veteribus Indis dissertatio, in qua cavillationes autoris
Alphabeti Tibetani castigantur. Ibid. apud Fulg._ 1795. in 4.

[517] _De latini sermonis origine et cum Orientalibus linguis
connexione. Ibid. apud eund._ 1803. in 4.

[518] _De antiquitate et affinitate linguae Zendicae, Samscrdamicae, et
Germanicae. Patavii typis Semin._ 1799.

[519] _De MSS. Codicibus R. P. Ioannis Hanxleden Epistola ad R. P.
Alexium Mariam a S. Ioseph. Carm. Exc._ (Viennae) in 4.

[520] _Scitismo sviluppato in risposta alla lettera del sig. Conte
Castone della Torre Rezzonico. Roma._ 1793. in 4.

[521] _Monumenti Indici del Museo Naniano illustrati. Padova nella
stamperia del Seminario_ 1799. in 4. Fra queste opere quella _de latini
sermonis ec._ non appartiene all'epoca della quale io parlo; ma per
la connessione della materia non ho voluto ommetterla. Vi sono ancora
altre opere di questo instancabile scrittore, che a me mancano, a non
ho potuto vedere. Fra queste l'_India Orientalis Christiana. Romae
Typis Salomonianis_ 1794. e _Mumiographia Musaei Obiciani, Patavii
typis Seminarii_ 1799. potrebbono forse contener qualche cosa spettante
alle lingue dell'Indie.

[522] _Bibliotheca Indica referens_ 313. _codices Indicos MSS. opus
ineditum, quod aere curaque Stephani Card. Borgiae vulgari debuit._
Cos si legge in un foglio volante, che contiene il Catalogo delle sue
opere.

[523] _P. Paul. Cat. Cod. MSS. Bibl. S. Congr. de Prop. Fid._ p. 75. 76.

[524] V. il suo Alfabeto Tibetano, e una lunga nota, o piuttosto
dissertazione nell'_Op. de Mirac. di S. Coluto_ p. CCI.--CCCV. che ho
gi citata.

[525] _Alphabetum Grandonico-Malabaricum, sive Samscrudonicum. Romae
typis S. Congr. de Prop. Fide_ 1772 in 12.

[526] Il P. Costantino Giuseppe Beschi Missionario Gesuita pubblic
a Tramquebar il 1738. in 8. colle stampe della Missione Danese una
Grammatica Tamulica col titolo: _Grammatica Latino-Tamulica, in qua
de vulgari lingua Tamulica fusius tractatur_. Egli vi aggiunse un
capitolo _de variis quotidiano usui praecipue necessariis_: e con ci
egli soddisfece al bisogno di coloro, che trattar debbono con quegli
Indiani, i quali parlano il Tamul. La lingua volgare  la chiave di
quella che chiamano letteraria: e di questa ancora fece il P. Beschi
una Grammatica, intitolandola: _Grammatica Latino-Tamulica, ubi
de elegantiori Linguae Tamulicae dialecto, cui adduntur Tamulicae
prosae rudimenta_, che non ha ancora veduta la luce. Egli scrisse
altres un Dizionario Tamulico-Latino pel dialetto volgare, come il
_Sader Agaradi_, parimente non impresso mai. E' il _Sader Agaradi_
un Dizionario del dialetto letterario, ed  diviso in quattro parti.
La primo _Peyer_ d i significati diversi d'ogni parola; la seconda
_Porul_ d i sinonimi; la terza _Toguei_ d le specie subordinate dei
termini tecnici, delle scienze, o delle lettere; la quarta _Todpe_  un
rimario. Si veda il dottissimo Signor Langls negli _Annal. Encycl._
di M. Millin Dec. 1817. p. 291. e seguenti. Il suo Dizionario fu
veduto anche dal P. Paolino all'Indie. Lo stesso signor Langls (ivi
p. 301.) parla ancora d'una dissertazione della stesso P. Beschi sul
modo di calcolare il tempo usato dagl'Indiani per anni solari secondo
il sistema del _Vakia_, e del _Siddhanta_ che sono i due pi famosi
trattati d'astronomia, che si abbiano in Tamul. Il P. Angelo Francesco
Vigliotti Piemontese Carmelitano Scalzo, poi Vicario Apostolico, e
Vescovo Meletopolitano fece una Grammatica con un breve Vocabolario,
che si conserva nella libreria di Propaganda. Quella delle Missioni
Apostoliche di S. Pancrazio fuori di Porta Aurelia ha MS. un'altra
Grammatica e un Vocabolario Portoghese-Latino-Malabarico del P. Stefano
da S. Maria Veneziano Carmelitano Scalzo e Missionario. (Amaduzzi
_Praef. in Alphab. Grand._ p. XVIII. _P. Paol. Cod. Bibl. S. Congr. de
Prop. Fide_ p. 54.) Il P. Cassiano Beligatti da Macerata Missionario
corresse il tesoro della lingua Indiana del P. Francesco Maria pure
Missionario Cappuccino.( P. Paulino ivi p. 57. 58.) Egli altres 
l'Autore dell'_Alphabetum Bramhanicum, seu Indostanum Universitatis
Kasi Romae typis S. Congr. de Prop. Fid._ 1771. in 8. e di nuovo ivi
1787. Si aggiunga a questi _Alphabetum Barmanum seu Romanum auctore D.
Cajetano Mantegatio Insubre Cler. Reg. S. Pauli_ 1776. in 8.

[527] _Romae typ. Congr. de Prop._ 1785. in 8.

[528] _P. Paol. loc. cit. p._ 54. _e_ 71. e _Amaduzzi loc. cit. p._
XVIII. e XX. Molte altre simili opere ad istruzion de' Cristiani, e
ad eccitamento di piet debbono aver fatte i Missionarj, delle quali
niuna notizia  a noi pervenuta. Non voglio per omettere quei libri
di questi, che la Congregazione di Propaganda fece pubblicare colle
stampe senza nome d'Autore. Chiunque sia che gli ha composti  stato un
Governo Italiano che gli ha fatti nascere, e gli ha pubblicati, onde
non  alieno dal mio istituto il farne parola. Quelli che io posso
indicare sono i seguenti. _Doctrina Christiana Marastice_ 1778. _in_
8. _Actus virtutum Theologalium Marastice_ 1718. _Doctrina Christiana
Lingua Peguana_ 1786. _Catechisme abrg en la langue de Madagascar_
1786. _Catechismus pro Barmanis eorum lingua etc. opera, et studio
Clericorum Regularium S. Pauli in Regno Avae Missionariorum_ 1787.

[529] _P. Paol. loc. cit. p._ 69.

[530] _P. Paol. Catal. Cod. Borg._ p. 133. e seg. 151. 156. 158. 163.

[531] _P. Paol. Cod. Bibl. S. Congr. de Prop. Fid._ p 77.

[532] _P. Paul. Cod. Bibl. S. Congr. de Prop. Fid._ p. 77.

[533] _Id. Cod. Borg._ p. 1.

[534] _Ivi Cod. Borg._ p. 71.

[535] _P. Paul. Cod. Borg._ p. 71.

[536] _Lettere sull'Indie Orientali di Lazzaro Papi Cittadino Lucchese.
Filadelfia dalla Stamperia Klert._ (Pisa Molini) 1802. T. 2. in 8. Il
chiarissimo autore ha dimorato per dieci anni all'Indie Colonnello
del Rgia di Travancore, e comand una brigata di Sipi da quel
Principe mandata ausiliaria degl'Inglesi nell'ultima guerra, che questi
sostennero contro il Sultano Tipoo. Di questa sua opera si parla nel
citato rapporto dell'Instituto di Francia.

[537] _Alphabetum Tibetanum. Praemissa est disquisitio, qua de vario
litterarum ac regionis nomine, gentis origine, moribus, superstitione,
ac Manichaeismo fuse disseritur, et Beausobrii calumniae in S.
Augustinum aliosque Ecclesiae Patres refutantur. Romae typis S. Congr.
de Prop. Fid._ 1762. in 4.

[538] _Georig, ou plutot Cassiano des papiers du quel l'ouvrage de
Georg est tir, nous assure que ec. Rech. Asiat._ T. 2. p. 179. Ma si
veda l'Amaduzzi nella prefazione all'alfabeto Tibetano del P. Cassiano,
il quale mostra, che questi solamente fu consultato da lui, e diresse
l'impressione. Si veda principalmente ivi e p. V. e XV.

[539] La storia di questa tavola, e de' codici qu indicati, e come la
cognizione della lingua Tibetana si spargesse in Europa si pu vedere
presso l'Ab. Amaduzzi nella prefazione da lui premessa all'alfabeto
Tibetano del P. Cassiano Beligatti p. XIII.

[540] _Gazzette litteraire d'Europe.  Paris_ 1764. T. 2. p. 262.

[541] _Novel. Lett. di Fir._ 1765. _num_ 6. _e segg._

[542] _Recherches Philosophiques sur les Americains._ _ Berlin_ 1770.
T. 2.

[543] T. 27. p. 290. Ed. Ven.

[544] _Alphabetum Tangutanum, sive Tibetanum. Romae Typ. S. Congr. de
Pr. Fid._ 1773. in 12.

[545] Rab-giam-ba-Ton-ten-pelzam Dottore dell'Universit di Serra. Il
P. Cassiano co' Religiosi suoi compagni studiarono la lingua sotto
l'insegnamento di tre Lami. _Gior. Alf. Tib._ p. 559. Il P. Francesco
Orazio mor a Patana nel Tibet il 1747. d'anni 65. e gli fu posta
doppia iscrizione in lingua Bramhanica e Latina. _Giorgi ivi_ p. 435.

[546] _Sarteschi de Cl. script. Congr. Matris Dei_ p. 253. e 254.

[547] _P. Norb. Mem. Stor._ T. 1. p. 419. e 442.




                              CONCLUSIONE


Questi son gl'Italiani pervenuti a mia notizia, che nel passato
secolo illustrarono le antiche lingue, o le moderne. La scarsit
dell'ingegno, e la mancanza di moltissimi libri mi ha impedito di
rispondere degnamente al mio assunto. E tengo per fermo, che molti
nomi illustri, e molte opere degne di ricordanza sono rimaste a
me ignote, o dimenticate; talch non porterebbono retto giudizio
coloro, i quali dalle cose per me dette fin qu il valore e lo studio
degl'Italiani in questa materia volessero misurare. Supplito avrebbe
pienamente al mio difetto un uomo dotto molto, e felice posseditore
d'una splendida libreria, che voleva cortesemente somministrarmi buon
numero di notizie, che a me mancavano, ed avrebbe altres emendati gli
errori, ne' quali sar caduto. Ma le moltiplici sue occupazioni, e la
mal ferma salute gli hanno impedito di compiacermi. Ci non ostante
ancor solo da quel poco, che mi  riuscito di raccogliere parmi di
poter dedurre le seguenti riflessioni. In primo luogo per ci che
spetta alla illustrazione della propia lingua non debbono gl'Italiani
temere il confronto delle straniere nazioni. Anzi se mal non m'appongo
niun'altra nazione al pari di noi ha illustrati gli autori, che nel
fatto della lingua son classici. Che se alcune vanno superbe di molti
fra i loro scrittori noi pure ne vantiamo parecchi eleganti e puri, n
temiamo il confronto. Riguardo alle straniere moderne lingue d'Europa
non vedo qual vocabolario si possa paragonare a quello dell'Alberti
per la Francese. Vantar potranno i Francesi le molte lor traduzioni
dall'Italiano dal Tedesco dall'Inglese, e noi (lasciando star quelle
prezzolate pe' libraj) ricordando i Mazza, i Paradisi, i Cesarotti
ardiremo vantarle non inferiori di pregio, se sono inferiori di numero.
E qu aggiugnerei volentieri il Milton del signor Papi, se non temessi
d'esser rimproverato, che per servire alla mia causa io nomini gli
scrittori del secolo decimonono. Lo studio della lingua Etrusca si
pu dir tutto nostro, n abbiamo in ci contradittori. Nel Greco siam
vinti dai Tedeschi dagli Olandesi dagl'Inglesi in ci che direttamente
riguarda l'illustrazione della lingua e degli Autori, perch quantunque
abbiamo il Mingarelli l'Ignarra e qualche altro, che ho nominato[548];
questi son pochi; il che avviene non per la mancanza di dotti Grecisti,
ma per la scarsit di uomini pazienti, o perch i nostri sono intenti
a studiare le cose che contengono, o ad ammirarne lo stile, e quindi
sono meno solleciti di tormentare il testo con sempre nuove mutazioni.
Pe' volgarizzamenti per dal Greco non dubitiamo di contrastare cogli
altri. Nel Latino vinciamo qualunque nazione, niuna potendo opporci
un lessico simile a quello del Forcellini, n tanti e cos puri, ed
eleganti scrittor Latini, come abbiamo noi. Per le lingue Orientali
finalmente ci gloriamo d'un De Rossi d'un Caluso d'un Bugatti d'un P.
Giorgi, oltre ad alcuni Missionarj, ed altri, che possiamo opporre ai
pi celebri stranieri senza timore[549]. Resta adunque che nel secolo
decimonono non si arrestino gl'ingegni Italiani, e raddoppiando i loro
sforzi faccian conoscere, che

  ......._Secundis usque laboribus
       Romana pubes crevit_[550].

NOTE:

[548] Ora possiamo vantare Monsignor Mai e il P. Petrucci Gesuita
a Roma, Peyron e Biamonti a Torino, del Furia e Zanoni a Firenze,
Canonico Cav. Ciampi a Varsavia, ed altri parecchi, adesso che questi
studj pare che prendano nuovo vigore.

[549] Ora sono chiarissimi in queste lingue i signori Peyron a Torino,
Mezzofanti a Bologna, Lanci a Roma, Conte Carlo Castiglioni a Milano,
e forse altri a me ignoti. E' fra gli ultimi il dotto autore degli
opuscoli intitolati _della Grecit del Frullone, e dell'erudizione
orientale del Frullone_, che si leggono nel Vol 2. P. 1. della Proposta
del signor Monti. Egli far cosa molto utile, se vorr continuare
queste sue ricerche etimologiche. Ma  desiderabile, che gli piaccia
di ornarle colla necessaria urbanit, la quale non dovrebbe andar mai
disgiunta dalle dispute letterarie.

[550] _Hor. Lib._ 4. _Od._ 4. v. 4. 5.




                               APPENDICE


I. Mentre stampavasi la prima parte di questa mia operetta mi pervenne
il ragionamento del signor Giammaria Puoti Napoletano _sul trattato
degli scrittori del trecento del conte Perticari e sulla proposta
di giunte e correzioni al vocabolario della crusca de cav. Monti_,
stampato in Napoli dal Trani il 1818. in 8. A me non appartiene
di dar giudizio dell'opera di questo dotto scrittore, che non ha
veduta la luce, e n pure  stata composta nel secolo da me preso
in considerazione: e gi non v'ha bisogno d'altrui giudizio, quando
essa fu accolta con plauso dalla celebre societ pontaniana di quella
citt. Poche osservazioni per mi sia concesso di fare, che riguardano
alcune cose da me dette nella prima parte del mio libro, e sono pi
presto questioni di fatto, che di ragione. Ho considerato come lingue
diverse i diversi idiomi, che nelle diverse parti d'Italia si parlano,
e che da altri si chiamano dialetti. Ma il signor Puoti p. 64. dice,
che _la massa principale di ogni idioma risulta dai nomi, dai verbi,
dalla conjugazione di questi, e dalla costruzione del discorso, e che
in tutte le parti d'Italia i verbi, la loro conjugazione, i nomi, e la
costruzione sono gli stessi_. A me pare al contrario, che nomi e verbi
moltissimi sieno diversi in queste lingue, e molto diversa altres
sia la conjugazione de' medesimi verbi. Lascio ai signori Genovesi,
Piemontesi, Bolognesi, Milanesi, Bresciani e ad altrettali la decisione
di ci. Ma prosegue ivi il chiarissimo autore: _che parli un uomo di
qualunque parte d'Italia in presenza di abitatori di tutte le altre
contrade di questo bellissimo e disgraziato paese; egli sar inteso da
tutti_. Si sar inteso se parler quella lingua, che egli ha imparata
su i libri, non quella del suo paese. A me  avvenuto assai volte di
sentir parlare fra loro cavalieri e dame genovesi, o piemontesi ne'
loro natii linguaggi, n mi  riuscito d'intendere pure una parola.
Tornando di Francia nel mese di Maggio del 1799. visitai il vecchio
signor marchese di Barol in Torino. Parlando a un italiano credei
dovergli parlare Italiano, ma egli dopo poche parole reciprocamente
dette mi preg d'usare il Francese, dicendo, che poca pratica aveva
della lingua Italiana. Sono per d'avviso, che s fatta preghiera non
mi avrebbe fatta se avessi parlato Piemontese.

Il signor Puoti aggiugne, che _la lingua Italica vaga per tutte le
citt d'Italia, ed in niuna si ferma_. Io non so bene, che cosa egli
abbia inteso con queste parole; so che l'Ariosto, (giova il ripeterlo,
bench parecchi altri l'abbiano detto) and a Firenze a studiar quella
lingua, nella quale scrisse il suo divino poema, ed altri fecero lo
stesso. Il Tasso era sollecito d'adoperare voci toscane. Nelle sue
lettere poetiche io leggo cos. _Mi pare anco di ricordarmi, ch'in
quella stanza io scrissi_: Appono. Appongo _ meglio, e pi Toscano;
che_ pongo _dicono: e cos credo, che si debba osservare ne' composti.
Tas. Op._ T. 10. p. 104. _ed. Ven._ Scorgeano, _e scorgono credo
toscanamente si dica_. Ivi p. 119. Per difendere la voce _rediense_
da _redieno_ porta l'esempio de' Toscani che usano _parieno_ per
_parevano_. Ivi p. 128. Egli per la scelta delle voci cercava esempj
degli antichi scrittori, e se non era schivo d'usar voci nuove, almeno
aveva cura di foggiarle secondo l'uso de' Toscani. A me pare necessario
un freno nell'introdurre voci nuove; altramente temo non forse, volendo
troppo accrescer la lingua, traendo le parole da tutti i dialetti
dell'Italia, (come vuole il Signor Puoti,) si faccia una confusione,
che la guasti. Se ci che in francese dicesi _dessert_, in Firenze si
chiama _messo delle frutte_, io non lo chiamer _deserta_, come dicesi
nella mia patria, che  parola troppo francese, di l forse portata
fra noi dai nostri mercatanti. N pure lo chiamer _sparecchio_, come
questo scrittore p. 72. vorrebbe, che significa altro. Cos alla voce
_soglia_, o _sogliola_ non sostituir senza necessit _palaja_, n ad
_albicocca_, _crisomalo_ il che pure si propone da lui p. 96.[551]
Cos non parmi giusto il riprendere il chiarissimo signor Perticari,
quando us la voce _governamento_, che hanno pure usata alcuni buoni
scrittori, e quando adoper certi modi di dire, pe' quali si determina,
o si accresce il superlativo, come _tanto ricchissima_, e _pi
antichissimi_; il che egli chiama _fallo usato a discapito del buon
gusto, e delle regole eterne della lingua_. (facc. 20--22.) Se per
sovente i Greci, e non rade volte anche i Latini hanno adoperato cos,
credo che noi, seguendo il loro esempio, non dovremo temere di far
onta al buon gusto, n a quelle regole. L'arte critica, o, come altri
dicono, la filosofia  necessaria alla Grammatica, come il sale alle
vivande, che se  soverchio le rende spiacevoli.

II. Alla facc. 30. della seconda parte ho parlato del Mazzocchi, e del
suo _spicilegium Biblicum_. Deesi aggiungere, che in questo libro T. 1.
facc. 21. nota 8. parla d'una sua opera _de opificio sex dierum_, nella
quale certamente, come era suo costume, avr fatto molto uso della
lingua Ebraica.

III. Ho mostrato il vivo mio desiderio, che s'intraprenda una nuova
edizione dello Scapula. Mentre io scrivo queste cose mi  pervenuta
quella fatta a Glascovv dal Duncan il 1816. in due volumi, e vedo
che ben lungi dal soddisfare quel mio desiderio, essa non  che
un'infelice speculazione tipografica. Qu non si ha che una replica
dell'impressione Elzeviriana, cui sono state inserite le aggiunte
dell'Askevv, le quali sono quasi tutte di poco o di niun momento.
Parecchie migliaja di voci o di significanze si potevano raccogliere
senza fatica dall'Appendice dello Scott, dal Tesoro Ecclesiastico
del Suicero, dai Lessici dell'Hederico, del Damm, e dello Schneider,
da quello di Senofonte, dalle Lezioni Lucianee dello Iensio, dalla
ristampa eccellente del Morell fatta l'anno innanzi a Cambridge, e da
cento altri libri; ma non vi si vedono.

IV. Era gi compiuto questo mio Ragionamento, quando dalla somma
cortesia del signor Dottore (_Haham_) Samuel Coen di Livorno mi 
pervenuta la notizia di parecchie opere Ebraiche del celebre Rabbino
Ioseph Chaim David Azulai, le quali mi erano ignote. Esse mostrano
vie pi la molta dottrina di questo instancabile scrittore, che
tanto onore ha fatto vivendo all'Ebrea Nazione d'Italia. Non potendo
ormai pi inserirne i titoli ai luoghi respettivi non debbo almeno
tralasciare d'indicarli qu brevemente. Il Signor Coen  un egregio
Poeta e fornito di vasta erudizione nell'Ebraica letteratura; e se io
avessi avuto agio di consultarlo maggiormente questa mia opera sarebbe
riuscita meno imperfetta. Ai titoli delle opere dell'Azulai ho aggiunta
la spiegazione in Latino per comodo dei Lettori; il che ho voluto
avvertire, affinch, se qualche errore vi fosse, questo si attribuisca
a me. Ad alcuni ho aggiunta ancora la citazione di quei luoghi della
sacra Scrittura, che l'Autore ebbe forse in mira nello sceglierli.

1. #Scia'ar Iosef# (_Porta addens_). Opera sul trattato _Horaiot_ del
Talmud. In essa mostra l'Autore una profonda e vasta erudizione ne'
suoi giudizj, egualmente che ne' Consulti di Giurisprudenza Teologica
aggiunti in fine. Egli era allora in et di soli diciassette anni,
e merit l'approvazione dei dotti di Gerusalemme, e di tutte le
principali citt.

2. #Petch 'enaim# (_Apertio_, vel _lux oculorum_). Tratta del Talmud
in generale, sul quale d una vasta quantit d'illustrazioni.  in due
volumi.

3. #Mar'ith ha'ain# (_Visio_, vel _index oculi_). Osservazioni sul
Talmud. In fine vi sono alcuni trattati non mai pubblicati, che essendo
venuti nelle sue mani egli li diede alla luce.

4. #Birch Iosf# (_Genu addens_). Tratta del Rituale del Rabbino Caro,
che illustra con dotto Comento pieno di molta erudizione, e coll'ajuto
di manuscritti non mai stampati prima di lui.

5. #Machziq berach# (_Roborans benedictionem_). Illustra i due soli
primi tomi del detto Rituale, e risponde alle objezioni d'alcuni
moderni contro le sue decisioni.

6. #Chaim sciaal heleq alef sceelot utsciuvoth# (_Vitam petens_ (Ex
Ps. 21. 5.) _Pars_ I. _Quaestiones et responsa_). Consulti Teologici e
Giuridici, e compimento dell'opera precedente, cio le annotazioni ai
Capi 87--402. del Rituale citato.

7. #heleq beth# (_Pars secunda_). Consulti e annotazioni sul Rituale e
sopra vari Autori, coll'aggiunta di due manuscritti d'antichi scrittori
non pubblicati prima.

8. #Iosef 'omez eleq ghimel# (_Addens fortitudinem, Pars. tertia_).
Continuazione dello stesso soggetto.

9. #Devarim achadim# (_Verba unientia_). Prediche sulle solennit
scritte con molta eloquenza, ed alcune discussioni sopra materie
Teologiche.

10. #Ahavat dod# (_Amor dilecti_). Prediche sullo stesso soggetto.

11. #Chis David# (_Thronus dilecti_) Prediche sullo stesso soggetto.

12. #Ruach chaim# (_Spiritus vitae._ Ex Gen. 6. 17. Ib. 7. 22. ec.).
Opera manuscritta presso il figlio dell'autore, di cui ignoro il
contenuto.

13. #Devsc lep# (_Mel ori._ Ex Ps. 119. 103.) Dizionario di materie
Teologiche, con alcune annotazioni in fine sulla leggenda della Pasqua
d'azimi.

14. #Ain zochr midbar qedemoth# (_Excitabit aurem_ (ex Isai. 50. 4.)
_seu oculus commemorans ex verbo antiquitatis_) Presenta per ordine
alfabetico le regole necessarie all'intelligenza del Talmud, e molti
assiomi sulla logica della stessa opera.

15. #Chicar laEden# (_Talentum Domini_) Trattato sopra varj oggetti
riguardanti il Talmud, con qualche supplimento al Dizionario degli
uomini illustri.

16. #Chis rachamim# (_Thronus misericordiarum_.) Trattato pi ampio
sulla stessa materia.

17. #Scem haghedolim heleq alef# (_Nomen magnorum, Pars prima_) Seconda
edizione molto accresciuta del Dizionario degli uomini illustri della
Nazione Ebrea, a cui ha aggiunta una spiegazione dei _Pirk Avth_ cio
dei _Capitoli de' Padri_, che  una parte del Talmud contenente i detti
e le sentenze degli antichi Rabbini.

18. #heleq beth# (Pars secunda)  la seconda parte della stessa opera,
e contiene inoltre alcune osservazioni sulle opere degli Autori
Teologici pi illustri.

19. #Va'ad lachachamim heleq ghimel# (_Coetus sapientum. Pars tertia_)
Terzo volume.

20. #Lev David# (_Cor dilecti_) Contiene trentadue capitoli di morale,
di cui i primi sei sono del celebre Rabbino Vitali profondo metafisico
e cabalistico nato il 1543. in Palestina di famiglia oriunda Calabrese,
e morto in Damasco il 1620.

21. #Zipren sciamir umpr ba'ezba'# (_scalprum_, vel _unguis
adamantis, et docens in digitis_. Ex Ier. 17. 1. et Prov. 6. 13.)
Trattato sull'offizio religioso; varie orazioni dell'autore, e massime
di riti appartenenti alle sole orazioni.

22. #LeDavid 'Emeth# (_Amico veritatis_) Compendio di Riti relativi
alla sacra Bibbia, e regole sulla maniera di scriverla, e sull'epoche
in cui si dee leggere, stampato tre volte, ed arricchito sempre di
nuove aggiunte.

23. #Iosf tehilloth# (_Augens psalmos_) Spiegazioni dei Salmi di David
e varie orazioni composte dall'Autore.

24. #Simchat hareghel heleq aleph (_Laetitia pedis. Pars_ I.) Trattato
sulla leggenda della Pasqua d'Azzimi. Vi  unito il testo con alcuni
capitoli morali ed annotazioni.

25. #heleq beth# (_Laetitia pedis. Pars_ II. _Ruth_) Secondo volume
della stessa opera. Tratta del libro di Ruth, e vi sono aggiunti alcuni
capitoli sul soggetto del primo tomo con un trattato preso da un
antichissimo Talmud manuscritto esistente nella citt di Fez, che era
ignoto.

26. #Pen David# (_Facies dilecti_) Annotazioni sul Pentateuco, e su
i Capitoli de' Profeti, che dagli Ebrei si sogliono leggere tutti i
sabati.

27. #Homat Tana"ch# (_Murus Legis, Prophetarum, et Hagiographorum_).
Commento su tutta la Sacra Bibbia stampato col Testo in quattro volumi.

28. #Iosf lahoq# (_Addens decreto_) Raccolta di riti con assiomi
morali destinata ad essere letta ogni giorno della settimana, uno
squarcio per giorno.

IV. Al capo IX. della seconda parte fra i traduttori dal Greco vuolsi
aggiugnere il chiarissimo signor Abate Giuseppe Biamonti professore
d'eloquenza nell'universit di Torino. I suoi volgarizzamenti non sono
impressi; ma la celebrit dell'autore  tanta, e cos nota  la sua
perizia nella lingua Greca, che dobbiamo esser certi del plauso che
otterrebbono, se egli, secondando gli altrui voti, li pubblicasse.
Egli dunque ha tradotto Sofocle in prosa, i Persiani e l'Agamennone
d'Eschilo, l'Iliade d'Omero, e la Rettorica d'Aristotele, la quale ha
in oltre illustrata con parecchi esempj tratti dagli ottimi scrittori
Greci, Latini, ed Italiani. Un mio dotto amico mi ha assicurato, che
queste traduzioni sono scritte con somma purit di lingua: ma non v'ha
bisogno d'altrui testimonianza per crederlo, imperciocch nulla esce
dalle sue mani, che non sia puramente scritto.

NOTE:

[551] Egli facc. 99. dice, che _crisomalo_  composto di Greco e di
Latino. A me per pare tutto Greco, essendo la voce *chrysomlon*,
mutato l'eta in alpha pel dialetto Dorico.




                  INDICE DE' CAPI DELLA SECONDA PARTE


  _Trattati generali. Capo. I._                            pag.   3
  _Della lingua Ebraica. Grammatici. Capo. II._                 10
  _Interpetri de' libri sacri. Capo. III._                      25
  _Traduttori de' libri sacri. Capo. IV._                       32
  _Scrittori d'antiquaria, e di bibliografia. Scrittori
         in Ebraico. Capo. V._                                  38
  _Delle lingue Caldea, e Rabbinica. Capo. VI._                 42
  _Della lingua Greca. Grammatici. Capo. VII._                  52
  _Editori. Capo. VIII._                                        72
  _Traduzioni. Capo. IX._                                      101
  _Scrittori in Greco. Capo. X._                               128
  _Della lingua Etrusca. Capo. XI._                            130
  _Della lingua latina. Grammatici. Capo. XII._                136
  _Edizioni degli autori classici. Capo. XIII._                144
  _Traduzioni. Capo. XIV._                                     157
  _Scrittori in latino. Capo. XV._                             171
  _Iscrizioni. Capo. XVI._                                     178
  _Delle lingue Samaritana, e Siriaca. Capo. XVII._            180
  _Delle lingue Araba, e Turca. Capo. XVIII._                  186
  _Delle lingue Etiopica, Persiana, Copta, Fenicia,
         e Palmirena. Capo. XIX._                              192
  _Della lingua Armena. Capo. XX._                             201
  _Delle lingue dell'Indie, e della China. Capo. XXI._         205
  _Conclusione._                                               218
  _Appendice._                                                 221




  ERRORI                           CORREZIONI

  Parte I.

  p. 11. l. 18. de Bailly          del Bailly
  p. 15. not. (14) Elog.           Eloq.
  p. 17. not. (20) Elog.           Eloq.
  p. 32. l. 2. Assai               Aspri
  p. 44. l. 15. fatti              falli
  p. 54. not. (71) Pucci           Pecci
  p. 54. not. (79) localibus       jocalibus
  p. 57. l. 30. ornate             ornare
  p. 74. l. 12. intotolata         intitolata
  p. 77. l. 28. altro              altri

  P. II.

  p. 9. not. (9) e del Mozzocchi    del Mazzocchi
  p. 20. l. 8. scondo              secondo
  - - - l. 18. incoraggimenti      incoraggiamenti
  p. 23. not. (28) laescion        lascion
  - - - - - - sancta               sanctae
  p. 28. l. 18. facevano           fecero
  p. 39. not. (60) Ugolni          Ugolini
  - - - - - - sacrai               sacri
  p. 54. l. 13. scieglier          sceglier
  p. 96. l. 1. _anedotti_          _aneddoti_
  p. 99. l. 27. mancanti           mancati
  p. 109. l. 7. _disposte_         _disposti_

Gli altri errori, de' quali  pi facile la correzione si lasciano alla
benignit del lettore. Cos si dica di quelli accaduti nelle parole
Ebraiche o Greche, che gl'intelligenti di questa lingua emenderanno
senza fatica.





                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

 -Viene mantenuta la punteggiatura originale anche quando appare
  incongrua con l'italiano moderno. Sono stati aggiunti solamente, dove
  mancanti, i punti alla fine dei periodi.
 -I numeri compresi nei paragrafi in corsivo vengono resi in carattere
  normale per aderire il pi possibile allo stile ed alla grafica
  dell'epoca. Lo stile dell'epoca utilizzato dallo stampatore prevedeva
  che i numeri fossero sempre seguiti da un punto; questo viene mantenuto
  uniformando l'opera con l'aggiungere il punto laddove questo manchi per
  refuso o pi spesso per difetto delle immagini.
 -Vengono corretti gli ovvii errori tipografici. Viene mantenuta la
  convenzione di usare nei caratteri minuscoli due lettere v in luogo
  della doppia v (vv anzich w).
 -Talvolta i termini sono scritti con due o pi varianti. Quando  stato
  possibile risalire alla grafia usata all'epoca sono stati uniformati,
  mentre in caso di dubbia valutazione sono state mantenute le doppie
  grafie originali. In particolare viene conservata la doppia grafia
  aggiungere/aggiugnere (con le relative coniugazioni) perch entrambe
  le forme erano largamente usate all'epoca.
 -Le grafie Caen e Can sono state mantenute entrambe perch si
  riferiscono a due autori distinti.
 -Alcuni corsivi sono chiaramente sviste del tipografo e se lasciati
  aderenti all'originale rendono il testo di difficile lettura; dove
  possibile senza alterare in maniera eccessiva l'opera sono stati
  modificati.
 -La legatura -ae ed il carattere legato - sono entrambe
  massicciamente usate nell'opera; sono state mantenute entrambe cos
  come stampate.
 -Le citazioni dal greco non hanno, naturalmente, una univocit di
  scrittura tale che sia possibile una sicura trascrizione in caratteri
  greci. Si  cercato di restare il pi aderente possibile alla forma
  usata (che pare sia il dialetto dorico). In particolare,  stata usata
  sovente la sigma finale all'inizio od in mezzo alla parola per
  indicare il digramma sigma-tau. Eventuali errori sono da imputarsi
  all'autore e allo stampatore.
 -Le citazioni e traduzioni dall'ebraico sono molto fantasiose ed
  approssimative. Laddove possibile sono stati corretti gli ovvii errori
  tipografici anche perch questi rendono inintellegibile il senso. Per
  il resto,  stata resa per quanto possibile l'intenzione e la grafia
  originaria usata dall'autore, che a quanto sembra non conosceva molto
  bene la lingua ebraica ed ha tradotto in maniera un po' creativa.
  Pertanto, gli errori riscontrati da coloro che dovessero conoscere
  la lingua ebraica sono anche qui, come per il greco, da imputarsi
  all'autore ed allo stampatore; il trascrittore declina qualsiasi
  responsabilit.
 -Gli errori riportati nella lista dell'errata corrige in coda all'opera
  sono stati corretti nel corso della revisione del testo; l'errata
  corrige  stato qui mantenuto per completezza.





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*** START: FULL LICENSE ***

THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
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with this agreement, and any volunteers associated with the production,
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that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


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